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Il Giappone riscopre la vocazione militarista

Il Giappone, da oggi, torna con decisione tra le potenze militari. Al pari della Germania, dopo la tremenda lezione subita con la seconda guerra mondiale, aveva sostanzialmente rinunciato a possedere forze armate che andassero al di là delle strette necessità della difesa. In buona parte, questo atteggiamento pacifista, corroborato dalla Costituzione locale, era facilitato dall’essere saldamente al riparo dell’”ombrello” militare statunitense.

Ora il governo revanscista e reazionario di Shizo Abe rompe il tabù vigente da oltre 70 anni. Da oggi infatti entra in vigore la legge sulla “sicurezza militare”, approvata lo scorso settembre tra dure contestazioni, in Parlamento e nelle piazze.
In particolare, la legge prevede che – oltre ovviamente ai casi di aggressione diretta al Giappone – le forze di “autodifesa” saranno autorizzate ad intervenire anche all’estero, se ci dovessero essere minacce dirette verso li Stati Uniti e altri paesi alleati. È uno scenario “legale” simil-Nato, ma con larghi spazi di autonomia per una eventuale – e tutt’altro che improbabile – politica militare indipendente e aggressiva nei confronti di paesi “non alleati”. In primo luogo contro Cina e Corea del Nord.
Con Pechino, da qualche anno, si è accentuato il contrasto sia sul terreno economico (ma se ne parla poco, sui media occidentali), sia per il possesso delle isole Senkaku (in giapponese) o Diaoyutai (secondo la dizione cinese), disabitate ma con fondali marini ricchi di giacimenti di gas.

La legge è stata duramente criticata in Parlamento dal partito democratico e dal partito comunista (11,37% alle elezioni del 2014), entrambi all’opposizione. E senza dubbio questa ventata militarista sarà un tema dirompente nella battaglia elettorale estiva, quando si dovrà rinnovare metà dei seggi alla Camera Alta.

Per la Costituzione giapponese, infatti, ogni cambiamento richiede una maggioranza dei due terzi. E il riarmo del paese, ma soprattutto l’invio di truppe all’estero, è questione che richiede una modifica della Carta. L’attuale coalizione governativa, formata dai Liberal Democratici e dal partito Nuovo Komeito, pur avendo la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, non ha tuttavia i due terzi in entrambe le aule del Parlamento. Quindi le elezioni estive diventano decisive.

L’appuntamento non arriva nel momento migliore, per il governo di Abe. La sua politica economica – un disperato quantitative easing di grande impegno finanziario – non ha affatto portato il Sol Levante fuori dalla deflazione che dura da quassi un quarto di secolo. E nonostante il nazionalismo prepotente del premier, l’avventurismo militare resta ampiamente impopolare nel paese. Secondo un recente sondaggio della Kyodo News, il 49,9% degli interpellati si è dichiarato contrario alla legge, mentre il 39% è favorevole.

C’ è dunque una buona possibilità che Abe non mangi il panettone (o come si chiama l’equivalente nipponico) da premier.

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