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Eredità missina e destra di governo

In Fratelli d’Italia non alberga soltanto l’eredità missina, ma anche quella della Nuova Destra anni ’70; ed è questo un punto analitico da considerare con attenzione quando ci si riferisce all’estraneità della destra di governo al contesto costituzionale.

In questo caso siamo di fronte a qualcosa di diverso rispetto alla capacità di manovra di cui pure il MSI disponeva, ma partendo da una posizione minoritaria e subalterna alle correnti di destra della DC.

L’intreccio tra l’eredità del MSI e quella della “Nuova Destra” anni ’70 richiede un confronto di tipo costituzionale non limitato al quadro istituzional-parlamentare (com’è avvenuto nell’occasione dell’incontro Governo/Opposizioni sul salario minimo) o di decentramento amministrativo (nel sistema degli Enti Locali) all’interno di un profilo sistemico che sempre di più sta assumendo dimensioni bipolari (beninteso: non necessariamente bipartitiche).

L’inoltrarsi nel ruolo di governo da parte di una destra che conserva nel simbolo la fiamma del MSI e conta nelle sue fila esponenti dei gruppi estremisti anni ’70 richiede un surplus di analisi per quanti intendono opporsi a questo stato di cose.

La fase può essere considerata di “deriva” oppure si tratta di un semplice passaggio di alternanza in un quadro complessivo, a livello europeo, di crisi del tradizionale impianto liberaldemocratico fondato sull’alleanza tra popolari e socialdemocratici?

Naturalmente scrivendo questo intervento non si rivendica per un tema così complesso alcuna capacità di definizione risolutiva, sul piano teorico e su quello della prospettiva politica: si può affermare, infatti, come questo testo risulti semplicemente un intento di testimonianza di una esigenza analitica (e di una conseguente indicazione politica) di grande urgenza.

La destra doppiamente ex (missina e nuovelle droite) è salita al potere, in Italia, dopo una lunga fase di emarginazione e – successivamente – di partecipazione subalterna ai governi guidati ed egemonizzati da Forza Italia, partito-azienda guidato con tratti quasi esclusivamente personalistici, in nome di un populismo televisivo che si intendeva “truccare” con aspirazioni liberali.

Il tentativo di ribaltare quel quadro determinato, dopo la trasformazione del MSI in AN e la confluenza nel PDL, è fallita proprio perché nel nostro Paese l’area di riferimento di quell’operazione rimane, sul piano dello spazio elettorale, assolutamente esigua.

Mentre a destra lo scioglimento della DC ha lasciato ampio spazio allargato da fattori culturali e politici succedutisi nel tempo e alimentati – prima di tutto – dal populismo dell’antipolitica e dal disprezzo prima di tutto verso il Parlamento (risalta su questo punto il grave errore commesso dal PD nel seguire il M5S nell’operazione riduzione nel numero dei parlamentari. Giudizio negativo questo dato per ragioni di valore politico prima ancora che tecnico sul terreno della riduzione della rappresentanza).

La rottura del PDL ha così dato origine anche a Fratelli d’Italia: in un primo tempo apparente ritorno all’antica sponda missina dalla vocazione minoritaria.

La lezione impartita all’interno del periodo dell’egemonia berlusconiana è stata però appresa dagli esponenti del nuovo partito: ricordiamo come Giorgia Meloni e Ignazio La Russa furono ministri nel governo presieduto dal patron di Mediaset.

Luigi Fasce nel suo prezioso testo “L’identità dei partiti al vaglio della Costituzione” definisce così Fratelli d’Italia: “Il riferimento statutario è nel solco del conservatorismo della destra storica, con emblematico riferimento alla “Nazione” invece che alla Costituzione e con fiamma tricolore simbolo del MSI di Almirante”.

Dalla significativa sintesi elaborata da Fasce se ne trae l’indicazione che se si intende analizzare la realtà dell’attuale destra di governo è necessario risalire all’analisi delle coordinate ideologiche e strategiche del Movimento Sociale Italiano.

Il Movimento sociale italiano è stato un partito politico italiano fondato ufficialmente il 26 dicembre del 1946 da reduci della Repubblica Sociale Italiana come Giorgio Almirante (che ne fu segretario per due volte), Pino Romualdi ed ex esponenti del regime fascista.

La sua ispirazione è di destra di stampo conservatore. Dall’anno successivo ha avuto come simbolo la Fiamma Tricolore che in molti hanno identificato in quella che arde sulla tomba di Mussolini, riferimento questo sempre contestato.

Il mondo politico-culturale della destra italiana è stato per lungo tempo trascurato dalla comunità scientifica.

Paradossalmente è stato dedicato più spazio al versante della “Nuova Destra” e a quella dell’area radicale e terrorista.

