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Un’ideologia agli sgoccioli: il post-operaismo

Ci sembra che il mito “operaista” italiano stia tirando le cuoia. Per manifesta incapacità di fare i conti con le trasformazioni del mondo, certo, ma anche con le proprie categorie analitiche, ormai ridotte a pallidi succedanei di quelle sfornate a getto continuo per decenni. Succede, a chi – anche sul piano teorico – continua a ripetere la stessa solfa a ogni cambio di stagione; a praticare, insomma, un’unica tattica.

Ce ne dà conferma la recensione di Benedetto Vecchi – storico esponente degli eredi romani di “Potere operaio”, ora presidente della nuova cooperativa editoriale che gestisce “il manifesto”, definitivamente approdato dalle incerte parti della “sinistra Pd” (Renzi permettendo…) – a un libro di Carlo Formenti. Un non brillante intervento che molto equivoca sull’oggetto della recensione e molto si intrattiene sulle proprie convinzioni. Un “trattamento” non frequente e che fa pensare a una “battaglia ideologica” non dichiarata (si veda anche un precedente articolo di Formenti, anche da noi proposto poco tempo fa: https://www.contropiano.org/articoli/item/21186).

La risposta nel merito la dà Formenti stesso, nel testo che qui segue. A noi interessa sottolineare soprattutto “il metodo” che anche questa volta gli “operaisti senza operai” seguono da quando sono attivi: usare un pretesto qualsiasi per sciorinare le proprie categorie stantie, il cui riscontro empirico è sempre impossibile e quando pure arriva – sempre negativo – hanno già sciorinato un altro “soggetto” che dovrebbe incarnare la “novità”.

C’è da dire che questa volta hanno trovato pane duro, per i loro denti. Naturalmente accludiamo anche la recensione di Vecchi, in modo che i nostri lettori possano farsi un’idea precisa e non de relato.

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Lotta di classe e illusioni post-operaiste. Una risposta a Benedetto Vecchi

La lunga recensione al mio ultimo libro, firmata da Benedetto Vecchi sulle pagine del “Manifesto”, mi offre l’opportunità di ribadire le critiche di metodo, prima ancora che di merito, che da qualche anno rivolgo alle teorie neo/post operaiste.

Tralascio tutta la prima parte dell’articolo, che contiene critiche marginali o idee simili alle mie, per concentrarmi sul finale laddove Vecchi, riferendosi all’importanza strategica da me attribuita alle lotte della classe operaia cinese e di altri Paesi in via di sviluppo, sostiene: 1) che le fabbriche cinesi sono molto più simili alle nostre di quanto io non pensi (nel senso che anche laggiù le tecnologie produttive fordiste sono affiancate/integrate da quelle postfordiste); 2) che l’esistenza di crescenti masse operaie nei Paesi emergenti non implica automaticamente lo sviluppo di una coscienza di classe antagonista; 3) che anche in quei Paesi ciò che più conta per il capitale è appropriarsi dei nuovi livelli di cooperazione sociale consentiti dalle tecnologie reticolari; 4) che il mio lavoro, nella misura in cui non tiene conto di quanto ai punti precedenti, approda a una rappresentazione statica dello sviluppo capitalistico.

Ignoro su quali elementi Vecchi fondi le critiche di cui ai punti 1) e 3), visto che nel mio libro si dice in più punti che nei processi produttivi dei Paesi in via di sviluppo il plusvalore assoluto e il plusvalore relativo convivono, fondandosi su un mix di vecchi e nuovi modelli organizzativi (aggiungendo, il che mi pare più importante, che la classe operaia di quei Paesi usa le nuove tecnologie anche per organizzare le proprie lotte!); così come si ripete fino alla nausea che i flussi finanziari e le tecnologie di rete operano come una macchina globale che si appropria delle nuove e differenti forme di cooperazione sociale che si sviluppano in tutto il mondo.

Quanto alla critica di cui al punto 2) mi pare che sfiori francamente il ridicolo: quella secondo cui non sono sufficienti le contraddizioni oggettive a far sorgere automaticamente una coscienza antagonista è appunto la tesi centrale del mio lavoro, tesi che oppongo all’immanentismo metafisico dei post operaisti i quali ritengono, al contrario, che l’antagonismo sia “consustanziale” ai rapporti di produzione postfordisti.

