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Egitto, ricordare e morire

Protestava e ricordava, Shaimaa al-Sabbagh, per le vie del Cairo. Sfidando le leggi del presidente-generale Al-Sisi che da più di un anno definiscono terrorista qualsiasi dissenziente e infilano fra le sbarre ogni oppositore. Sfilava senza paura, assieme ad altri attivisti socialisti. Piccoli gruppi di temerari, senza veli né keffie di copertura a nascondere il volto. Un raduno che sapeva di testimonianza più che di resistenza. Shaimaa è stata colpita, ferita ed è morta. Col volto percorso da lacrime di sangue veniva trasportata a braccia da un compagno manifestante. Era stata raggiunta da una pallottola di gomma che egualmente le ha tranciato la vita, com’era accaduto a decine di cittadini nei giorni della ribellione e della speranza quattro anni addietro, in quel 25 gennaio 2011 e nelle tre settimane seguenti che sconvolsero l’Egitto e scacciarono Mubarak.

Oggi il raìs, sopravvissuto alle sue reali o presunte malattie, è a casa. Scagionato e assolto dalle accuse di alto tradimento e di strage verso i quasi mille manifestanti fatti uccidere in strada dalle fucilazioni della prim’ora, attuate da El Hadly e Suleyman, i suoi sodali di repressione. Finanche i figli Gamal e Ala autori di truffe e ruberie a danni della nazione sono prossimi a scarcerazione. E’ l’aria restauratrice che soffia da due anni nel Paese, dalla rivolta ‘civile’ contro lo strapotere della Fratellanza Musulmana, col presidente eletto Mursi defenestrato e arrestato. E la dirigenza islamica egualmente tradotta in galera insieme a migliaia di attivisti, per tacere dei quasi duemila morti contati fra il 15 e 16 agosto 2013 nei dintorni della moschea cairota di Rabaa dove gli islamici pro Fratellanza s’erano accampati. Le Forse Armate e il ministero dell’Interno non hanno mai voluto fornire il numero preciso delle vittime, tant’è che esistono centinaia di egiziani considerati ‘spariti’.

Nell’azione, svoltasi attorno a una blindatissima piazza Tahrir, la polizia afferma d’essere intervenuta per disperdere e fermare i dimostranti; ribadisce che nessuna violenza, a parte il lancio di alcuni lacrimogeni è stata perpetrata. Se qualche pallottola di gomma è volata rappresenta la risposta a “colpi d’arma da fuoco esplosi dai dimostranti”. Sembra la classica scusa non richiesta. Perché l’intento di cancellare ogni memoria che segue la “normalizzazione” di Sisi, e benvoluta dagli esecutivi del mondo che accolgono senza imbarazzo il sanguinario dal volto buono, continua a uccidere fra le omissioni dei media interni e internazionali. Ad Alessandria è stata ammazzata una studentessa diciassettene, cittadini qualsiasi, non certo jihadisti, sono stati stesi in varie circostanza nei mesi scorsi dal piombo poliziesco, non da pallottole di gomma. 

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