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Il referendum catalano svela le ambiguità di Podemos e Colau

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Dopo aver incubato per alcuni anni, nei giorni scorsi la maggioranza indipendentista del Parlament – i liberal-conservatori del PDeCat, i socialdemocratici di Erc e la sinistra radicale della Cup – ha dato avvio ad un processo di ‘disconnessione’ politica ed istituzionale da Madrid e dalla sua legalità attraverso l’approvazione di due importanti leggi.

La prima convoca il Referendum per il 1 Ottobre, istituisce una commissione elettorale catalana, formula il quesito (che sarà in tre lingue: catalano, castigliano e aranese) e chiarisce i criteri di selezione degli aventi diritto al voto. Il secondo provvedimento stabilisce invece i caratteri e le forme della fase di transizione che seguirebbe ad una eventuale affermazione dei Sì: la proclamazione di una Repubblica Catalana e poi l’entrata in vigore di una Costituzione provvisoria improntata ad una sostanziale continuità con quanto stabilito dall’attuale Statuto di Autonomia, prima che un’Assemblea Costituente ne approvi una versione definitiva.

Ovviamente i partiti nazionalisti spagnoli – popolari, socialisti e Ciudadanos – e gli apparati dello Stato non hanno alcuna intenzione di permettere la celebrazione del voto popolare, non riconoscono ai catalani il diritto all’autodeterminazione.

La Corte Costituzionale di Madrid ha immediatamente sospeso le deliberazioni del Parlament dichiarandole incostituzionali, mentre la Procura di Madrid ha denunciato il presidente del Govern e tutti i suoi ministri, nonché la Presidente dell’Assemblea Catalana. La magistratura e il governo hanno anche direttamente minacciato tutti i sindaci catalani e gli alti funzionari della Generalitat avvertendoli che in caso di ‘disobbedienza’ le conseguenze penali ed economiche sarebbero consistenti. Il Ministero degli Interni ha ordinato alla Guardia Civil – la polizia militarizzata – e ai Mossos d’Esquadra di impedire la preparazione e la realizzazione della consultazione popolare. Mentre in molte città catalane centinaia di militari armati sono stati dispiegati nelle strade, agenti della ‘Benemerita’ hanno realizzato due blitz alla ricerca del materiale elettorale ‘fuorilegge’. La prima irruzione è avvenuta in una stamperia nella località di Costantì, vicino a Tarragona, nella quale però gli agenti non hanno trovato nulla di incriminante. Il secondo intervento invece ieri nella sede di un settimanale, El Vallenc, lungamente perquisita e resa inaccessibile; il direttore Francesc Fábregas è stato denunciato.

L’intervento della Guardia Civil ha provocato una mobilitazione popolare che ha portato in piazza negli ultimi giorni alcune migliaia di manifestanti indipendentisti che oltre a denunciare la repressione e la violazione della libertà di stampa hanno anche messo in ridicolo la scarsa efficacia dei blitz della ‘Benemerita’. Da vedere cosa faranno i Mossos d’Esquadra, se obbediranno al Conseller per la sicurezza catalano oppure se eseguiranno agli ordini del Ministro dell’Interno spagnolo. Finora gli agenti della polizia autonoma, guidati dall’indipendentista Pere Soler, hanno tenuto un profilo basso ma nei prossimi giorni dovranno schierarsi.

Mentre sui muri delle città spagnole si moltiplicano le ‘pintadas’ contro i catalani, correlate di fasci, svastiche e quant’altro, il premier Mariano Rajoy non ha scartato il ricorso all’articolo 155 della Costituzione Spagnola, che concederebbe al governo centrale la facoltà di sospendere lo Statuto di Autonomia della Catalunya e di fatto porterebbe al commissariamento della Generalitat.

E’ evidente che il gioco si stia facendo improvvisamente duro. L’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale sta gradualmente sgomberando il campo da tatticismi e ambiguità che hanno fin qui segnato lo schieramento di alcune forze politiche e sociali sia di ambito locale che statale. Se quasi tutte le forze della sinistra di classe sono schierate a favore della celebrazione del referendum e del voto a favore dell’indipendenza, lo stesso non si può dire per la grande borghesia catalana, che invece osteggia il cosiddetto “Procès”. Alcuni settori dello stesso partito del President Carles Puigdemont, quel PDeCat che rappresenta la media e parte della piccola borghesia catalana, sembrano soffrire il muro contro muro e potrebbero rinunciare ad andare fino in fondo se i rischi dell’operazione dovessero farsi eccessivi.

Ma l’avvicinarsi del Referendum sta mettendo in evidenza soprattutto le ambiguità e gli alibi su cui si fonda la posizione di Podemos e provocando non pochi problemi ai ‘morados’ che già su altri temi – l’Unione Europea, la Nato, la politica economica – hanno da tempo abbandonato l’approccio radicale originario. La posizione di Pablo Iglesias e dei suoi, lodevolmente e diversamente da quella difesa dal resto della classe politica spagnola, è stata sempre quella del sostegno al diritto di autodecisione dei catalani e delle altre nazionalità. Podemos si oppone quindi alla repressione e alla conculcazione dei diritti del popolo catalano. Una posizione di principio ‘federalista’ e ‘democratica’ che ha svolto per qualche anno la propria funzione all’interno del panorama politico spagnolo. Ma ora che dal dibattito tra posizioni di principio si è passati alla necessità di schierarsi su atti e comportamenti politici concreti, la linea di Iglesias non tiene più.