Ciò detto veniamo al nodo reale del dissenso. La ragione di fondo per cui valorizzo le lotte del proletariato dei Paesi in via di sviluppo – non solo quelle cinesi, ma anche quelle in America Latina, Sud Africa, Bangladesh fino alle recentissime rivolte operaie in Cambogia – consiste nel fatto che in questi Paesi esiste una concentrazione massiva di corpi messi al lavoro (realtà del tutto sparita in Occidente) a prescindere dalle tecnologie e dai modelli organizzativi con cui vengono sfruttati/disciplinati (si va dal lavoro servile a domicilio al post taylorismo).

Questa inedita concentrazione è condizione necessaria ancorché insufficiente per una coscienza antagonista che, a mio parere, per svilupparsi richiede adeguati livelli di organizzazione politica (condizione da tempo rimossa dalla cultura tardo operaista). Purtroppo la visione degli amici che restano appesi ai dogmi degli anni Settanta (a proposito di visione statica…) continua a privilegiare la composizione tecnica come unico criterio di giudizio per misurare le prospettive di ripresa della lotta di classe contro ogni evidenza empirica (dove sono le lotte dei lavoratori della conoscenza, esaltati come avanguardia “naturale”? Del resto questa idiosincrasia per l’analisi sociologica concreta di culture pratiche e comportamenti è un antico vizio che già Raniero Panzieri rimproverava ai “filosofi” Tronti e Negri).

Infine due parole sulla visione statica del capitalismo. Il discorso di Marx era una ontologia dell’essere sociale che coglieva la totalità delle determinazioni concrete (economiche, ideologiche, politiche, antropologiche) nel loro movimento dinamico, distinguendo fra elementi di continuità e discontinuità (senza ripetizione non esiste differenza). Viceversa la metafisica di Negri e allievi (che si ispira a Spinoza, Foucault e Deleuze, sicuramente non a Marx) ignora completamente la storicità dei processi, per cui appare immersa in un eterno presente in cui l’annuncio della fine del capitalismo è sempre attuale. Preferisco essere un ottimista della volontà, come mi definisce Vecchi, di un ottimista della grazia divina (cioè di un capitalismo che si autosupera per raggiunta maturità delle forze produttive).

 

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Il futuro anteriore del Moderno

Benedetto Vecchi, 2/01/2014

Tempi presenti. Il neoliberismo, le teorie della Rete e alcuni movimenti sociali come gli indignados e Occupy Wall Street sono gli oggetti polemici del libro «Utopie letali» di Carlo Formenti. Un volume ambizioso che si pone l’obiettivo di una rinnovata critica al capitalismo, ma che per raggiungere questo obiettivo sceglie la facile strada della semplificazione. Sotto accusa è chi parla di fine della lotta di classe, indicando i recenti conflitti operai in Cina come modello da seguire.

Un titolo accat­ti­vante per un libro for­te­mente anti­li­be­ri­sta, cioè quella forma spe­ci­fica di un capi­ta­li­smo inter­pre­tato alla luce non delle sue discon­ti­nuità, ma a par­tire dalle inva­rianti che pre­senta al fine di cri­ti­care il régime di sfrut­ta­mento imma­nente alla sua esi­stenza. È que­sto lo zoc­colo duro del sag­gio di Carlo For­menti Uto­pie letali (Jaca Book, pp. 255, euro 18), che può essere con­si­de­rato il punto di approdo di un per­corso teo­rico ini­ziato con Cyber­so­viet (Raf­faello Cor­tina) e poi pro­se­guito con Felici e sfrut­tati (Einaudi). E se nelle due pre­ce­denti tappe l’oggetto pole­mico erano le ideo­lo­gie della Rete, in que­sto libro For­menti si con­cen­tra solo sull’ideologia post­mo­derna. Crea un certo diso­rien­ta­mento tro­vare anno­ve­rati come libe­ri­sti incon­sa­pe­voli teo­rici e atti­vi­sti che inda­gano la cen­tra­lità del mar­xiano gene­ral intel­lect, il ridi­men­sio­na­mento della sovra­nità nazio­nale di fronte il con­so­li­darsi di una sovra­nità impe­riale, l’emersione dei un lavoro auto­nomo di seconda gene­ra­zione inter­pre­tata come crisi della «società sala­riale»; oppure che hanno messo la lavoro la cate­go­ria spi­no­ziana della mol­ti­tu­dine per indi­care una via d’uscita comu­ni­sta dal poli­tico defi­nito nella modernità.

