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Burkina Faso: l’Africa prima preda del terrorismo jihadista

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L’ennesimo “attacco jihadista alla nostra civiltà”, dello scorso 17 agosto a Barcelona, con la morte di 13 persone e il ferimento di svariate decine, era stato preceduto, il 13 agosto, dai 19 morti e 20 feriti falciati dalle armi automatiche di due giovani islamisti sul Kwame N’Krumah, gli “Champs Elysees” di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. I titoli a nove colonne dei quotidiani di regime, il 18 agosto, per l’attacco “ai valori del mondo occidentale”, erano stati preceduti, il 14 agosto, da distaccati titoli e scarne notizie nelle cronache “dal mondo” e, nel secondo caso, il sostantivo non era accompagnato dalla specificazione di quale “mondo” si trattasse: si dà sempre per acquisito che non sia il “nostro mondo”.

Un anno e mezzo prima, il 16 gennaio 2016, sempre a Ouagadougou, il primo pesante attacco alla capitale burkinabè, rivendicato dal gruppo Al-Mourabitoune, affiliato alla rete maghrebina di Al Qaeda, aveva provocato 29 morti e oltre 150 feriti, seguendo un copione – attacco a tre diversi ristoranti e alberghi – già visto a Parigi nel novembre 2015 e, pressoché in contemporanea, all’hotel Radisson Blu di Bamako, in Mali, rivendicato sempre da Al-Mourabitoune.

Pochi giorni fa, Amnesty International parlava di almeno 381 persone ammazzate dalla primavera scorsa a oggi – il doppio rispetto ai cinque mesi precedenti – in vari attentati suicidi portati in Camerun e Nigeria da Boko Haram, l’organizzazione jihadista con base in Nigeria affiliata allo Stato islamico. Lo scorso anno, Le Monde Afrique scriveva che, a partire dal 2009, Boko Haram avrebbe ucciso almeno 20mila persone tra Nigeria, Niger, Camerun e Ciad. Da tempo l’Unicef denuncia che sempre più bambini e bambine vengono rapiti da Boko Haram e impiegati in attentati suicidi: già tra il 2014 e il 2015 il numero delle giovani vittime costrette a compiere attentati era decuplicato: da 4 a 44 e un attacco su cinque viene fatto compiere da giovanissimi.

Gli attacchi in Burkina Faso sembrerebbero testimoniare di un allargamento “geograficamente lineare”, ora, del raggio d’azione di Boko Haram, anche se gli attentati, per la verità, pur nell’indifferenza occidentale, non hanno mai risparmiato, accanto a Nigeria, Camerun, Niger e Ciad, nemmeno Libia, Egitto, Costa d’Avorio, Mali, Somalia, Kenya, Tunisia e Burkina Faso. Il Burkina Faso, secondo Jeune Afrique, sembrerebbe oggi costituire il nuovo “anello debole” in Africa.

I due giovani attentatori del 13 agosto, arrivati in moto sul luogo dell’attacco, hanno aperto il fuoco sulla terrazza del caffé-ristorante Aziz Istanbul: a dispetto dei media fondamentalisti occidentali e del loro “scontro di civiltà”, ancora una volta l’obiettivo è stato un cosiddetto caffè “halal”, frequentato da musulmani: tra le vittime, due kuwaitiani, tra cui l’imam della Grande Moschea di Kuwait City e un imam burkinabé. Secondo Jeune Afrique, tra Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (GSIM) – un raggruppamento recente di Al Mourabitoune, Ansar Eddine e la katiba Macina sotto la bandiera di Al-Qaeda Maghreb Islamico – Stato islamico nel Sahara e il movimento locale Ansarul Islam, sarebbe in atto una sorta di competizione nella capacità di colpire. Tutte le organizzazioni “vogliono dimostrare di poter operare al di fuori del Mali: il Burkina Faso è dunque diventato un obiettivo prioritario. Fragile dalla caduta di Blaise Compaoré, il paese sembra costituire la preda scelta dalla piovra terrorista”, dichiara Cynthia Ohayon, del Gruppo internazionale di crisi, omettendo di dire che quella di Compaoré non era stata una “caduta”, ma una cacciata a furor di popolo del presunto assassino di Thomas Sankara.

Comunque sia, dall’inizio dell’anno si sono verificati almeno una decina d’attacchi nel paese, portati soprattutto dal Niger e dal Mali, nel nord del paese, preda preferita di Ansarul Islam, il nuovo arrivato tra i movimenti jihadisti nel Sahel. Secondo Cynthia Ohayon, il paese “paga le conseguenze del dubbio e precario accordo tra Compaoré e i gruppi jihadisti. A capo del paese per ventisette anni, mediatore nella sottoregione, l’ex capo di stato manteneva rapporti con tutti gli attori, anche i meno raccomandabili”. Iyad Ag Ghali (capo di Ansar Eddine) era di casa a Ouagadougou, dove arrivava regolarmente con i suoi uomini e qui “li si lasciava operare in traffici mafiosi: in cambio, loro non attaccavano il Burkina.

