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Russia: poche sorprese dal voto amministrativo

Giornata di voto amministrativo ieri in Russia. Oltre cinquemila elezioni di vari livelli hanno coinvolto 63 milioni di elettori di 80 diverse regioni. Si rinnovavano tra gli altri 26 governatori di “soggetti federali” (territori di Jakutija, Khakasija, Primore, ecc; regioni di Voronežh, Kemerevo, Magadan, Novosibirsk, Mosca ecc), i sindaci di Mosca e delle capitali di territori quali Jakutija, Abakan, Khabarovsk e i deputati di 16 parlamenti regionali.

I risultati non hanno riservato grosse sorprese, a partire dalla riconferma del putiniano sindaco della capitale, Sergej Sobjanin che, già ieri sera, con appena il 7% di schede scrutinate, si autoproclamava assoluto trionfatore con il 74% dei consensi. Nessuna sorpresa nemmeno per il proseguimento delle manifestazioni di protesta un po’ in tutte le regioni della Russia, contro l’innalzamento dell’età pensionabile; anche se, ieri, il monopolio delle scene è andato ai fans del liberale Aleksej Navalnyj.

Proprio l’opposizione alla riforma pensionistica, da anni ventilata dai ministeri economici del governo Medvedev e infine sanzionata dal discorso del 29 agosto di Vladimir Putin, poteva far temere qua e là qualche picco dei partiti d’opposizione – un’indagine congiunta del Centro di cultura politica e del PCFR (comunisti) registrava un balzo dal 15 al 26% di coloro che considerano il Presidente come il principale motore dei cambiamenti antipopolari – ma anche questo è stato molto contenuto.

Stando ai primi conteggi, il PCFR sarebbe in testa in alcune assemblee regionali (Khakasija: oltre il 30%; Uljanovsk: oltre il 40%; Irkutsk: 36%, raddoppiando i consensi rispetto alle precedenti amministrative); in altre, i suoi candidati hanno trionfato con l’appoggio del partito presidenziale “Russia Unita”; in alcune regioni (Primore, Khabarovsk) si andrà al ballottaggio per la scelta del Governatore, mentre in quella di Orël, il candidato zjuganoviano era dato nella nottata a oltre l’80% dei consensi. Nella regione di Rostov sul Don, il PCFR denuncia manovre equivoche da parte degli scrutatori di “Russia Unita” e in altre lo scrutinio sarebbe stato sospeso (ma poi ripreso) per “troppo evidenti perdite” del partito di governo.

“Il partito di potere perde posizioni” ha osservato il membro del Presidium del PCFR Dmitrij Novikov; “e Russia Unita non è riuscita a compensare la perdita di voti nemmeno ricorrendo a vari partiti-civetta. Il PCFR è percepito dai cittadini come alternativa al partito di governo”. E Sergej Obukhov: “Dopo queste elezioni, una nuova realtà politica ha preso forma. Tre governatori, nominati direttamente dal Presidente, non sono riusciti a vincere al primo turno. Ciò dimostra che si sta sgretolando il perno dell’attuale sistema politico: il consenso al Presidente Putin, grazie soprattutto al suo sostegno alla riforma pensionistica”.

In effetti, il “correttivo” presidenziale – “limitare” l’elevamento dell’età pensionabile per le donne, dagli attuali 55 anni a 60 e non 63, come previsto dal progetto di riforma, lasciando inalterato l’innalzamento da 60 a 65 anni per gli uomini – è stato ridicolizzato dall’opposizione di sinistra e le proteste sembrano aver inciso qua e là sul voto, considerando anche che la tornata amministrativa è tradizionalmente più “varia” rispetto alle politiche o alle presidenziali.

Per quanto riguarda Mosca, anche il candidato sindaco del PCFR, Vadim Kumin (la sua campagna elettorale si è appuntata sul problema abitativo e la mancanza di alloggi ad affitti accessibili) è stato boicottato dagli altri partiti comunisti, al pari di Sobjanin e compagnia. “Tra i 5 candidati a sindaco di Mosca”, aveva detto ad esempio il “Nuovo movimento comunista”, “non ce n’è uno che rappresenti la classe operaia, i lavoratori moscoviti e i migranti. I nomi scritti sulle schede elettorali vengono tutti dal grande business e dall’alta burocrazia. Dare il voto a qualcuno di essi, significa sostenere il sistema. Se sarete obbligati a recarvi alle urne sotto minaccia di licenziamento, annullate la scheda”. Il movimento “Alba Rossa” aveva diffuso un manifesto che diceva “Moscovita, ricorda, andando alle urne e votando per uno dei grassi gatti, uno dei ricchi vampiri (altro non c’è sulla scheda), tu sostieni il regime borghese anti-popolare con tutte le sue “riforme”, “ottimizzazioni” e privatizzazioni!”. Insomma: a sinistra, come era stato per le elezioni del Presidente, si invitava a boicottare il voto.

