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“Vai all’estero, figliolo”

E' una vocina insistente, fino a qualche anno fa sussurrata a mezza bocca come si fa per gli investimenti sicuri (a patto che l'informzione non sia disponibile a tutti). Ora è il mantra recitato nei weekend intorno al tavolo di famiglia, tra anziani genitori preoccupati e figli che non vedono un futuro vivibile. Perlomeno qui, a casa loro. Come accadeva alle muove generazioni di immigrati in America dalla vecchia Europa in crisi, oltre un secolo fa; scesi dalle navi, con davanti una lotta al coltello per la sopravvivenza, si sentivano consigliare "vai all'Ovest, figliolo".

Abbiamo da venti anni e più governi inqualificabili che tolgono diritti e welfare, distruggono l'istruzione pubblica ad ogni livello, e ci spiegano che lo fanno per “dare un futuro ai giovani”. Qualche imbecille ancora crede e scrive – o lo pagano per farlo – che se i giovani se passano malissimo è “colpa dei privilegi dei vecchi”. Ossia di padri e nonni che mantegono figli o nipoti disoccupati, precari, sottopagati, ricattati.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Siamo il paese dove la disoccupazione giovanile è altissima (40%) e si aumenta l'età pensionabile, ridecendo così il numero dei posti di lavoro disponibili per il ricambio generazionale; e quando un governante se ne accorge l'unica idea che gli viene in testa è di far pagare al pensionato l'anticipo dell'andata in pensione che la Fornero aveva allungato a dismisura. Siamo il paese in cui la qualità degli studi universitari cala in modo drastico (tranne in alcune isole felici) e quei pochi laureati di livello non riescono a trovare un'occupazione corrispondente (o per mancanza di imprese avanzate o perché molti dipartimenti universitari sono divetati centri di clientela e nepostismo).

Il risultato è feroce, dice il rapporto della Fondazione Migrantes: Solo nel 2015 sono espatriati, emigrati p trasferiti all'estero – scegliete la dizione che più vi aggrada – 107.529 cittadini italiani. Non turisti, non per soggiorni temporanei, ma sul lungo termine o definitivamente. I soli iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) sono stati 6.232 in più, con un incremento del 6,2%.

La fetta più grande sono ovviamente i giovani, tra i 18 e i 34 anni: 39.410, il 36,7% del totale. Dove sono andati? Soprattutto in Germania (16.568), ovviamente. Pensate che si tratti di meridionali? Al contrario: Lombardia (20.088) e Veneto (10.374) sono le principali regioni di emigrazione. A riprova del fatto che è il “sistema Italia” a esser stato strutturalmente disastrato dalle privatizzazioni (basta guardare che fine ha fatto Telecom, ora in mani francesi, o l'Alitalia ceduta agli arabi di Etihad, che sta chiedendo aiuti allo Stato!) e dakke “riforme” universitarie (a partire da quella, criminale, che ha introdotto laurea breve e meccanismo dei crediti: con la firma di Luigi Berlinguer).

Un disastro che si espande man mano che l'intervento pubblico nell'economia si riduce senza che nessun capitale “nostrano” si sia mai fatto avanti per raccogliere il testimone. Sarà un caso, ma l'unica privatizzazione di successo, tra gli imprenditori italici, è stata quella delle autostrade: seduti a riscuotere il pedaggio e a chiedere ogni anno un aumento varie volte superiore a quello dell'inflazione.

Siamo tornati insomma un paese poco industrializzato e poco attrattivo, soprattutto per la popolazione che vi è nata. Un risultato clamoroso che smentisce anche i governi degli ultimi anni, quelli che affermavano – e affermano, vedi http://contropiano.org/news/politica-news/2016/10/03/scalfarotto-invita-gli-investimenti-esteri-esaltando-bassi-salari-084254 – di voler creare un ambiente favorevole agli investimenti stranieri e rafforzare “la posizione dell'Italia nel mondo”.

Nè uno, né l'altro. Al primo gennaio 2016 sono più di 4,8 milioni (4.811.163), con una crescita del 3,7% rispetto l’anno precedente (+174.516 unità). E i capitali che arrivano vengono attirati dal know how residui (Ducati e Lamborghini ai tedeschi, altre imprese di punta ai cinesi, ecc) oppure dalle possibilità speculative tradizionali (fondi immobiliari nei centri storici delle città d'arte, a partire da Roma, Firenze, Venezia).

Tendenze convergenti nella creazione di un deserto: economico, umano, culturale.

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