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Tensioni in Bosnia. La Nato contro il referendum della parte serba

Secondo Louise Arbour, presidente dell’International Crisis Group – una organizzazione creata da George Soros e che ha avuto un ruolo da protagonista nella disgregazione della Jugoslavia –  la Bosnia Erzegovina “sta affrontando la più grave crisi politica dopo la fine della guerra nel 1995”. In una lettera inviata il 2 maggio scorso ai massimi vertici dell’Ue la Arbour, ex Commissaria per i Diritti Umani dell’Onu, scrive che “La legittimità delle istituzioni dello Stato (centrale) è attaccata da tutte le parti” La Arbour, nel frattempo diventata presidente dellInterantional Crisis Group, è preoccupata fino a sostenere che in Bosnia “probabilmente violenze non sono imminenti, ma se questo processo proseguirà, ne esiste la prospettiva reale in un prossimo avvenire”.
In base agli accordi di pace di Dayton del 1995, la Bosnia è divisa in due entità – la serba Repubblica Srpska e la Federazione croato-musulmana – collegate da deboli istituzioni centrali, il rafforzamento delle quali è, invece, ritenuto cruciale per l’integrazione nel blocco Nato di Sarajevo. Ma proprio il governo centrale non è stato ancora formato a sette mesi dalle elezioni di ottobre scorso, a causa delle riattivate ostilità interetniche.

La popolazione e la repubblica serba – che non ha mai rinunciato ad ambizioni indipendentiste – hanno indetto per giugno prossimo un referendum che mette in discussione la legittimità della giurisdizione centrale del paese e che viene per questo considerato dalla Nato una minaccia all’unità della Bosnia e un affronto all’Alto rappresentante della Comunità internazionale (Ohr), l’austriaco Valentin Inzko, ‘supervisore’ del rispetto degli accordi di Dayton. Si tratta di una figura che è un governatore straniero “de facto” imposto da ormai sedici dalla Nato e che dispone di pieni poteri.

Pur senza mettere in discussione lo status della Bosnia, il quesito referendario è una messa in discussione da parte dei serbo bosniaci al già fragile stato centrale concepito dagli accordi pace di Dayton del 1995 imposti dai bombardamenti della Nato. Il referendum mette in discussione Procura e Corte di Stato – i due soli organi di giustizia centrale bosniaci – e la stessa autorità dell’Alto rappresentante della Comunità internazionale (Ohr) che li ha creati nel 2003. L’attuale plenipotenziario della Nato, Valentin Inzko, ha annunciato l’intenzione di annullare la decisione del Parlamento di Banja Luka di indire il referendum, nell’esercizio dei poteri esecutivi di cui dispone. I serbi invocano dalla loro la lacerazione del diritto internazionale avvenuta con il referendum, la secessione e il riconoscimento internazionale della repubblica separatista del Kosovo. Due pesi e due misure che rischiano di far riesplodere la crisi nel cuore dei Balcani.

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