Proprio sul nodo dell’affluenza, infatti puntava ancora una volta “Russia Unita”: lo aveva fatto soprattutto in occasione delle presidenziali del marzo scorso. Questa volta, ad esempio, a Togliatti, “Russia unita”, rivolgendosi agli operai della “Avtovaz”, non chiedeva il voto, ma solo di andare a votare, attirandoli con la prospettiva di poter vincere una “Lada-Granta”. Era già accaduto un anno fa, in occasione del voto amministrativo in altre regioni: allora si promettevano smartphone e automobili. Al momento, “Russia unita” non ha certo timori di sconfitte; ma l’affluenza è vista come la certificazione popolare della fiducia nelle proprie scelte.

Anche se non è proprio così. Secondo l’Istituto Levada (da tempo, considerato però “agente straniero”, dotato di finanziamenti non statali) una buona metà di russi è altamente preoccupata della crescita di disoccupazione e diseguaglianza sociale, insieme all’aumento dei prezzi e alla non accessibilità all’istruzione non gratuita.

E’ ormai alle spalle l’epoca d’oro dell’unione della Crimea e della guerra vittoriosa in Siria; dunque, è tempo di preoccuparsi di ciò che è sotto gli occhi di tutti”, notava “ROTFront”. Con l’innalzamento “dell’età pensionabile, la perdita di lavoro per i russi in età pre-pensionabile diventa un incubo. Come trovare un lavoro quando hai già 60 anni?”. Tra l’altro, per ribadire l’orientamento del sistema, proprio alla vigilia del voto Putin ha proposto di ridurre la durata degli assegni per disoccupazione: tre o sei mesi per tutti, a eccezione dei lavoratori in età pre-pensionamento, per i quali rimane di 12 mesi; in compenso, l’assegno sale da 4.900 a 11.000 rubli, al livello del minimo ufficiale di sopravvivenza.

Significativo, nota Svobodnaja Pressa, che a favore della riforma pensionistica si siano pronunciati gli oligarchi dei maggiori consorzi del paese, da Rostekh, a Rosneft, (la più grossa compagnia petrolifera russa, che ha rastrellato tutte le altre imprese “minori”. Il suo capo, Igor Sečin, valutato a 2.000.000 di rubli al giorno, due anni fa riuscì a far incriminare il liberale Ministro per lo sviluppo economico, Aleksej Uljukaev, che tentava di impedirgli l’acquisizione di Bašneft) a Rosatom, Transneft, Gazprom.

Nonostante solo nei primi sette mesi del 2018 le entrate russe da esportazioni di greggio siano aumentate del 33,9% rispetto al 2017, ammontando a 71,2 miliardi di dollari; quelle da vendite di benzina siano cresciute del 26,6%, fino a 1,5 miliardi di dollari; del gasolio del 39%, pari a 19,4 miliardi di dollari; del gas naturale liquefatto del 70%, arrivando a 2,835 miliardi di dollari; nonostante ciò, la situazione della classe operaia e degli altri lavoratori continua a peggiorare, mentre il grosso capitale emigra verso i paradisi fiscali.

Nella sostanza, scrive Anton Čablin ancora su Svobodnaja Pressa, “gli oligarchi hanno mostrato al Cremlino chi è che comanda in Russia”.

Secondo il consigliere presidenziale Andrej Belousov, grazie alla svalutazione del rublo, i grossi complessi soprattutto dei settori chimico e metallurgico (Severstal, Mečel, Metalloinvest, Norilskij nikel, ecc) sono riusciti a incamerare con l’export oltre 2,2 trilioni di rubli da inizio 2017 a oggi, ma non dimostrano alcuna intenzione di versare 200-300 miliardi “dai loro superprofitti”, da destinare a “nuovi promettenti progetti”. Non va dimenticato, osserva Čablin, che molti di tali complessi industriali hanno forti “azionisti nascosti” della cerchia presidenziale, i quali non hanno alcuna voglia di versare i propri dividendi per fumosi progetti di Belousov.

Secondo dati del PCFR, “200 oligarchi detengono “il 90% della ricchezza nazionale; nelle banche sono fermi 28 trilioni di rubli; ma il governo punta sulle pensioni dei lavoratori”.

Oltre all’opposizione parlamentare del PCFR, dal “Fronte della Sinistra” si afferma chiaro e tondo che “Putin non può più ormai nascondere l’essenza oligarchica del potere”, pur con il gioco delle parti di un governo antipopolare e un Presidente che ne smussa le misure più aspre. I liberali sostengono “che la gente sia stanca del “marchio” Putin, in realtà, è mutata la struttura di classe della società e il Presidente sacrifica all’oligarchia gli interessi della maggioranza”.

Ciononostante, secondo l’Istituto Levada, “non c’è oggi in Russia un partito o un movimento politico in grado di articolare l’insoddisfazione sociale e rappresentarla in un programma d’azione politica”. D’altronde, secondo l’ex deputato del PCFR Viktor Alksnis, “la gente non è pronta a scendere in strada; continuano a rimbrottare contro il governo, ma lo fanno in cucina o parlando con i vicini, e basta. Sbaglia però chi crede che in Russia non ci sarà prima o poi qualche sommovimento”.

Ma Gennadij Zjuganov continua a ripetere “io, al posto del Presidente, farei…”, dando l’impressione, come per il passato, di contare su una chimerica “politica sociale” di Vladimir Putin, contrapposta a quella oligarchica di Dmitrij Medvedev. Un po’ poco, per puntare a qualcosina in più della “opposizione di sua maestà”.

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