Le mac­chine universali

Il filo rosso che lega i tre libri viene indi­cato dallo stesso autore, in un sistema di rin­vii che ren­dono Uto­pie letali sia una ras­se­gna ragio­nata della pub­bli­ci­stica dedi­cata al neo­li­be­ri­smo che un con­gedo dalle spe­ranze, illu­sioni ali­men­tate dalla dif­fu­sione della Rete come medium che poteva con­sen­tire l’accesso a rap­porti sociali com­piu­ta­mente post­ca­pi­ta­li­sti. Un aspetto, que­sto, con­di­vi­si­bile. Ma è nel ridi­men­sio­na­mento che l’autore com­pie sugli effetti tel­lu­rici che la dif­fu­sione di Inter­net ha avuto che va segna­lato un primo dis­senso rispetto la sua pro­po­sta teorica.

Le tec­no­lo­gie digi­tali sono mac­chine «uni­ver­sali». Un micro­pro­ces­sore può infatti essere pro­gram­mato per svol­gere ope­ra­zioni e man­sioni dif­fe­renti. Non è cioè come la mac­china a vapore o un dispo­si­tivo elet­tro­mec­ca­nico che con­sen­tono di sosti­tuire deter­mi­nati lavori com­piuti da uomini e donne. Le tec­no­lo­gie digi­tali pun­tano infatti a sosti­tuire pro­cessi cogni­tivi, ridu­cendo poten­zial­mente il cer­vello a mezzo di pro­du­zione, cioè a capi­tale fisso, per restare in un ancora indi­spen­sa­bile les­sico mar­xiano. Cioè che conta nella tec­no­lo­gie digi­tali è il soft­ware che le «gover­nano» visto che è il risul­tato di un pro­cesso di for­ma­liz­za­zione mate­ma­tica di fun­zioni pro­prie del cervello.

Intel, così come gli altri pro­dut­tori di micro­pro­ces­sori o di fibre otti­che o di dispo­si­tivi digi­tali (tablet, com­pu­ter por­ta­tili, smart­phone), sono quindi imprese che svol­gono un ruolo fon­da­men­tale nello svi­luppo capi­ta­li­stico. Solo così si spiega come nelle fab­bri­che che li pro­du­cono vige un inten­sivo régime di sfrut­ta­mento, come ormai testi­mo­niano le inchie­ste svolte negli swee­tshop che pun­teg­giano le car­to­gra­fie della nuova divi­sione inter­na­zio­nale del lavoro. La Cina, la Maly­sia, la Thai­lan­dia, le Filip­pine, ma anche il Mes­sico e per­fino alcune regioni euro­pee o sta­tu­ni­tensi defi­ni­scono i mute­voli con­fini di una world fac­tory sem­pre in dive­nire. È però la pro­du­zione di con­te­nuti a det­tare il ritmo dello svi­luppo capitalistico.

Gad­get umani

In un poco stu­diato sag­gio (Tu non sei un gad­get, Mon­da­dori) sullo svi­luppo della Rete, uno dei primi ricer­ca­tori sulla realtà vir­tuale Jason Lanier si sof­ferma a lungo sulla ten­denza dei pro­dut­tori di con­te­nuti a stan­dar­diz­zarli, ridu­cendo l’articolazione, la com­ples­sità, la dimen­sione rela­zio­nale, e dun­que sociale che sta die­tro l’attività men­tale. Que­sta ten­denza a defi­nire rigidi stan­dard oltre che essere per­for­ma­tiva su come si deb­bano usano le mac­chine, pre­fi­gu­rando così i social net­work, gli smart­phone e i soft­ware usati per ela­bo­rare testi, imma­gini e suoni come tec­no­lo­gie del con­trollo sociale, risponde anche a un altro vin­colo dello svi­luppo capi­ta­li­stico: met­tere a pro­fitto la coo­pe­ra­zione sociale, espro­priare i con­te­nuti pro­dotti dagli esseri umani. Sta su que­sto cri­nale la cen­tra­lità dell’immateriale nel capi­ta­li­smo contemporaneo.

