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Brasile. “Corruzione” vs “golpe”: piazze contrapposte e tensione alta

Si fa sempre più tesa la situazione in Brasile dove negli ultimi giorni si è aperto uno scontro interistituzionale sulla nomina dell’ex presidente Lula alla carica di primo ministro del governo Rousseff e dove praticamente ogni giorno milioni di persone scendono in piazza a favore e – almeno fino a qualche giorno fa – contro l’esecutivo. Da una parte milioni di persone, appartenenti per lo più alla piccola e media borghesia, schierate “contro la corruzione” e favorevoli alla spallata giudiziaria al governo; dall’altra parecchie centinaia di migliaia di militanti dei partiti di sinistra e dei sindacati che difendono l’esecutivo denunciando le strumentalizzazioni dell’opposizione ultraliberista e un “golpe strisciante” da parte degli ambienti oligarchici e delle destre.

L’altro ieri, dopo una lunga serie di mobilitazioni da parte dei movimenti di destra sostenuti dai grandi media e dai governatori di vari stati e città che hanno concesso metropolitane gratuite, più di un milione di persone ha manifestato in 55 città del Brasile contro l’offensiva reazionaria. Poco prima la polizia in assetto antisommossa aveva disperso con idranti e granate stordenti alcune centinaia di manifestanti di destra che da 48 ore occupavano l’Avenida Paulista, una delle strade più importanti di San Paolo.
A innescare l’ennesima escalation è stato un mandato d’arresto emesso nei confronti del leader del Partito dei Lavoratori, accusato di aver intascato una lauta tangente. Per evitarne l’arresto Dilma Rousseff ha nominato l’ex presidente ‘capo di gabinetto’ del suo esecutivo. Una nomina bloccata dal giudice Itagiba Catta Preta Neto, mentre i media diffondevano la registrazione di una telefonata tra il presidente e l’ex capo di stato in cui Rousseff annunciava la misura che però Lula avrebbe dovuto utilizzare solo “in caso di bisogno”. Una nomina strumentale e quindi non valida, secondo Catta Preta Neto. Ma non per un altro magistrato, il giudice federale Candido Ribeiro, che invece ha azzerato la decisione del suo collega. Ma con un altro colpo di scena ieri un giudice della Corte Suprema ha sospeso l’ingresso nel governo di Lula, interpretandolo come una “forma di ostruzionismo alle misure giudiziarie” e una “possibile frode della costituzione”. Il giudice Gilmar Mendes ha ordinato quindi che l’inchiesta per “corruzione” e “riciclaggio” contro l’ex capo di stato, nell’ambito dello scandalo Petrobras (il gigante energetico statale di Brasilia), vada avanti per la via ordinaria. La decisione di Mendes dovrà essere confermata o annullata da una maggioranza dei giudici della Corte suprema, ma la data non è stata ancora stabilita. Nel frattempo però Lula non potrà esercitare le sue funzioni come capo di gabinetto del governo.

Più che di un conflitto giudiziario si tratta di una frattura politica. D’altronde Catta Preto, così come il suo collega Sergio Moro (ribattezzato “il Di Pietro brasiliano”), sono vicini alla destra populista e sono sostenuti dai grandi media conservatori e dagli ambienti oligarchici che nel denunciare la corruzione dilagante tendono a mettere in evidenza esclusivamente le responsabilità – indubbiamente molto gravi – del Partito dei Lavoratori al governo minimizzando quelle degli esponenti degli altri partiti. E questo nonostante due anni di inchieste abbiano incastrato non solo ministri e dirigenti del centrosinistra ma anche pezzi da novanta dei partiti del centrodestra e della destra – in particolare del Partido da Social Democracia Brasileira – gli stessi che ora cavalcano l’ondata popolare giustizialista facendo appello a slogan nazionalisti.

Intanto anche la stessa presidente, Dilma Rousseff, è nel mirino di un procedimento di impeachment per corruzione che andrà avanti però solo se all’interno dell’apposita commissione parlamentare d’inchiesta i fautori della sospensione di sei mesi per l’attuale capo dello stato raggiungeranno i due terzi dei componenti.