La Nuova Destra , emersa nel corso degli anni ’70 sulla scia della Nouvelle Droite francese, ha sicuramente rappresentato il contributo intellettualmente più originale e articolato di riflessione e rielaborazione delle coordinate ideologiche della destra: da questo filone di ricerca era però rimasto estraneo il Movimento Sociale Italiano che a destra rimaneva comunque la parte più strutturata e corposa.

Vi era molta differenza tra il Movimento Sociale e le due aree della Nuova Destra e di quella radicale e terrorista, pur nella contiguità di appartenenza d’area politica.

Il MSI, infatti, era strutturato secondo il classico modello duvergeriano del “partito di massa” inquadrando centinaia di migliaia di iscritti.

La Nuova Destra si era strutturata come insieme di “piccole sette” (comprendenti anche i piccoli gruppi golpisti e terroristi) o come “comitati” di contromobilitazione moderata (la “maggioranza silenziosa”) o reazionaria (“Avanguardia Nazionale”, “Ordine Nuovo”) .

In merito alla strategia politica occorre ancora distinguere:

a) il MSI si poneva in alternativa al sistema dei partiti uscito dall’Assemblea Costituente (il cosiddetto “arco costituzionale”) pur non disdegnando incursioni in quel campo (governo Tambroni, elezione di Leone) accettando e praticando le regole parlamentari;

b) la Nuova Destra si dichiarava estranea rispetto al sistema e proclamava il superamento degli istituti liberaldemocratici attraverso un processo “metapolitico” di egemonizzazione culturale (processo tornato a galla nel corso delle ultime settimane) e di ridefinizione ideologica.

Nonostante le affinità culturali tra le due aree del MSI e della Nuova Destra è bene ricordare anche come si concretizzasse la differente impostazione appena enunciata:

1) Nel MSI il riferimento “evoliano” era tutto sommato di tipo superficiale e strumentale, un semplice omaggio postumo. Per la Nuova Destra invece il pensiero di Evola viene ridimensionato per la sua impostazione anti-moderna;

2) Nella Nuova Destra sono risultati assenti alcuni cardini della cultura missina (pensiero giuridico: Rocco e Costamagna; pensiero filosofico Gentile e Spirito). Riferimenti tratti direttamente dalla “mistica” fascista.

Per comprendere meglio lo stato delle cose nell’attualità va ricordato come la delimitazione tra queste diverse entità (MSI e Nuova Destra, con le appendici radicali e terroriste) è stata sempre labile e incerta, con frequenti passaggi di confine tra il partito e le diverse organizzazioni esterne.

In Fratelli d’Italia queste componenti hanno trovato un punto di riunificazione, tanto è vero che molti suoi esponenti provengono dalle aree esterne al MSI e – ad esempio – le annotazioni polemiche riguardanti la celebrazione della strage di Bologna sono state avanzate seguendo la traccia lasciata dalla P2 di Licio Gelli piuttosto che da quella elaborata, a suo tempo, dal MSI.

In eredità dal MSI la destra di governo sta incontrando difficoltà a muoversi sul terreno economico.

Non basta, infatti, proclamarsi “liberisti” o “conservatori” sul modello reaganian-tachteriano. Pesa infatti la logica populista-corporativa (Brancaccio ha definito bene: equilibrismo al servizio dei due padroni, quello liberista e quello corporativo dei tassisti, dei balneari, ecc), oltre a soddisfare la necessità della “vocazione sociale” del fascismo repubblichino (da questo punto le incertezze sul salario minimo e la vocazione tratta direttamente dall’ultimo Mussolini ‘socializzatore delle imprese’ di cui Angelo Tarchi – nonno di Marco Tarchi, ideologo della nuova destra italiana – era il ministro dell’Economia Corporativa).

Egualmente risalta la difficoltà sul piano europeo: il progetto di trasmigrazione dei conservatori in una maggioranza con i popolari appare di non facile praticabilità e il PPE non appare appieno disponibile.

L’esito delle elezioni spagnole, ad esempio, ha indicato come concreta il ripresentarsi della necessità di formare di nuovo la “maggioranza Ursula”, cui i conservatori (orbi del partito britannico) non parteciparono anche perché FdI stava all’opposizione del governo Draghi.

Adesso, invece, le elezioni europee si svolgeranno con FdI al governo e si tratterà di una situazione molto diversa.

Inoltre sarà difficile realizzare il tentativo ultra-atlantista di far coincidere NATO/UE cercando di spostare l’asse verso il gruppo di Visegrad, del resto diviso nell’appoggio all’Ucraina.

Quanto fin qui indicato potrebbe rappresentare (scontati tutti i limiti del caso sul piano dell’esposizione) un contributo di riferimento per l’avvio del dibattito a sinistra in vista della scadenza europea 2024.

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