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“L’Italia in lungo e in largo” di Giovanna Marini

Non ricordo esattamente quando ascoltai per la prima volta un concerto di Giovanna Marini. Di certo fu nei primi anni settanta, a un Festival dell’Unità e credo che sul palco, con lei, ci fossero Ivan Della Mea, Paolo Pietrangeli, Paolo Ciarchi e altri componenti del Nuovo Canzoniere Italiano. Sebbene i Festival dell’Unità di allora fossero tutt’altra cosa da quelli d’oggi, molti giovani, militanti come me nella nuova sinistra, non ci andavano spesso. Tuttavia, i musicisti del Nuovo Canzoniere Italiano avevano la capacità di riunire per qualche ora anche chi, nell’attività politica quotidiana, era su posizioni a volte lontane come chi militava nel PCI oppure nei gruppi della nuova sinistra. Probabilmente questo fatto veniva dal repertorio che proponevano, legato al canto popolare e sociale, in cui si potevano riconoscere con evidente semplicità la presenza, la visione del mondo e le ragioni delle classi subalterne. Quei canti rappresentavano uno straordinario messaggio storico e politico in cui chiunque si sentisse dalla parte del proletariato poteva riconoscersi e identificarsi, in modo diretto quanto profondo, collegando passato e presente in una visione complessiva del mondo che si costruiva come alternativa a quella delle classi egemoni. Il Nuovo Canzoniere Italiano e Giovanna Marini in particolare hanno avuto anche il merito di non fermarsi solo alla ricerca e alla riproposizione dei canti popolari ma anche quello di proporre delle nuove canzoni, nate in primo luogo nella grande stagione di lotte degli anni sessanta e settanta ma anche dopo, ispirate alle forme e agli stili musicali popolari, che hanno scandito con la stessa immediatezza dei canti storici momenti di lotta e di vita di militanti, lavoratori, studenti, e di intere organizzazioni e movimenti politici. Forse proprio in questo saper far nascere nuova musica dalla grande quercia della musica popolare sta uno dei meriti del Nuovo Canzoniere Italiano, il cui lavoro si è sempre più intrecciato, a partire dagli anni settanta, con quello dell’Istituto Ernesto De Martino per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario.

Proprio per quest’ultima ragione, il concerto che Giovanna Marini ha tenuto, con la collaborazione di Francesca Beschi, sabato 3 settembre nell’ambito del Festival Rosebud organizzato dal Comune di Asti è stato dedicato a ricordare il ventennale della scomparsa di Franco Coggiola, che dell’Istituto De Martino fu direttore in anni particolarmente difficili, in cui si arrivò a temere la chiusura dell’Istituto stesso.1 Durante la serata Giovanna Marini ha raccontato alcune delle sue esperienze vissute nelle migliaia di concerti e ricerche tenuti appunto “in lungo e in largo” per l’Italia, sia da sola che con i compagni del De Martino. Una serie di racconti interessanti e per nulla nostalgici che hanno offerto una testimonianza importante della sua lunga carriera di militanza musicale che spazia appunto dalla ricerca sulla musica popolare e sociale, alla creazione di nuove canzoni, sino a spettacoli di musica contemporanea, colonne sonore per film e musiche di scena per il teatro.

Partiamo proprio dal tema della ricerca, a cui Giovanna Martini ha dedicato diversi ricordi e osservazioni anche di grande attualità. Parlando delle ricerche condotte e citando in particolare la collaborazione con Franco Coggiola, Cesare Bermani e Mimmo Boninelli, Giovanna Marini ha ricordato l’importanza del rigore nella ricerca e come ancora ci sia molto da scoprire nella e sulla musica popolare italiana. Tuttavia, il messaggio più chiaro è venuto ancora una volta da come Giovanna Marini ha cantato, seguendo quell’ “estetica del canto contadino” che insegna nelle scuole di cui è fondatrice o in cui lavora e che prevede specifici modi di impostare la voce, di usare l’ornamentazione e di seguire stili determinati. Questo modo di cantare la musica non solo contadina ma più in generale popolare è ciò che fa dei concerti di Giovanna Marini degli eventi assolutamente speciali che associano al rigore della ricerca l’emozione di ascoltare esecuzioni palpitanti e vive. Un uso della voce e dell’ornamentazione che distingue, oltre a Giovanna Marini, alcune delle migliori cantanti popolari italiane, come Sandra Boninelli e oggi Francesca Beschi che ha proposto alcune esecuzioni molto apprezzate.

