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Russia: canonizzare l’era eltsiniana

Nella notte un ordigno rudimentale è stato lanciato nel territorio dell’ambasciata USA a Kiev: forse un “originale” segnale di insoddisfazione per la posizione yankee sulla questione ucraina, che a qualcuno può apparire non del tutto lineare. Molto più chiare sono invece le intenzioni dello Stato maggiore di Kiev, che sta continuando l’attacco contro alcune aree della Repubblica popolare di Lugansk, iniziato ieri. L’ex comandante della brigata Prizrak, Evgenij Ševčenko, ha avuto stamani parole di elogio per l’eroismo dei miliziani: “a Žolobok, i “prizraki” non hanno ceduto un metro di terreno!… Tutto come nel 1941, allorché si moriva, ma non ci si arrendeva!”. Nelle prime ore di stamani, forti detonazioni delle artiglierie ucraine sono state udite anche alla periferia di Donetsk.

Ora, senza perdersi in facili meccanicismi, viene però abbastanza naturale pensare che anche le cause, i motivi, gli obiettivi della guerra nel Donbass, come di tante altre vicende della storia e della cronaca postsovietiche, possano ritrovarsi in quel disegno tracciato oltreoceano alcuni decenni fa e di cui figure esaltate quali “combattenti per la libertà”, a volte inconsapevolmente, ma più spesso ben consciamente, si sono fatte prezioso strumento.

Ora, in quei decenni non del tutto lontani che segnarono la fine dell’Unione Sovietica, la situazione sociale dell’Ucraina golpista di oggi non rappresentava un’eccezione praticamente per nessuna delle Repubbliche ex sovietiche. Russia compresa.

Inflazione galoppante, svalutazione del rublo, produzione industriale praticamente ferma, disoccupazione crescente, privatizzazioni selvagge, decadenza e corruzione sfrenata delle strutture statali (meno quelle necessarie a eseguire gli ordini di Washington), forze armate ridotte al lumicino, divario pauroso tra crescita dei prezzi e salari, oppure salari non pagati per mesi e mesi. E nelle strade: banditismo, scontri armati tra gruppi malavitosi, pensionati ridotti a rovistare nei cassonetti della spazzatura o buttati in strada da chi li aveva derubati anche dell’appartamento in cambio di un “voucher di privatizzazione” buono solo a comprare due bottiglie di vodka, suicidi, sbandamento degli adolescenti… Questo e molto altro sono stati, in Russia, i “malvagi anni ’90”, che ora Naina Eltsina, vedova dell’icona della nuova Russia “liberale e democratica”, Boris Nikolaevič, invita invece a considerare “sacri”, aggiungendo che “ci si deve inchinare alle persone che vissero in quegli anni”. In quel periodo, in cui il paese “si stava sviluppando, vivere era estremamente duro” ha detto Naina, ma noi “tentavamo di costruire un paese nuovo, rafforzare la democrazia, la libertà di parola. E ciò era la base per l’ulteriore sviluppo della democrazia” ha assicurato, aggiungendo che “Gajdar adottò la terapia shock: ma lo fece come fanno i chirurghi con i malati gravi”. Chirurghi, si potrebbe aggiungere, specializzati in trapianti: nel passaggio cioè della proprietà sui complessi industriali russi dai lavoratori ai “direttori rossi”, accaparratisi con truffe e minacce i famigerati “voucher di privatizzazione” assegnati ai troppo ingenui collettivi operai.

Malati molto gravi”, ha detto Naina. Già! Solo che “la stragrande maggioranza delle persone, forse pensando appena un attimo a quelle mitiche libertà” nota il politologo Anton Khaščenko, in realtà “ce la faceva appena a mettere insieme il pranzo con la cena. Ancora oggi è difficile calcolare quanta popolazione abbia perso la Russia in quel periodo, tra morti e non nati”. Un anno fa, il demografo Vladimir Timakov, aveva parlato di quasi 20 milioni, tra morti e non nati, nella Russia eltsiniana dei “sacri anni ’90”. Non pochi ricordano come l’amministrazione municipale moscovita organizzasse scorte armate ai campi di ortaggi e verdure, per impedire il trafugamento dei prodotti, tale era la situazione nella stessa capitale. Avevano “convinto Eltsin che sarebbe stato possibile superare il sistema comunista sovietico solo facendo a pezzi il paese”, aveva detto tempo fa il leader di “Jabloko” Grigorij Javlinskij, che pure ebbe non poca parte nel periodo eltsiniano. E un altro campione dell’affarismo innalzato a pratica di famiglia, l’ex sindaco di Mosca Jurij Lužkov, aveva raccontato come, in una riunione ufficiale, il “primo privatizzatore” Egor Gajdar avesse detto che “non c’è nulla di male se una parte dei pensionati “se ne va”: anzi la società diviene più fluida”. E Anatolij Čubajs, quello dei “voucher”, dichiarò in un’intervista che, in fondo, il suo obiettivo non erano tanto le riforme economiche, quanto la distruzione del comunismo e impedire il ritorno dell’Urss. Un obiettivo, questo, assicurato quantomeno dal cosiddetto “complotto di Belovežskij”, del dicembre 1991, allorché Boris Eltsin e i presidenti ucraino e bielorusso, Leonid Kravčuk e Stanislav Šuškevič, si accordarono a tavolino per la dissoluzione dell’Urss. 