Podemos, così come del resto “Catalunya en Comú”, il movimento nato attorno alla sindaca di Barcellona Ada Colau, insistono sul fatto che il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, che pure affermano di riconoscere, debba essere esercitato esclusivamente con il consenso dello Stato e della maggioranza del Parlamento Spagnolo, e nel rispetto della Costituzione e della legalità. Il problema – insormontabile – è che la Costituzione varata nel corso del processo di autoriforma del franchismo impedisce un referendum sull’autodeterminazione dichiarando lo Stato indivisibile ed affidando alle forze armate il compito di proteggerne l’unità. Ciò implica che un referendum per l’autodeterminazione dei catalani, o dei baschi, che goda del consenso dello Stato Spagnolo – così come avvenuto in Scozia, per intenderci – potrebbe svolgersi solo dopo un’eventuale riforma costituzionale. Ma la Spagna non è la Gran Bretagna, e neanche il Canada, che ha tollerato che gli abitanti del Quebec votassero sulla loro indipendenza più di una volta.

Considerando che la quasi totalità della classe politica spagnola è ferocemente nazionalista e quindi indisponibile a venire incontro alle richieste dei movimenti indipendentisti, non è chiaro chi, come e quando dovrebbe trasformare l’architettura costituzionale spagnola così da consentire ai catalani di poter decidere del proprio futuro.

Di fronte alla realtà dei fatti la linea del partito di Podemos si rivela un artificio retorico privo di risvolti pratici e che di fatto schiera i ‘viola’ dalla parte dello Stato contro il movimento popolare catalano. D’altronde Podemos, come del resto Izquierda Unida con la quale è alleata, non ha mai nascosto di essere contraria all’indipendenza della Catalogna e dei Paesi Baschi, e parla di una fantasmagorica ‘Spagna federale’ caldeggiata del resto in passato, almeno a parole, dalla sinistra spagnola tradizionale.

Allo stesso modo la sindaca di Barcellona, Ada Colau, se da una parte si appella a Madrid affinché consenta lo svolgimento del referendum, dall’altra ha affermato nei giorni scorsi che avrebbe consentito la mobilitazione della macchina municipale per le operazioni di voto soltanto se la consultazione avesse avuto l’imprimatur dello Stato (il che, come abbiamo visto, è impossibile) e a condizione che non comporti rischi di ritorsioni spagnole sui funzionari e i dipendenti comunali. Poi, l’altro ieri, dopo l’annullamento delle leggi votate dal Parlament da parte del Tribunale Costituzionale di Madrid, Ada Colau ha definitivamente chiuso la partita, negando la messa a disposizione dei seggi. La stessa scelta dei sindaci socialisti di alcune città della cintura ex industriale di Barcellona, mentre invece circa 650 primi cittadini e cittadine di altrettanti comuni catalani (su un totale di 947 totali) hanno aderito alla giornata elettorale sfidando il divieto di Madrid.

E’ da questo punto di vista molto significativa l’insistenza di Podemos e di Ada Colau sul “rispetto della legalità” da parte degli indipendentisti proprio quando la chiusura, l’intransigenza totale dimostrata dall’intera classe politica spagnola obbliga i promotori del Procès ad avviare una rottura con l’architettura costituzionale e istituzionale dello Stato e a creare un’altra legalità diversa e separata che accompagni la formazione di una Repubblica Catalana indipendente. D’altronde, nella storia dei movimenti di liberazione nazionale e dello stesso movimento operaio, tutte le maggiori conquiste, i più significativi progressi sono stati ottenuti grazie all’affermazione di principi di giustizia ma in rottura con la legalità vigente, cioè della cristallizzazione dei rapporti di forza nazionali e tra le classi in un dato territorio e in un dato momento storico.

Se la sinistra si chiude all’interno del recinto della legalità, come nel caso di Podemos o di Ada Colau, non solo dimostra tutto il suo conformismo ma si condanna all’inutilità e all’inefficacia, dimostrando tra l’altro quanto le proprie posizioni di principio garantiste sul piano nazionale siano poco più che alibi.

Ovviamente la linea di Iglesias e di Ada Colau sta provocando effetti tellurici sulla base delle loro rispettive formazioni politiche, provocando forti tensioni con la sezione catalana di Podemos. Podem ha nei mesi scorsi già rifiutato di aderire al nuovo partito ‘Catalunya en comù’ opponendosi all’indicazione della direzione statale del partito, ed ora la formazione della sinistra catalana sta addirittura pensando di abbandonare il gruppo ‘Catalunya Sì Que es Pot’ formato al Parlament di Barcellona insieme ai federalisti di centrosinistra di EUiA e ICV.