Mentre il PT tenta di serrare i ranghi e grida al complotto, citando una strategia di destabilizzazione istituzionale che la destra sta portando avanti in maniera coordinata in tutta l’America Latina e che è già costata la presidenza ai riformisti in Argentina e la maggioranza parlamentare ai bolivariani in Venezuela, le sinistre, pur critiche nei confronti della degenerazione del Partito dei Lavoratori denunciano comunque il pericolo che la mobilitazione reazionaria di massa contro l’esecutivo punti a un esplicito rovesciamento degli equilibri politici con l’obiettivo di riportare al potere gli ambienti più reazionari. Significativa la presa di posizione del Movimento dei “Sem Terra”, i braccianti senza terra guidati da Joao Pedro Stedile che, pur critici nei confronti del PT – che ha disatteso la maggior parte delle promesse di riforma sociale e di redistribuzione del reddito che avevano contraddistinto l’ascesa al potere dei laburisti – invitano i militanti sindacali e di sinistra a scendere in piazza contro l’ondata reazionaria il prossimo 31 marzo, anniversario del colpo di stato militare del 1964. Che una parte importanti dei leader giustizialisti si richiami all’esperienza della dittatura militare non è un segreto, basti vedere gli slogan della piazza ‘anticorruzione’ che si appella da anni all’intervento dei militari e delle ‘forze sane della nazione’ per ristabilire legge e ordine. Il paese, afferma il documento-appello diffuso da Stedile – è scosso da una grave crisi economica, sociale, politica e ambientale che colpisce tutta la società e che è anche il risultato della crisi mondiale del capitalismo, della situazione di dipendenza del paese, oltre che di una politica economica sbagliata del governo e all’avidità dei capitalisti. « I settori della borghesia, che dominano l’economia e sono allineati con il capitale straniero, vogliono il ritorno del neoliberismo. Tuttavia, non possono dire esplicitamente al popolo che vogliono privatizzare la Petrobras e diminuire le risorse pubbliche (…) un pezzo della società, la cosiddetta piccola borghesia è andata in strada, a gridare il suo odio per spingere la popolazione a manifestare contro il governo predicando chiaramente il golpe. Travolgere Dilma è una loro necessità per riprendere il controllo dell’esecutivo, delle leggi» afferma lo storico leader dei Sem Terra segnalando gli aspetti strutturali del conflitto che, secondo alcuni analisti, potrebbe scatenare una sorta di ‘guerra civile’ nel più grande e importante paese dell’America Latina.

Nelle ultime ore il presidente della Bolivia ha chiesto di tenere un summit straordinario dei Paesi dell’America del Sud per difendere la presidente brasiliana Dilma Rousseff e il suo predecessore Luiz Inacio Lula da Silva. Evo Morales ha invitato il suo omologo dell’Uruguay, Tabare Vazquez, presidente di turno dell’Unasur, ad indire un vertice straordinario dell’Unione delle nazioni sudamericane “per difendere la democrazia in Brasile, per difendere Dilma, per difendere la pace, per difendere il compagno Lula e tutti i lavoratori”. Morales ha quindi espresso l’auspicio che Vazquez “ci convochi presto in Brasile per esprimere la nostra solidarietà ed evitare un golpe parlamentare o giudiziario” contro il governo. Uruguay, Venezuela ed Ecuador hanno già espresso pubblicamente il loro sostegno alla presidente brasiliana, mentre il segretario generale dell’Unasur, il colombiano Ernesto Samper, ha espresso solidarietà a Lula, vittima di “linciaggio mediatico”.

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Di seguito vi proponiamo una interessante intervista realizzata da Geraldina Colotti con Ricardo Antunes

Antunes: «Dilma è pulita, Lula va difeso ma il Pt no»

Geraldina Colotti – il Manifesto del 18 marzo 2016

Ricardo Antunes si definisce un intellettuale «militante, indipendente vicino al Partido Socialismo e Liberdade (Psol), un po’ simile alla vostra Rifondazione Comunista». Sociologo di fama mondiale consultato da movimenti e sindacati, ha scritto molti libri sulla «nuova morfologia del lavoro», tradotti anche in Italia (tra l’altro da Jaca Book e da Punto Rosso, che ha recentemente mandato in stampa Il lavoro e i suoi sensi, prefazione di Istvan Meszaros). Profondo conoscitore della realtà del suo paese (è nato a San Paolo nel 1953) e anche di quella italiana, ha militato a lungo nel Partito dei lavoratori (Pt), di cui fanno parte Lula da Silva e Dilma Rousseff.