Si invita dunque a considerare “sacra” un’epoca segnata da un “presidente che ha saccheggiato un’intera generazione, arricchendo in misura inimmaginabile la propria cerchia”, come aveva detto il segretario del PCFR, Gennadij Zjuganov nel dicembre 2015, commentando l’inaugurazione del Centro Eltsin a Ekaterinburg, alla presenza di Vladimir Putin; “un uomo che aveva iniziato la propria carriera populista con la campagna contro la modesta corruzione dei funzionari di partito, divenne capo di un paese nell’epoca della corruzione e del banditismo su larga scala. Dal punto di vista dell’Occidente, Eltsin è stato il miglior presidente della Russia”. Tutti i problemi odierni più acuti, aveva detto Zjuganov “sorgono ancora oggi da quei “malvagi anni ’90”. Quel tempo vergognoso bussa di nuovo alla nostra porta, con la politica socioeconomica del governo Medvedev, sagomata secondo le forme di Eltsin e Gajdar”.

E, però, nonostante il patto apertamente sottoscritto tra potere e media “contro la società”, di cui ha parlato un conduttore televisivo del tempo, il popolo “chiedeva di tornare indietro, al socialismo”, come ricorda un esponente nazionalista all’epoca tra i più in vista, Sergej Baburin: “Non credo che qualcuno abbia dei dubbi” ha detto, “su chi avesse vinto le elezioni del 1996. Non era stato Boris Nikolaevič Eltsin”. E’ ormai assodato come solo i brogli sfacciati, poi riconosciuti sottobanco anche a Washington, avessero sottratto la vittoria al leader comunista Gennadij Zjuganov. Ancora Lužkov ha scritto che “Proprio considerando il fatto che la terapia shock avrebbe distrutto il complesso militare-industriale sovietico, gli USA raccomandavano così attivamente il modello di Gajdar”.

Dunque, oggi, scrive Sergej Aksenov su svpressa.ru citando le prole del conduttore televisivo Konstantin Semin, si sta assistendo a una “sacralizzazione delle meschinità”, con l’obiettivo di non permettere la rivincita delle “idee rosse”. Si sta procedendo alla canonizzazione retroattiva delle nullità. Quello che ieri era un comune criminale, oggi è un martire per l’idea, un combattente contro il regime totalitario. Chi ieri era un monarca senza volontà, crudele e vanitoso, oggi è un martire e un concentrato di virtù. Colui che ieri era un collaborazionista, un ausiliario dei fascisti, oggi è il cervello, l’onore e la coscienza di una qualche nazione, grande o piccola. E a lui il potere dedica “mausolei”; non sulla Piazza Rossa, per ora, ma solo a Ekaterinburg, con quel Centro Eltsin meta di pellegrinaggi per i liberali, russi e non.

Oggi sta crescendo “la generazione che non ha conosciuto direttamente né l’Unione Sovietica né gli anni ’90”, scrive Svobodnaja Pressa. Sta invece scomparendo l’altra generazione, quella che non conosceva categorie quali merce, credito, debito, mercato, privatizzazione, borsa, banca, disoccupazione, azione, killer, ipoteca, ecc; e “la catena di queste parole termina sempre con guerra: in Cecenia, Jugoslavia, Iraq, Donbass. L’espressione concentrata dell’idea di nome Eltsin è morte, guerra”…

Gli anni ’90 possono essere considerati “sacri” solo con una “lobotomizzazione di massa”, affermano al Comitato moscovita del PCFR; essi sono stati “una tra le pagine più terribili e, peggio, più vergognose, di tutta la storia della Patria, paragonabili forse solo al periodo dei Torbidi”, a cavallo tra i secoli XVI e XVII. Ma non si deve dimenticare, scrive Ivan Mizerov, come nel marzo scorso Naina Eltsina fosse stata insignita al Cremlino dell’ordine di santa Caterina martire per la sua attività umanitaria: un riconoscimento “legato nient’altro che al nome di Boris Eltsin. Gli anni ’90 sono considerati “sacri” perché lì sono le basi dell’attuale Federazione Russa e della sua classe dirigente”, insieme agli oligarchi creati dalle privatizzazioni di quel tempo; e “l’attuale sistema non ne è l’antitesi, bensì lo sviluppo”. Oggi è soltanto finito “il periodo del saccheggio selvaggio ed è iniziato quello del saccheggio organizzato”. L’attuale opposizione liberale finge “di non ricordare cosa facessero allora gli uomini al potere e il potere odierno finge di aver dimenticato cosa facessero gli uomini dell’opposizione”, quali Kasjanov o Nemtsov. A proposito di vittime, chissà se Naina Eltina, scrive ancora Mizerov, quando ha parlato dei “sacri” anni ’90, aveva in mente le centinaia di morti ammazzati alla Casa Bianca nel 1993, bombardati dai carri armati di Boris Nikolaevič, o le migliaia di morti della guerra in Cecenia.

Se questo è il quadro, nessuna meraviglia, quindi, che i deputati del LDPR di Vladimir Žirinovskij, abbiano proposto di sostituire l’attuale inno russo “Russia, nostra sacra potenza”, rimodellato sull’aria (il testo è di Sergej Mikhalkov) dell’inno sovietico di Aleksandr Aleksandrov del 1943, con quello in uso dal 1834 al 1917 “Dio, proteggi lo Zar”. Già che c’erano, i liberaldemocratici hanno chiesto anche la reintroduzione del calendario giuliano, in uso in Russia fino al gennaio 1918, allorché fu adottato quello gregoriano, una misura, affermano i “salviniani” russi, con cui “i bolscevichi violarono una tradizione storica e culturale plurisecolare, troncando il naturale corso della storia di Russia”! Le premesse per riprenderlo furono approntate nei “sacri” anni ’90.

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