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Debiti della PA, oggi il decreto

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Un governo malato fin dall’inizio va concludendo la sua vita nel solco del peggio.

Stasera viene presentato il decreto legge che sblocca il pagamento di circa 40 miliardi di debiti della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese. Tutti avevano dato il loro okay preventivo, passaggio tranquillo e senza problemi. Cosa ti fa allora il governo-zombie? Ci infila una norma per cui a finanziare parzialmente il decreto provvederà anche l’anticipo a quest’anno della possibilità, per le Regioni, di aumentare la quota Irpef di competenza, che doveva scattare solo nel 2015. In pratica un aumento delle tasse (generalizzato, andando a colpire i redditi in proporzione all’aliquota) per pagare fatture già emesse, con poste già messe in bilancio da anni ma mai erogate ai fornitori.

Solo nella serata di ieri, di fronte alla reazione dei gruppi parlamentari, il ministro dell’Economia Vittorio Grilli – uno dei peggiori, in questo ruolo, della storia del dopoguerra – si detto disponibile a far uscire la norma dal decreto. Staremo a vedere se è vero.

Non mancano altri trucchi contabili, conseguenza degli obblighi europei che inchiodano la spesa pubblica entro parametri molto rigidi; condizione che peggiorerà a breve con l’entrata a regime del Fiscal Compact. Per esempio: buona parte del finanziamento (anticipazioni di cassa) avverrà con la concessione di prestiti di lunga durata (30 anni) a Regioni ed enti locali.

Le Regioni che ne usufruiranno saranno sottoposte a vincoli molto stretti per i prossimi cinque anni. Le risorse per assicurare la liquidità dovrebbero invece arrivare dall’emissioni di titoli di Stato (massimo 25 miliardi l’anno, per questo e il successivo). Ma per essere certi che non ci sia una spesa aggiuntiva, si provvederà a tagli lineari della spesa dei ministeri, almeno per la quota di interessi da pagare su quei titoli.

Poi si procederà con la creazione di “fondi” per assicurare la liquidità alle Regioni, che devono pagare i debiti di settori non sanitari: con una dotazione di 3 miliardi per il 2013 e di 5 miliardi per il 2014. Ma non sono soldi “regalati”, ma un prestito trentennale, con vincoli finanziari per il prossimo quinquennio (riguardanti sia la spesa che altri impegni finanziari, come prestiti e mutui).
14 miliardi (5 per l’anno in corso, 9 per il prossimo) verranno antcipati dallo Stato per pagare i debiti sanitari. Ma si tratta di cifre dall’impiego poco chiaro, visto che dovranno andare a coprire – oltre alla copertura degli arretrati – anche altri obiettivi finanziari.

Ma quanto peserà l’aumento dell’Irpef regionale? A prescindere infatti dalla data di applicazione (se già dal 2013 o dal 2015), è certo che la situazione finanziaria delle Regioni – complice la forte riduzione dei trasferimenti dallo Stato, iniziata già con i governi Berluconi – è tale da rendere automatico l’aumento dell’inposizione. Il Sole24Ore, organo di Confindustria, ha come sempre fatto subito i conti, con molta precisione. E sono pesanti.

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Redditi oltre 40mila euro: prelievo annuo a quota 1.300

di Gianni Trovati

Un raddoppio secco rispetto ai livelli attuali per l’addizionale Irpef delle Regioni. È questo l’asso finito a sorpresa sul tavolo nella bozza di Dl che prova a sbloccare la montagna dei pagamenti pubblici arretrati, e che non rinuncia all’ennesima pessima notizia per i contribuenti. La misura anticipa di due anni una previsione contenuta nei decreti attuativi del federalismo fiscale, e che in quella cornice doveva però accompagnarsi a una riduzione nelle richieste del Fisco statale.

La cornice si è persa da tempo, per cui quello che rimane è solo il rischio di un aumento generalizzato dell’imposta locale: fino al raddoppio, appunto.
Dopo il primo aumento retroattivo previsto a fine 2011, infatti, il livello ordinario dell’Irpef regionale può oscillare oggi dall’1,23% all’1,73%, mentre se passerà la nuova regola potrà volare fino a quota 3,33%: in pratica, un aumento fino al 92 % rispetto ai livelli massimi attuali. Tradotto in moneta, significa che i governatori potranno arrivare a chiedere oltre 660 euro a un reddito da 20mila, oltre 1.320 euro a chi ne dichiara 40mila e così via.

I nuovi livelli, infatti, non dimenticherebbero lo scalone dello 0,33% introdotto a fine 2011. Ed è da vedere come si potrebbero intrecciare con gli aumenti automatici, anche sopra i livelli di legge, che gonfiano l’Irpef e l’Irap nelle Regioni alle prese con il super-deficit sanitario. Una misura che per anni ha gonfiato le imposte locali dei cittadini del Lazio, e che ancora pesa sulle spalle dei contribuenti di Calabria, Campania e Molise.
La geografia delle difficoltà di bilancio, del resto, è sempre la stessa, e concentra il rischio di aumenti nelle Regioni del Sud e in realtà settentrionali come il Piemonte. Nella cornice federalista che si è persa per strada, le raffiche del rischio aumenti avrebbero dovuto escludere chi dichiara fino a 15mila euro l’anno, e quindi si trova nella prima fascia di reddito. Anche questa clausola di salvaguardia, però, rimane ancora in attesa di essere attuata.

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