Tuttavia, il concerto non è stato incentrato solo su canti popolari scoperti durante le ricerche sul campo, ma ha proposto alcune delle canzoni scritte da Giovanna Marini in relazione a momenti specifici della nostra storia: oltre al Lamento per la morte di Pasolini che ha chiuso la serata, La manifestazione in cui morì Zibecchi e I treni per Reggio Calabria. Questi canti fanno parte della seconda attività in cui si sono impegnati, oltre alla ricerca, la Marini e gli altri componenti del Nuovo Canzoniere Italiano e del De Martino. Un’attività che ne ha fatto per anni una sorta di moderni cantastorie di alcuni dei fatti più significativi del movimento di classe in Italia, in concerti in cui questo ultimo genere di canti si mescolava alla riproposizione dei canti popolari. Un’operazione complessa che tuttavia raggiungeva il suo obiettivo di connettere la memoria orale del nostro paese, rappresentata da tanti canti di lavoro, di lotta, contro la guerra oppure semplicemente sulla condizione di vita quotidiana delle classi subalterne con le lotte che si vivevano quotidianamente. Questa operazione rendeva il senso di una continuità storica, dell’ essere parte di un flusso storico ininterrotto, di percorrere una strada continua tracciata dalle lotte del movimento di classe. Non solo, ma tanti di quei canti ebbero e hanno ancora, credo, una funzione educativa e informativa, assolvendo pienamente una delle funzioni tipiche che la cultura musicale orale ha nel mondo popolare, cioè quella di trasmettere e conservare informazioni e memoria. Mi sia consentito un esempio personale per chiarire quanto intendo dire. Per ragioni anagrafiche, non ho vissuto e non ho memoria personale dei fatti del luglio ’60. A scuola nessuno me ne ha mai parlato, come di tutto ciò che è avvenuto in Italia dalla Liberazione in poi. Ma un giorno, verso i quattordici anni, mi capitò di ascoltare Per i morti di Reggio Emilia. La mia conoscenza dei fatti del luglio ’60 nacque proprio dall’ascolto di quella canzone, cantata, se ricordo bene, dal fratello maggiore di un mio amico, che suonava un po’ la chitarra. Ecco l’importanza della tradizione orale anche per la conoscenza dei fatti storici del movimento di classe2.

Purtroppo, negli ultimi anni in cui la sinistra ha deciso di svendere gran parte del proprio patrimonio storico in nome della “morte delle ideologie” (che poi significa che di ideologie ne resta una sola, quella del capitalismo, meglio se in versione ultraliberista) i canti popolari e anche i canti di lotta nati dalla fortunata stagione di cui scrivo sono stati troppo disinvoltamente dismessi dalle feste popolari e persino dalle manifestazioni di piazza. Credo che si tratti di una amputazione storico-culturale molto grave, anche perché tali canti sono stati spesso sostituiti da brani del repertorio pop più banale, adatti all’intrattenimento spicciolo più che alla trasmissione storica e all’informazione orale. Ricordando l’esempio che ho proposto in relazione a Per i morti di Reggio Emilia, credo che in un paese in cui molti giovani ignorano la storia degli ultimi settanta anni (ahimé, non per loro colpa, ma perché nessuno a scuola ne parla e se ne parla lo fa spesso in mala fede) la presenza nei momenti sociali di canzoni che narrano fatti storici significativi, come quelle di Giovanna Marini ma anche di molti suoi colleghi, potrebbe avere una funzione importante. Questo anche perché le canzoni popolari e anche quelle create, per esempio, dal Nuovo Canzoniere Italiano parlano un linguaggio immediato, diretto, si ricordano facilmente, permettono una rapida riappropriazione. Inoltre, aiutano a capire le ragioni storiche della propria condizione di sfruttati. Di fronte alla crescente offensiva contro i diritti dei lavoratori, conoscere una canzone come Se otto ore vi sembran poche o tante altre del repertorio delle mondine permette di riconnettere la propria condizione di sfruttamento a una storia precisa, capendo rapidamente che non si tratta di un capriccio della storia o di una sventura individuale. E anche nella capacità di creare e far crescere una dimensione sociale, di trasferire dal piano individuale a quello collettivo il peso delle contraddizioni di classe sta il valore del canto popolare e proletario.

 

1 L’Istituto Ernesto De Martino, fondato nel 1966, subì alla fine degli anni ottanta uno sfratto dalla sede di Milano. Nonostante gli appelli pubblicati dai giornali di sinistra, le raccolte di firme, le svariate petizioni, nessuna delle giunte milanesi di vario colore che si succedettero al governo cittadino si impegnò ad aiutare l’Istituto nella ricerca di una nuova sede. Finalmente, all’inizio degli anni novanta, fu deciso il trasferimento a Sesto Fiorentino, dove per iniziativa dell’assessore Stefano Arrighetti si erano create le condizioni per una situazione stabile e affidabile. Coggiola fu direttore dell’Istituto in tutto questo travagliato periodo; purtroppo morì prematuramente proprio mentre il trasferimento veniva completato. Oggi è Stefano Arrighetti a dirigere l’Istituto, dalla morte di Ivan Della Mea che era succeduto a Coggiola. Mi chiedo spesso se gli amministratori milanesi in carica tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta si siano mai interrogati sull’enorme perdita che rappresentò per la città di Milano il trasferimento dell’Istituto Ernesto De Martino, con il suo grande patrimonio documentario e la sua capacità di proporre iniziative culturali e di ricerca.

2 E’ evidente che Per i morti di Reggio Emilia fu scritta, tuttavia credo si possa sostenere che fa parte della tradizione orale poiché in realtà, nessuno l’ha mai imparata comprandone lo spartito bensì ascoltandola e ricantandola nell’ambito di situazioni sociali e politiche . A conferma di questa considerazione, ricordo che per molto tempo ignorai chi ne fosse l’autore, come è appunto nella cultura orale e solo dopo diversi anni appresi che questi era Fausto Amodei.

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