Il confronto tra i peggiori è aperto, e per la traballante armata imperialista (“l’Occidente unito” di cui fantastica Giorgia Meloni) è il momento di rifarsi i conti.
La notizia del giorno è il mandato di cattura internazionale emesso dal ministero della giustizia turco contro Netanyahu e altri dirigenti politici e militari di Israele. Formalmente è una segnalazione all’Interpol (una “red notice”) che riguarda anche il funzionario Afek Moskovitch per l’intervento armato contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla che tentava di portare aiuti umanitari a Gaza.
Per entrambi, insieme a una trentina di altri imputati, era già stato emesso il 14 luglio un mandato di arresto con l’accusa di genocidio.
L’iniziativa è più simbolica che reale, naturalmente, ma segnala la crescente contrapposizione tra i due paesi che fin qui hanno costituito il pilastro meridionale della Nato, anche se ufficialmente Israele non ne fa parte ma riceve il pieno sostegno materiale e militare dall’Alleanza.
La mossa di Erdogan arriva dopo il ben più concreto raid aereo israeliano contro la base di Abu al-Duhur, nella provincia di Idlib, nel nord della Siria, dove era appena finita una visita di “controllo” da parte di alti ufficiali dell’aeronautica turca. Il cui scopo era manifestamente quello di verificare l’entità dei lavori necessari a rimettere in funzione lo scalo.
Israele aveva rivendicato minacciosamente questo attacco: “se i turchi avessero conquistato la base di Abu al-Duhur a Idlib, in Siria, si sarebbero trovati a soli 300 chilometri da Israele” (il che fa sospettare che la “distanza di sicurezza” per i sionisti si misuri in anni-luce), sottolineando che Israele continuerà ad agire con fermezza contro quelli che ha definito “tentativi della Turchia di destabilizzare la regione e contro qualsiasi minaccia alla sua sicurezza“.
E ancora: “La Siria stava per rompere lo status quo in materia di sicurezza e consentire alle forze turche di schierarsi in una base aerea vicino ad Aleppo“, aggiungendo che: “Israele ha ripetutamente avvertito la Siria che un tale dispiegamento rappresenterebbe una minaccia per la sua sicurezza, ma la Siria ha scelto di ignorare questi avvertimenti“.
La Turchia, com’è noto, ha supportato per anni la guerriglia delle milizie jihadiste contro il regime alawita (frazione della “Scia” musulmana, che fa capo all’Iran) di Bashar El Assad, fino a farlo crollare. Fin lì gli interessi turchi e quelli israeliani avevano corso in parallelo, tanto che parecchi miliziani dell’Isis feriti risultavano ricoverati e curati negli ospedali di Tel Aviv (del resto quell’organizzazione terroristica non hai colpito obiettivi sionisti).
Con l’avvento di Al Jolani (ora Al Sharaa) al vertice di Damasco l’esercito israeliano si era comunque premurato di distruggere a terra le residue infrastrutture militari siriane, soprattutto aeree, in modo da avere un vicino praticamente incapace di difendersi. Numerosi attacchi e sconfinamenti dell’Idf, specie nella zona di Quneitra, si erano poi susseguiti senza alcuna reazione del nuovo governo siriano.
Lo “statu quo” che ora Netanyahu vuol mantenere è questo: una Siria sotto schiaffo, senza autonomia decisionale né difesa, da utilizzare magari come ascari contro Hezbollah in Libano, sfruttando la storica contrapposizione tra le due anime dell’Islam, sciiti e sunniti.
Per il regime di Erdogan (la foto di apertura lo ritrae con Netanyahu a New York, nel settembre del 2023), ovviamente, non se ne parla nemmeno, dopo i decenni investiti per arrivare ad avere un ruolo dominante su Damasco e rilanciare in qualche misura la prospettiva “neo-ottomana”.
Il mandato di cattura turco per Netanyahu utilizza strumentalmente anche la vicenda della Flotilla, ma bisogna ricordare che Ankara ha un conto aperto con Israele da parecchi anni per la vicenda della Mavi Marmara, nave civile che faceva parte di un’altra spedizione di aiuti umanitari a Gaza, assaltata dall’Idf che uccise undici attivisti turchi e ne ferì parecchi altri. Nel silenzio complice dell’Occidente, naturalmente.
La lenta escalation del conflitto tra i due paesi subisce ora una forte accelerazione, con minacce reciproche sempre più esplicite. Ovvio che i “motivi umanitari” o di “legalità internazionale” sono solo pretesti. Il fatto che siano agitabili da un personaggio come Erdogan rivela però quanto il “civile Occidente dei diritti umani” abbia girato la testa dall’altra parte davanti al genocidio dei palestinesi e persino agli attacchi contro i propri cittadini a bordo delle varie Flotille.
Le preoccupazioni generali però arrivano dalla constatazione che questa accelerazione avviene quando ancora sono in piedi due guerre (Iran e Ucraina) che in varia misura sono collegate anche on Turchia e Israele. Ankara ha fornito a lungo i droni Bayraktar a Kiev, così come Israele un supporto di intelligence e tecnologie avanzate.
Soprattutto, questa accelerazione arriva pochissime settimane dopo l’accordo militare tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan che di fatto dà vita ad una “Nato sunnita” di forza niente affatto trascurabile. Ankara ha infatti il secondo esercito più grande nella Nato propriamente detta, Riad fondi praticamente illimitati e Islamabad l’atomica ed i missili per lanciarla, nonché un esercito quasi pari a quello turco.
I tre paesi, cui potrebbe unirsi presto anche l’Egitto (che teme di vedersi riversare in casa i due milioni di palestinesi a Gaza), hanno firmato anche una specie di “art. 5” che li obbliga alla mutua difesa militare in caso di aggressione ad uno di loro. Difficile, se non impossibile, che possa esser fatto scattare fin da subito, ma di certo non è stato pensato che farlo restare solo sulla carta.
Stiamo parlando di quattro grandi Paesi arabi o islamici che fin qui sono stati parte integrante dello schieramento “occidentale”, variamente impegnati nella costruzione di “corridoi” o accordi (per esempio quelli detti “di Abramo”) per normalizzare entro certi limiti i rapporti con Israele.
Si può inoltre notare facilmente come la Turchia stia in entrambe le alleanze, o meglio come si stia allontanando dall’Alleanza Atlantica senza rimanere isolata. Anzi… E va ricordato che i governi del mondo sunnita, fin qui, anche a costo di scontentare le proprie popolazioni, sono stati fin troppo tolleranti con Israele che portava avanti il genocidio dei palestinesi.
I quali, pur essendo storicamente il popolo più laico del Medio Oriente, sono pur sempre in stragrande maggioranza musulmani sunniti. Che la loro difesa fosse lasciata ai rivali sciiti, in fondo, non poteva durare per sempre…
Anche in questo caso, comunque, emerge con chiarezza la follia sionista che va ad aprire un “quinto fronte” di guerra in Medio Oriente nella convinzione – che potrebbe però presto rivelarsi un’illusione – che gli Stati Uniti si faranno guidare sempre verso il baratro cui Israele si va dirigendo.
Il suprematismo (religioso o razzista) non ha più posto, nel mondo multipolare. Più tardi se ne accorgerà, più traumatico sarà il risveglio. Se così si potrà chiamare…
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