Lula è nominato capo di gabinetto di Rousseff e un giudice sospende la nomina. Qual è la situazione in Brasile?
Profondamente critica, drammatica. C’è una crisi economica, sociale e politica e un’articolazione profonda fra i tre livelli. Il Brasile ha fatto registrare una crescita negativa di quasi il 4% in meno: una tragedia che ha provocato un aumento della disoccupazione, dopo un periodo positivo tra il 2002 e il 2012. Dal 2014 all’inizio del 2015, soprattutto tra gennaio e febbraio, la disoccupazione ha preso proporzioni preoccupanti, colpendo soprattutto i giovani tra i 18 e i 25 anni: il 20% della gioventù oggi è senza lavoro, una situazione che va sempre più assomigliando a quella dell’Europa. Le misure prese dal governo di Dilma da gennaio 2015 sono state contro i lavoratori e le lavoratrici, con misure di austerità pronunciate e tassi di interessi delle banche più alti del mondo, che hanno portato 60 milioni di persone a indebitarsi senza rimedio. Una situazione di crisi strutturale e profonda. Il secondo elemento è stata l’esplosione dello scandalo del Lava Jato, un’azione giudiziaria partita dallo stato di Paranà, influenzato da quello che da voi è stata Mani pulite. Un’operazione che è arrivata al nucleo centrale del Pt e del governo. La corruzione in Brasile è praticata dalla destra da quando questa esiste, dai tempi dell’impero coloniale e della dominazione portoghese. Ma il Pt, nel 1980, è nato promettendo una forte rottura etica con questa pratica, e presentandosi come un partito di sinistra di classe. Purtroppo, 36 anni dopo è attraversato da una profonda corruzione. L’unica persona che non ha avuto un coinvolgimento personale è Dilma. Viene attaccata perché durante le sue campagne elettorali, nel 2010 e nel 2014 avrebbe usufruito dei proventi di tangenti legate alla corruzione di Petrobras. Da ieri il quadro politico si è ulteriormente complicato perché la polizia federale, su mandato del giudice Sergio Moro, ha diffuso intercettazioni telefoniche prese dal cellulare della presidente e da quello di Lula: in cui non c’è prova che Dilma abbia voluto Lula nel governo per intralciare l’azione della magistratura. Ma nell’azione più rapida mai compiuta in Brasile dalla polizia federale, dopo la nomina di Lula sono state diffuse le registrazioni su tutti i grandi media. La costituzione proibisce di intercettare le conversazioni della presidente e non è mai successo che venissero anche diffuse.

Però è vero che Lula al governo si salva dalla magistratura?
È vero che può evitare di essere giudicato dallo stato del Paranà e che può essere giudicato dal Tribunale federale, la più alta istanza del paese. Il processo contro Lula è proposto dal Ministero Pubblico di San Paolo che non ha poteri giudicanti ma può fornire elementi per un posteriore giudizio. Ma ora, in questa situazione di eccezione e di grande arbitrarietà, tutto può succedere. Se si dimostra che la nomina è avvenuta per intralciare la magistratura, non c’è impunità che tenga. Il giudice Sergio Moro ha giurato di farla finita con Lula e con il Pt: non inventa le accuse, ma le direziona a senso unico. Dilma ha proposto l’incarico a Lula perché il suo governo è in crisi profonda e spera di avvantaggiarsi del prestigio che Lula ha in alcuni settori popolari: un prestigio molto diminuito, ma ancora grande e con tratti messianici, che l’ex sindacalista ha alimentato. Voglio essere chiaro. Siamo al limite di una situazione di golpe istituzionale, c’è una forte politicizzazione della magistratura che mette in carcere gli imputati premendo su di loro finché non si pentono: così fanno dei nomi e usufruiscono della legislazione premiale.

Domenica scorsa ci sono state massicce manifestazioni contro il governo, chi è sceso in piazza?
Come hanno indicato anche inchieste dei giornali di opposizione, si è trattato in maggioranza di classe media, di destra, i giovani delle periferie anche se sono scontenti non c’erano. Per questo, come altri di movimenti molto critici col Pt, scenderò in piazza per evitare che la situazione precipiti con la caduta del governo. Però non andrò in piazza per difendere le politiche del Pt. Ne conosco bene gli ingranaggi, ci sono stato fino al 2002. Oggi i punti positivi che esistevano in passato sono quasi inesistenti. È vero, c’è la Bolsa familia che ha tirato fuori dalla povertà 70 milioni di persone, ma si è trattato di un piano assistenziale. Il Pt è stato il servo ubbidiente del peggior tipo di borghesia finanziaria, industriale, agraria, commerciale con la quale ha avuto grandi affinità elettive. Lula aveva ragione quando ha detto che durante i suoi governi le banche sono diventate ricche come mai prima. Ha avuto una relazione ombelicale con la borghesia delle grandi opere. La tragedia per il Pt è stata che questa situazione ha coinciso con l’operazione Lava Jato che ha portato in carcere anche i grandi costruttori. Il Pt ha voluto flirtare con il demonio, ma ora il demonio ha preso il sopravvento e sta cercando di portarlo all’inferno. E questo, purtroppo, data la situazione di debolezza alla sua sinistra, ci penalizza tutti.

Il giudice Moro ha anche colpito in alto, non solo a sinistra, come mai?
Il suo è un moralismo di destra, crede in un capitalismo pulito, come se la corruzione e il malaffare non ne fossero un tratto costitutivo.

Cosa può succedere con Dilma? Le destre chiedono l’impeachment?
Il parlamento brasiliano vive il suo momento peggiore, inficiato dal pentecostalismo reazionario e corrotto. E da lì deve venir fuori la commissione che deve decidere se procedere con l’impeachment e decidere con maggioranza dei 2/3. Ma le destre spingono perché Dilma se ne vada prima

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