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Algeria: “I nostri sogni non entrano nelle vostre urne”

Ieri, martedì 21 maggio, per il tredicesimo martedì di fila gli studenti hanno manifestato in tutto il paese.

È dall’inizio dell’Hirak, il 22 febbraio, che la componente giovanile della popolazione è una delle punte di lancia della mobilitazione.

Gli slogan urlati, i cartelli esposti e i cori cantati anche in questa occasione hanno espresso la volontà della dipartita del sistema ed un deciso no allo svolgersi delle elezioni presidenziali il 4 luglio.

Il 17 maggio, venerdì precedente (di protesta dall’inizio del Ramadan), la mobilitazione era rimasta intatta nella sua partecipazione e nelle sue richieste specifiche.

La manifestazione studentesca si è tenuta il giorno dopo del discorso pronunciato dal capo di stato di stato maggiore dell’ANP, Gaïd Salah, nonché numero due del governo transitorio.

Il generale ha nuovamente calcato la mano sulla lotta alla corruzione, ha criticato apertamente le rivendicazioni delle mobilitazioni, in cui “alcuni” utilizzerebbero queste manifestazioni come “una passarella per trasmettere certe rivendicazioni irrazionali, quali l’esigenza della fuoriuscita collettiva di tutti i quadri dello Stato, con il pretesto che rappresenterebbero i simboli del sistema. Si tratta di una rivendicazione non oggettiva e irragionevole”.

Tale anelito – per il generale – svuoterebbe lo Stato dei suoi quadri che hanno prestato servizio per il proprio paese.

È chiaro che tale giudizio la dice tutta sul livello di “continuità” che si vorrebbe dare alla transizione per il generale.

Ormai è chiaro l’attacco a questo sentimento popolare, che le alte gerarchie dell’esercito vorrebbero canalizzare verso un’azione giudiziaria tesa a legittimare una lotta tra clan all’interno di uno scontro in cui “lo Stato profondo” e le reti di potere che l’hanno governato – come i servizi di sicurezza, smantellati – che hanno avversato le alte gerarchie militari e non sono ancora neutralizzate, fungendo tuttora da primi agenti della contro-rivoluzione nello stile consolidato dei servizi.

In fondo il protagonismo dell’esercito tende ad un ribilanciamento dei poteri (persi nel corso del secondo mandato di Bouteflika) a detrimento dei protagonisti del nuovo corso: gli “avvoltoi” che si sono accaparrati la ricchezza pubblica e gli apparati di sicurezza interni.

Ma nelle strette maglie della repressione non ci sono finiti solo pezzi del vecchio sistema di potere, ma anche esponenti dell’opposizione, come la segretaria del PT Louisa Hanoune, per cui il 20 maggio è stata bocciata l’istanza di scarcerazione, e che rimarrà quindi in prigione almeno un altro mese prima della possibilità di inoltrarne un’altra alla “chambre d’accusation” della corte militare.

La nota esponente del PT, più volte eletta deputata e candidata a più riprese alle elezioni presidenziali, è stata arrestata il 9 maggio; è stata lanciata una campagna nazionale ed internazionale per la sua scarcerazione, e si moltiplicano le azioni di solidarietà, come il presidio – cui hanno partecipato anche altre forze dell’opposizione, come le FFS e il RAJ – il giorno dell’esame della richiesta di scarcerazione.

La sua detenzione in carcere è il segno più tangibile, insieme alle durissime parole di Salah contro l’opposizione, della volontà di gestire una transizione il più possibile indolore e che non metta realmente in discussione l’assetto di potere dell’era Bouteflika.

Salah, nel suo discorso di lunedì, ribadisce la necessità di continuare il percorso da lui stesso indicato, dal 26 marzo, mettendo l’articolo 102 della Costituzione come perno di uscita dalla crisi.

Propugna anche in quest’ultima allocuzione l’accelerazione del processo che porterà alle elezioni del 4 luglio – rifiutando qualsiasi ipotesi di “vuoto costituzionale” ed ipotetiche fughe in avanti – con la realizzazione di una istanza indipendente per organizzare e supervisionare le elezioni.

Nei piani delle alte sfere dell’esercito, le elezioni presidenziali sarebbero un “punto e a capo” dell’attuale crisi, scongiurando di fatto altre ipotesi  che vengono descritte nel linguaggio di Salah come una sorta di “complotto”.

