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Scampia. Contro l’ipocrisia dominante

La sanguinosa ripresa della cosiddetta faida di Scampia, con l’abituale corollario di ammazzamenti, rappresenta il conclamato fallimento pubblico di tutte le mistificazioni che in questi anni si sono alimentate a ridosso di questo quartiere dell’area nord di Napoli.

Scorrendo i brogliacci di polizia di queste ore e leggendo i pastoni giornalistici sulle pagine de il Mattino si ritrovano gli stessi nomi, le identiche dinamiche e le note genealogie degli anni scorsi: identici i filoni anagrafici delle organizzazioni criminali, identici gli obiettivi degli omicidi, identiche le strade e le piazze ed identiche le stesse modalità di esecuzione degli scannamenti in corso.

Eppure le cronache ci consolavano informandoci che le gang criminali erano state debellate attraverso centinaia di arresti e l’elargizione di decine di ergastoli.

Inoltre, come se non bastasse, in questo lasso di tempo di alcuni anni che separa questa ripresa degli agguati dall’ultima faida, si è materializzato il fenomeno/Saviano che, da autentico ventriloquio del potere, aveva decantato le mirabolanti virtù della magistratura e delle forze dell’ordine le quali erano state in grado di bonificare un territorio che, evidentemente, a suo parere meritava unicamente solo la presenzae dello stato e la pratica dei rastrellamenti manu militari.

Ma, evidentemente, qualcosa non ha funzionato ed è ricominciato a scorrere il sangue. Ed è qualcosa di importante se consideriamo che in poche settimane si è rimesso in moto la mattanza e l’insieme dei codici antropologici e comportamentali che, purtroppo, da decenni, segnano negativamente la vita e le relazioni di una vasta comunità umana come quella di Scampia, di Secondigliano, di San Pietro a Patierno, di Miano, di Piscinola ossia di quel comprensorio urbano che soffre terribilmente questa allucinante condizione sociale e di vita.

Non siamo criminologi e né ci interessa intrepretare attraverso abusati stereotipi sociologici ciò che è successo a Scampia ma – se veramente vogliamo cogliere gli elementi scatenanti di questo nuovo ciclo della guerra di camorra – dobbiamo, necessariamente, svolgere una riflessione sui fattori strutturali che costituiscono la cornice materiale di un ridotto territoriale in cui vivono centinaia di migliaia di persone e che, anche se in forme asimmetriche, afferiscono comunque alla guerra di camorra in atto.

Qualche anno fa commentando alcune modificazioni politiche che si annunciavano, da parte del governo nazionale e delle amministrazioni locali, per quella importante zona dell’area metropolitana partenopea (http://www.contropiano.org/Archivio/2006/Contropiano%20Anno14_N4/CIELO_SOPRA_SCAMPIA.htm) esprimemmo un punto di vista controcorrente circa la possibilità di operare quelle necessarie ed indispensabili misure di intervento sociale senza la volontà politica di rompere, fino in fondo, l’articolato intreccio tra le strategie di governance, pezzi di imprenditoria e settori della grande criminalità organizzata.

Oggi il nuovo fiume di sangue che macchia l’area nord di Napoli ci ricorda, inesorabilmente, il tragico fallimento di tutte le ricette sociali che si sono susseguite in questi anni e ci consegna un quadro analitico dove prevalgono la disgregazione, l’ulteriore depauperamento di tutti gli standard salariali/reddituali e di ciò che residua della rete dei servizi sociali ed assistenziali.

Dai mega progetti bassoliniani alle illusorie zone franche, dallo sperpero dei fondi europei all’inalveamento dell’intero sistema delle politiche sociali è stato tutto un susseguirsi di errori e di fallimenti che hanno contribuito, non poco, all’incancrenirsi di tutti i dati afferenti l’aumento della disoccupazione, della precarietà, della crisi urbana e delle variegate forme di degrado umano, civile e sociale.

La stessa Chiesa Cattolica e, ad onore del vero, anche le altre forme di insediamento religioso presenti in zona, come la Chiesa Evangelica, che pure hanno investito in risorse, personale e volontà di raccordo con il territorio sono costrette a segnare il passo e prendere atto di uno scenario sociale preoccupante.

Dell’amministrazione De Magistris non parliamo per la palese assenza di qualsiasi atto di presenza politica di questa compagine che pure a lucrato in termini di voto e di consenso al momento delle scorse elezioni comunali e che in questo anno e mezzo di attività di governo non si è degnata di rivolgere nessuna attenzione, neanche mediatica, verso questo spicchio di città.

A fronte di questo scenario che non promette nulla di buono e che, anzi, corre il concreto rischio di innescare in altre aree della metropoli scontri tra i vari aggregati criminali insediati nei territori non possiamo avanzare soluzioni miracoliste ed immaginifiche.

Certo anche un vero intervento di welfare sociale e solidale rappresenterebbe una boccata di ossigeno per migliaia di persone costrette a sopravvivere nell’area grigia del mercato del lavoro ma, da oggettivisti come ci picchiamo di definirci, sappiamo che il corso della crisi, specie al sud, non ci consentirà di assistere a tali improbabile scenari.

Intanto, però, anche come antidoto alla frantumazione ed alla spaventosa capacità di reclutamento, cooptazione e fascinazione di cui godono le gang criminali, una presa di parola pubblica di quanti – e sono tanti a Scampia – sono impegnati sul versante delle lotte sociali, del volontariato e dell’impegno civile costituirebbe un buon viatico verso un auspicabile protagonismo dal basso.

Naturalmente, ci sia sommessamente consentito farlo notare, sarebbe utile che questa presa di parola pubblica fosse orientata da una sana prospettiva di autonomia e di indipendenza fuori ed oltre i consumati circuiti clientelari i quali, anche loro oramai, hanno esaurito ogni spinta propulsiva anche sul mero versante della misera spartizione affaristica.

Parimenti – ben oltre qualsivoglia ingessata riproposizione ideologica – bisognerà, sconfiggendo timidezze e minoritarismi indotti, trovare forme, luoghi e strumenti per avviare una riflessione aggiornata sui caratteri criminali e criminogeni di questa particolare forma del dominio del capitale che sperimentiamo a Scampia e in tutte le grandi aree metropolitane afflitte da queste contingenze.

Sarebbe, infatti, esiziale per chi aspira ad una dinamica agente di cambiamento, di trasformazione e di alternativa non interrogarsi su questi nessi delegando, di fatto e, spesso, inconsapevolmente ai Saviano di turno, il ruolo di progettista per il futuro già sapendo, però, che per questi soloni l’unico orizzonte possibile ed immaginabile inizia e finisce dentro l’attale quadro di compatibilità economiche sotto l’egida dei codici penali, dei profili dei penitenziari e del pennacchio dei carabinieri.

*Rete dei Comunisti

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