Ogni tragedia porta con sé dettagli ridicoli e atteggiamenti patetici. Ma l’America trumpiana sembra voler battere tutti i record in materia, rovesciano tonnellate di frasi sconclusionate sulla lava rovente dei bombardamenti.
In assenza di una strategia coerente, di obbiettivi credibili (cambiano in continuazione, visto che non vengono raggiunti), ora tocca alle «ragioni emotive», come direbbe un Lele Adani in telecronaca o una Meloni che si identifica in un gioielliere omicida.
Al nono giorno di bombardamenti sull’Iran Donald Trump ha voluto mettere le perdite subite tra i suoi soldati come motivazione del raid più recenti. Dopo aver negato per un paio di giorni di aver subito perdite il CentCom statunitense ha ammesso che la risposta di Tehran – droni e missili sulle basi Usa nei paesi del Golfo,ma anche in Giordania – hanno provocato la morte di tre soldati in Giordania e un altro nel nord dell’Iraq (ultime basi ancora attive dopo a guerra del 2003).
In totale i soldati Usa morti dalla fine di febbraio sono diventati 18. Poca cosa rispetto ale perdite iraniane, tra militari e civili, ma «pesanti» sull’opinione pubblica di casa, sempre più contraria a la prosecuzione di un’avvantura dal senso incomprensibile.
Il tycoon ha voluto comunque mostrarsi «addolorato» per queste perdite sproloquiando tra una battuta conil sevizievole Infantino ed altri mostri di cui ama circondarsi. “Ci sentiamo molto male, ma, sapete, quelle grandi persone, quei grandi patrioti, erano là fuori a combattere perché l’Iran non possa avere un’arma nucleare“, ha detto dimenticando le sue stesse affermazioni oltre un anno fa («abbiamo azzerato ilmloro programma nucleare»).
Visto che c’era ha sparato anche la solita rivendicazione di «successo» pressoché definitivo – “L’Iran è stato danneggiato molto, molto gravemente. Hanno perso quasi tutto militarmente. È rimasto loro molto poco. Hanno qualche missile. Hanno qualche drone. Hanno una certa capacità produttiva, non molta. Noi controlliamo lo stretto. Loro non controllano nulla.“
Se non fosse che dice questa fesseria ogni due giorni, forse qualche scemo ci potrebbe anche credere. La verifica sta proprio nei colpi che le basi Usa continuano a ricevere come risposta ai bombardamenti, anche perché le difese anti-missile sono da tempo alle prese con una carenza di «munizioni» (i missili Patriot e Thaad).
Ma il fronte più importante per l’impero statunitense resta quello economico, che già in aprile aveva costretto Trump ha definire «finita» questa stessa guerra, dando il via libera alla mediazione pakistana e qatariota in quel di Islamabad.
Il prezzo del petrolio è tornato in un attimo sopra i 90 dollari al barile, ma continua a salire.
Da un lato pesa il rischio che la nuova chiusura totale di Hormuz si traduca in tempi più o meno stretti in scarsità di rifornimenti a livello mondiale (il 20% in meno è una botta pesante per un mercato rigido come quello petrolifero). Le contromisure adottate finora, tra cui il rilascio di parte delle riserve strategiche di quasi tutti i paesi, sono in via di rapida erosione, come è ovvio che sia (se «svuoti la tanica», ma non hai modo di riempirla di nuovo, prima o poi finisce).
Ma pesa anche la contemporanea crisi dei prodotti raffinati derivati dal greggio, e proprio «grazie» alla contemporanea guerra in Ucraina. Dove i colpi di Kiev sulle infrastrutture energetiche russe, glorificati dai guerrafondai occidentali, hanno provocato la più scontata delle reazioni: il blocco delle esportazioni di diesel e altri prodotti. Qui le “sanzioni” occidentali hanno poco peso, visto che la stragrande maggioranza del mondo non le applica.
Negli Usa è peraltro iniziata la stagione delle vacanze, quando la gente si mette in macchina e fa centinaia di chilometri. Il prezzo dei carburanti è di nuovo intorno alla «soglia psicologica» dei quattro dollari al gallone (poco meno di un dollaro al litro; un sogno per gli europei, un incubo per gli yankee). Com’è noto, gli automobilisti votano… E hanno anche loro molta «sensibilità emotiva», quando devono aprire il portafoglio.
Il primo martedì di novembre, data delle elezioni di midterm per rinnovare metà del Congresso, è sempre più vicino. Trump ha davvero poco tempo per continuare a pasticciare sul fronte mediorientale.
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