È significativo che tutti i partiti favorevoli al quinto mandato dell’ex presidente ottuagenario, da anni gravemente malato, abbiano subito espresso consenso alla marcia intrapresa da Salah dopo il suo discorso, allineandosi alla tabella di marcia delle elezioni presidenziali.

Un esplicito sostegno all’esercito è venuto dal nuovo segretario dell’ex partito unico – il FLN – Mohamed Djmai, organizzazione che è il bersaglio abituale (non solo metaforicamente) dei manifestanti.

Tutto il resto del fronte che appoggiava Bouteflika ha comunque espresso il proprio sostegno a Salah, come l’RDN di Ahmed Ouyahia – uno dei ministri più odiati dalla popolazione per essersi prestato “al lavoro sporco”, come lui stesso l’ha definito, realizzando le riforme neo-liberiste, o ancora il TAJ di Amar Ghoul o l’MPA di Amara Benyounes.

Il generale può contare quindi su questi “corpi intermedi” ed il loro personale politico, del tutto delegittimati dalla protesta di piazza.

In questa situazione, in cui il vecchio establishment politico si ricompatta dietro le alte cariche dell’esercito, l’opposizione di piazza è sempre più pressata dai dispositivi delle forze dell’ordine e l’opposizione politica sempre più esplicitamente minacciata dalle parole e dai fatti delle alte gerarchie dell’ANP; mentre il FMI ha posticipato a giugno i suoi lavori di consultazione annuale con l’Algeria, che ne è membro.

Nel rapporto del 30 aprile scorso sulle “prospettive economiche regionali” il Fondo suggerisce all’Algeria di mantenere la stabilità economica e propugna delle “riforme strutturali” dell’economia, che portino ad una maggiore diversificazione economica ed ad una collocazione della sua forza-lavoro giovanile.

Da tempo il capitale internazionale e le singole borghesie dei paesi che intrattengono stretti rapporti con l’Algeria – tra cui la Francia e l’Italia – propendono per una “maggiore apertura” del paese nord-africano agli investimenti esteri, in una direzione ancora più marcatamente liberale.

Concludiamo con un importante particolare che riguarda i rapporti italo-algerini. L’Italia, a quattro mesi dalla sua scadenza, ha rinnovato fino al 2027 il contratto di fornitura e trasporto del gas algerino stipulato da ENI e Sonatrach.

La fornitura – di cui difficilmente il nostro paese potrebbe fare a meno – riguarda il 15% totale del gas importato, per 3,95 miliardi di metri cubi l’anno.

È stata firmata l’intesa anche su Transmed, il gasdotto posseduto dalla joint venture franco-algerina, di cui le due aziende sono proprietarie.

Una tratta del gasdotto che passa dalla Tunisia per approdare in Sicilia è molto vecchia (risale al 1983) e potrebbe essere chiusa, se non viene rinnovata, vista il dimezzamento nel corso degli anni delle forniture algerine all’Italia.

Gli analisti segnalano anche l’arrivo attraverso la TAP del gas proveniente dall’Azerbaijan.

Gli accordi stipulati sono di lungo, ma non di lunghissimo, termine (8/10 anni contro i 20/25 precedenti) indice di un affacciarsi di maggiori incognite nel mercato dell’energia, tra cui l’offerta del GNL dagli USA e la transizione energetica, che gli apologeti della green economy sanno poter essere un business molto lucrativo.

Naturalmente il prezzo di vendita è secretato!

Eni è il più grande acquirente di gas algerino per l’Italia, seguito da ENEL.

Il caso del gas venduto all’Italia è significativo per comprendere come, anche all’ombra delle turbolenze politiche, le scelte di politica economica perseguite dagli uomini che sono succeduti ai posti di potere economico a quelli defenestrati sono di assoluta continuità, in questo caso al fianco di Claudio Descalzi c’era Rachid Hachici, subentrato a A.O.Kaddour, “purgato” dopo le dimissioni di Bouteflika.

Dopo appena due giorni dalla sua nomina, il 25 aprile scorso, il nuovo ceo di Sonatrach aveva impegnato un memorandum d’intesa che impegnava a un rapido rinnovo del contratto per il gas!

Ed il popolo algerino sta combattendo proprio questa “continuità” nel potere per decidere e dare un preciso orientamento economico su come gestire le proprie risorse, anche perché fino ad ora chi ne ha goduto – come l’Italia – è stata di fatto complice di un sistema di potere che ha svuotato il senso profondo dell’indipendenza algerina e del suo programma originale.

Sarà per questo che nessuno, o quasi, da noi si se la sente di parlare di ciò che sta avvenendo in Algeria?

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