L’11 settembre, nel giorno della Diada, la festa nazionale catalana, Podemos ha indetto una propria manifestazione separata e oltretutto fuori da Barcellona, a Santa Coloma de Gramenet, perché non condivide i contenuti di quella convocata dall’Assemblea Nazionale Catalana, ovviamente schierata a favore dell’indipendenza. Ma Domenech e Iglesias non potranno contare sulla partecipazione dei dirigenti e dei militanti di Podem che terranno un’altra iniziativa per poi confluire nel corteo generale. Mentre Podemos insiste sul fatto che accetterà il referendum solo se esso avrà il consenso delle istituzioni spagnole quelli di Podem invitano apertamente i propri aderenti e simpatizzanti a mobilitarsi per l’affermazione del Sì all’indipendenza, andando a votare il 1 ottobre per una ‘repubblica catalana più giusta e libera dalla corruzione’. Non mancano intanto le tensioni tra Podemos e la sua sezione basca per niente convinta della posizione ‘equidistante’ assunta dalla formazione statale.

Ma anche la creatura politica guidata da Ada Colau, Catalunya en Comú, è scossa dal dibattito interno e da pronunciamenti opposti, tant’è che ieri il coordinamento nazionale del partito ha deciso di demandare ad un referendum tra gli iscritti l’atteggiamento da adottare rispetto al referendum. Gli aderenti, circa 10 mila, dovranno decidere de il partito dovrà o meno dare indicazione ai propri elettori di partecipare o meno alla consultazione del 1 ottobre. Il verdetto si saprà il 15 settembre, ma comunque vada la formazione non sosterrà la campagna per il Si.

 

Marco Santopadre

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3 Commenti


  • Eros Barone

    A questo punto, non mi stupirei più se “Contropiano”, tanto deciso nell’appoggio al referendum per l’indipendenza della Catalogna voluto dalla destra economica e politica di quella regione spagnola quanto elusivo sulle pulsioni anti-unitarie presenti nel nostro Paese, si pronunciasse per il SI’ al referendum sull’autonomia indetto per il 22 ottobre dai governatori leghisti Maroni e Zaia per conto della destra economica e politica del “Lombardo-Veneto”. In effetti, quei caporioni lavorano al fine di preparare il terreno per una secessione ‘morbida’ delle rispettive Regioni, facendo leva sull’indizione di referendum autonomisti non meno inconsistenti sul piano formale che demagogici sul piano propagandistico. Tali referendum, non richiedendo il ‘quorum’, hanno infatti unicamente valore consultivo e sono incentrati su quesiti diversi nella formulazione adottata dalle due Regioni, ma con lo stesso significato: agli elettori si chiederà di pronunciarsi pro o contro l’apertura di un negoziato col governo di Roma per il conferimento di maggiori poteri e competenze alle rispettive Regioni, avendo come prospettiva l’approdo allo statuto speciale. L’obiettivo immediato che perseguono i governatori leghisti per conto del blocco reazionario e neocorporativo che li sostiene e di cui essi sono l’espressione politica e amministrativa, non è solo quello di ottenere maggiori competenze e poteri per le rispettive Regioni in materia di scuola, ambiente, demanio idro-geologico, salvaguardia del territorio, beni culturali, strade e viabilità, ma è anche la possibilità di mantenere sul territorio una parte della tassazione che oggi finisce allo Stato, come l’Irpef. Il sogno neo-austriacante della maggioranza leghista che governa la Lombardia e il Veneto è che il 90 per cento delle tasse restino sul territorio (se si calcola che è in gioco tra lo Stato centrale e queste Regioni l’acquisizione di oltre 70 miliardi di gettito fiscale, si comprende facilmente l’entità della questione). La verità è che il progetto cripto-secessionista che si sta sviluppando in queste aree del paese dovrebbe spingere a riflettere, come marxisti, con rigore dialettico e materialista sui problemi della forma-Stato nazionale e della sua crisi (si pensi, oltre che alla Catalogna, alla Scozia e al Belgio), senza concessioni all’avventurismo e senza indulgenze verso l’infantilismo (i quali non sono altro che due varianti antitetico-speculari del medesimo opportunismo codista).



  • Marco

    Vorrei fare solo un commento a quanto scrive Eros Barone rispetto a chi avrebbe voluto il referendum.
    Se è vero che i partiti di centro destra sono fra i promotori (non si tratta del Partido Popular ma di formazioni che contano martiri e persecuzioni da parte del franchismo) non possiamo dimenticare che l’altro componente della coalizione “Junts pel Sì” (insieme per il sì) è “Esquerra Repúblicana de Catalunya – ERC” (sinistra repubblicana).
    Da sinistra e dall’esterno appoggia il governo la CUP, un movimento di candidature popolari composto da 10 persone che da extraparlamentari si son trovate ad essere l’ago della bilancia dell’indipendenza nel parlamento della Regione Autonoma della Catalogna.
    Sono veneto, vivo in Catalogna da oltre 10 anni e invito chiunque voglia capire meglio come vanno le cose quì a lasciar stare qualsiasi tipo di comparazione con l’Italia.

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