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Piaggio. Licenziamenti “social” nell’era del Jobs Act

Note sulla vicenda delle due lavoratrici Piaggio licenziate per un commento e un “like” su Facebook.

Il fatto risale al 23 aprile scorso, quando il premiere Matteo Renzi si era recato a Pontedera per i 70 anni della Vespa, accompagnato dal presidente del Gruppo Piaggio Roberto Colaninno.
Quel giorno ad attenderlo di fronte ai cancelli della fabbrica una contestazione organizzata in poche ore, che raccolse alcune decine di lavoratori Piaggio e altri lavoratori provenienti da Pisa e provincia.

Una contestazione che non raccolse, per motivi di tempo e per la perdurante afonia del conflitto che caratterizza ancora il nostro paese e i nostri territori, tutto il malessere accumulato in questi anni da milioni di lavoratori, costretti in condizioni di miseria e ricatto sempre più forti, a causa di contratti capestro firmati dalla triplice sindacale (CGILCISLUIL) e da una legislazione governativa che ha chiuso definitivamente un’epoca, con l’archiviazione dello Statuto dei Lavoratori e dell’Art. 18. Parliamo del famigerato “Jobs Act” voluto da Renzi e incensato dai burocrati dell’Unione Europea come modello per tutti i paesi del continente.
In Francia, nel silenzio/oscuramento/distorsione dei mass media italiani, contro l’applicazione di quel modello si è sviluppato un movimento popolare impetuoso, che ancora continua.

Da noi ancora quella rabbia è chiusa nei cuori e nelle menti di tante e tanti lavoratori, che invece di scendere in piazza sono conquistati dall’individualismo, dalla disillusione, dal senso d’impotenza, quando non dalla disperazione. Altri si sfogano, come le due lavoratrici licenziate, attraverso strumenti di comunicazione altrettanto individualizzanti, ma che danno un senso di “comunità” succedanea a quella distrutta scientificamente da chi ha tutto l’interesse a che ognuno di noi rimanga di fronte al proprio terminale piuttosto che scendere in piazza, organizzarsi collettivamente contro i padroni, i governi e le istituzioni.

Ma neppure quest’ambito di “resistenza” individuale è ammesso, e una frase urlata 1000 volte nei cortei, nei presidi e nelle manifestazioni diviene, se scritta nero su bianco su un social network, elemento di prova per il licenziamento in tronco. Il Jobs Act e la legislazione ad esso collegata lo permette, come dimostrato da questo e da tanti altri episodi in tutta Italia, che si moltiplicheranno nel prossimo futuro se non sapremo ribaltare un rapporto di forza che permette ai padroni di applicare alla lettera norme che valgono sono per i lavoratori, mentre “lorsignori” si arricchiscono “legalmente” e illegalmente senza alcun contrasto.
La logica che ha portato a questi come ad altri licenziamenti è quella per cui i lavoratori devono essere una variabile dipendente dalla produzione in tutto e per tutto, in fabbrica e in ogni posto di lavoro, ma anche nella propria vita privata, dato che oramai la privacy – a causa dalla potenza e pervasività degli attuali mezzi di comunicazione – è inesistente.

Di fronte a questa situazione parlare di dittatura del capitale è inappropriato? Noi pensiamo di no. Colaninno, così come Marchionne e i “capitani” d’industria e della finanza si sono dotati un personale politico (Renzi) e sindacale (cgilcisluil) al loro servizio, che sforna ogni giorno norme, provvedimenti, leggi, repressione, e quando necessario attraverso il “braccio sindacale” ritorsioni ed epurazioni di avanguardie operaie che spianano sempre più la strada a questa dittatura.

Tutta la nostra solidarietà alle lavoratrici licenziate, per le quali chiediamo l’immediata riassunzione.
A loro inviamo anche un consiglio: organizzatevi nel sindacalismo di classe, siate partigiane dei e per i vostri diritti, sfogate la vostra rabbia nelle manifestazioni collettive, unici luoghi che ancora garantiscono agibilità e incolumità individuale e collettiva.
Rete dei comunisti, Pisa

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