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Reddito di inclusione, un piatto vuoto

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Rimaste vuote persino le sedie nella sala della festa del PD di Modena preparate per il comizio del ministro Poletti1, l’ennesimo annuncio dell’istituzione del Reddito di Inclusione Sociale è stato lasciato a Gentiloni. E Gentiloni ha ripetuto le stesse cose che Poletti aveva detto altre volte in precedenza, sempre per annunciare l’istituzione del RIS. Ma c’è un fatto nuovo: entrerà in funzione nel gennaio 2018 e consisterà da 190 a 490 euro mensili per famiglia, a seconda della sua composizione. sempreché abbia un reddito ISEE non superiore a 6 mila euro annui. L’erogazione avrà la durata di un anno e sarà condizionata alla realizzazione di “un progetto personalizzato volto al superamento della condizione di povertà”.

Ci vuole una buona dose di faccia tosta per legare esplicitamente l’assegno a questo obiettivo.

Comunque, le disponibilità di bilancio non basteranno per far fronte a tutte le domande, e sarà data priorità ai nuclei familiari con figli piccoli o in attesa di figli o con disabili o con disoccupati con più di 55 anni. Così che, anche formalmente, perderà il carattere di un reddito minimo di inserimento rivolto al superamento della povertà, bensì una misura di intervento su condizioni specifiche.

Resta è un buon passo in avanti per l’Alleanza contro la povertà, con le sue 37 organizzazioni coalizzate tra cui le ACLI e le tre confederazioni sindacali. Rientra nel suo obiettivo di realizzare l’intervento nel tempo, tenendo conto della buona volontà del governo. Nel progetto dell’Alleanza c’è scritto testualmente: “si comincia da coloro i quali versano in condizioni economiche più critiche, e cioè i più poveri tra i poveri, e progressivamente si raggiunge anche chi sta ‘un pò meno peggio’ sino a rivolgersi – a partire dal quarto anno – a chiunque sperimenti la povertà assoluta”.

Però, affinché questo avvenga, occorre correggere atteggiamenti e comportamenti dei nuclei che ‘sperimentano’ la povertà assoluta, obbligandoli a sottoscrivere un ‘patto di integrazione’ che attribuisce ad un funzionario (definito case manager) la gestione del nucleo familiare, e un ‘patto di servizio’ che obbliga tutti i componenti attivi a lavorare, gestiti da un funzionario del Centro per l’impiego, che lavorerà di intesa con il case manager.

Le confederazioni sindacali sono schierate dietro questo scandaloso progetto; nessuno a sinistra lo denuncia. Ci sono però vivaci gruppi di base cattolici della ‘Rete dei numeri pari’ che cercano di contrastarlo promuovendo il rilancio di una campagna per un ‘reddito di dignità’ volto ad affrontare la povertà relativa in cui versano oltre 8 milioni di persone. L’obiettivo è analogo a quello del ‘reddito di cittadinanza’ del Movimento Cinque stelle, ma rimuovono quelle forme di condizionalità al lavoro coatto che lo caratterizzano, che introdurrebbero surrettiziamente in Italia il famigerato Hartz IV2.

 

1 http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/29/poletti-lincontro-alla-festa-dellunita-di-modena-e-un-flop-sala-deserta-e-sedie-vuote-per-il-ministro-del-lavoro/3823486/

2 cfr. G. Commisso e G. Sivini. Reddito di cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?, Asterios luglio 2017.

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