Caduto Compaoré, hanno perso il loro protettore”, dichiara a Jeune Afrique il colonnello a riposo Jean-Pierre Bayala. I contatti venivano mantenuti dal mauritano Mustapha Limam Chafi, influente consulente-ombra di Compaoré, che operava come emissario per il rilascio degli ostaggi. L’intero sistema di intelligence in Burkina Faso era diretto dall’ex Capo si stato maggiore Gilbert Diendéré, con agenti “in ogni villaggio, in ogni moschea. Anche in mezzo al deserto”. Un sistema di intelligence efficace, anche se artigianale, crollato con la partenza di Compaoré e l’arresto di Diendéré nel 2015, per il tentato colpo di stato; mentre la nuova Agenzia nazionale di intelligence, messa in piedi nel marzo 2016, scrive ancora Jeune Afrique, “non ha ancora raggiunto la sua velocità di crociera”.

La vulnerabilità del Burkina Faso, notano gli osservatori, è preoccupante per tutta la sottoregione ed è quindi sul confine tra Burkina Faso, Mali e Niger che è stato deciso di dislocare una forza di 5.000 uomini del G5 Sahel. Un’iniziativa, scrive Jeune Afrique, che ha il merito di essere africana, ma che non basta a rassicurare: dei 423 milioni di euro necessari, sono stati raccolti poco più di 100 milioni.

Una sorta di “piano Marshall”, come l’hanno definito in Burkina Faso, contro gli attacchi jiadisti nel Sahel, elaborato nei giorni scorsi a Ouagadougou alla presenza di esperti e militari di una dozzina di paesi del Sahel (e anche europei), cui ha partecipato anche l’ex “Sankara ghanese”, Jerry Rawlings. “Il Sahel e l’Africa occidentale in particolare sono stretti tra due macigni: il terrorismo e i trafficanti di droga”, ha affermato il professor Zakaria Ousmane Ramadane, ex funzionario di sviluppo delle Nazioni Unite, invitando “a formulare strategie innovative” e trovare “strumenti per l’analisi strategica e la prevenzione delle minacce”.

Intanto, mentre i volontari dell’organizzazione statunitense “Peace Corps” hanno annunciato, a inizio settembre, la loro partenza dal Burkina Faso, in ragione proprio degli ultimi attentati, altre organizzazioni “umanitarie” fanno il loro ingresso nel paese e, più in generale, nel continente africano. Col progetto “Partenariato per la trasformazione agricola inclusiva in Africa” (PIATA), scrive africanews.com, finanziato sostanzialmente dalla Fondazione Bill et Melinda Gates, Rockefeller e Agenzia USA per lo sviluppo internazionale (USAID: l’agenzia che tanto ha fatto per lo “sviluppo democratico” in ogni parte del mondo, a cominciare dai golpe in America Latina), 280 milioni di dollari verranno stanziati per una “rivoluzione” – questa volta “verde”, dopo quelle arancioni, delle rose, dei tulipani, per la “formazione di quadri” liberali nell’ex URSS – in 11 paesi africani, tra cui Ghana, Nigeria, Mali, Burkina Faso.

Dietro l’evangelico “L’Africa ha bisogno di una rivoluzione agricola, che colleghi milioni di piccole aziende al business agroalimentare”; incuneando l’apostolico “creare catene di esteso approvvigionamento alimentare”; ricorrendo al gioco di prestigio par excellence dei “posti di lavoro e opportunità economiche per grandi segmenti della popolazione”, si affonda ben più prosaicamente con una “iniezione di risorse finanziarie nella trasformazione della catena del valore agroalimentare”.

Il tutto per “rilanciare una nuova fase di industrializzazione per l’agricoltura africana”, che spiani ancor più la strada alla penetrazione “indiretta” del capitale finanziario straniero – dato che “meno del 1% dei crediti bancari sono orientati verso il settore agricolo” – e a quello diretto dei monopoli agroalimentari occidentali che, con aperte politiche di dumping, decretano la fine di qualche milione di piccolissimi agricoltori locali, impongono a “41 milioni di piccoli proprietari” cosa produrre, ma soprattutto cosa non produrre, delle merci che devono essere importate da USA e Europa e decretano alle imprese locali tipo e misura di produzione, decidono interventi di rapina, cambi di regimi e massacri di intere popolazioni da parte di ras indigeni, imposti dai monopoli a salvaguarda dei loro extraprofitti.

Ed è su questa stessa linea che, per presentare la 2° Settimana delle attività minerarie dell’Africa occidentale, che si svolgerà dal 28 al 30 settembre a Ouagadougou, il Ministero delle miniere e delle cave ha fatto sapere che lo Stato mira a “promuovere il potenziale geologico e minerario del Burkina Faso presso investitori nazionali e internazionali”. Un settore minerario che costringe ancora molte persone a dedicarsi a scavi artigianali, che troppo spesso provocano incidenti, come la frana costata la vita a 8 persone e il ferimento ad altre 5, lo scorso 26 agosto, al campo aurifero di Nagriré, nella zona centrale del paese.

Nonostante il divieto di estrazione per lavaggio della sabbia aurifera durante i mesi invernali, scrive africa24monde, le frane sono frequenti in questo periodo e le autorità stanno lottando per controllare lo sfruttamento selvaggio dell’oro, esercitato da oltre un milione di persone, in un paese di 17 milioni di abitanti che, da “ex” colonia francese, continua a subire gli effetti del colonialismo europeo, al pari degli altri 13 paesi (Bénin, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo, che costituiscono l’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale e il cui istituto d’emissione è la BCEAO; Camerun, Repubblica Centrafricana, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale e Ciad, che costituiscono la Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale, con la Banca BEAC) sottomessi al diktat del Franco CFA, cui è molto improbabile sia estraneo anche l’assassinio di Thomas Sankara e, oggi, le “imprese” di Boko Haram.

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