Ma sono altre le rispo­ste che cerca l’autore: come si pro­duce valore, plu­sva­lore, pro­fitti, in altri ter­mini qual è il régime di sfrut­ta­mento?. Da qui la vee­menza della cri­tica di For­menti a chi nega la lotta di classe come motore dello svi­luppo capitalistico.

In sin­to­nia con quanto affer­mano stu­diosi come Luciano Gal­lino (La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza) o disin­can­tati capi­ta­li­sti come War­ren Buf­fett, For­menti sostiene che la lotta di classe con­ti­nua a pla­smare le società capi­ta­li­ste. Sol­tanto che a con­durla non è la classe ope­raia, bensì le élite, meglio i padroni. Que­sta lotta di classe «dall’alto» è resa pos­si­bile non solo per­ché il movi­mento ope­raio è stata scon­fitto, ma per­ché l’insieme delle forze poli­ti­che che dove­vano rap­pre­sen­tarlo hanno rinun­ciato a con­durla. Con un retro­gu­sto tutto euro­peo, ven­gono elen­cati, pas­sag­gio dopo pas­sag­gio, la scelta di campo libe­ri­sta di forze poli­ti­che come i labu­ri­sti inglesi, i social­de­mo­cra­tici tede­schi, i socia­li­sti fran­cesi, spa­gnoli e gli eredi ita­liani del par­tito comu­ni­sta e socia­li­sta. Anche su que­sto come non essere d’accordo con For­menti. Quel che non con­vince pro­prio è la liqui­da­zione dei punti pro­ble­ma­tici costi­tuiti da un régime di accu­mu­la­zione che mette al lavoro pro­prio il mar­xiano gene­ral intellect.

Il libro di For­menti è inol­tre scan­dito dall’analisi di alcuni teo­rici del capi­ta­li­smo digi­tale — il capi­ta­li­smo senza pro­prietà pri­vata di Yocai Ben­kler, ma anche le sug­ge­stioni di Ulrich beck sulla società del rischio, non­ché il monu­men­tale affre­sco sull’era dell’informazione di Manuel Castells – e con­fron­tate con i testi qua­li­fi­cati come «posto­pe­rai­sti», soste­nen­done i punti di con­ver­genza, al fine di acco­mu­narli a un soste­gno alla strut­tura di potere vigente. Ma non è certo l’accostamento pole­mico fatto da For­menti a costi­tuire un pro­blema. Sem­mai è la sem­pli­fi­ca­zione che emerge dalle pagine a rap­pre­sen­tare un secondo punto di dissenso.

L’eclissi del politico

Carlo For­menti usa la cate­go­ria della mol­ti­tu­dine come una cate­go­ria socio­lo­gica uti­liz­zata per descrive il lavoro vivo, omet­tendo il fatto che la mol­ti­tu­dine più che alla socio­lo­gia è inscri­vi­bile al ten­ta­tivo di supe­rare le apo­rie del poli­tico nove­cen­te­sco, cioè quella ridu­zione ad unum che è pre­ro­ga­tiva del con­cetto di popolo. Da que­sto punto di vista, la mol­ti­tu­dine più che feno­me­no­lo­gia del lavoro vivo è stru­mento ana­li­tico per qua­li­fi­care e pro­spet­tare una forma isti­tu­zio­nale che raf­forzi il potere costi­tuente espresso dai movi­menti sociali e dal lavoro vivo.

Va detto il con­cetto di mol­ti­tu­dine ha cono­sciuto una tor­sione socio­lo­gica com­piuta anche da molti atti­vi­sti dei movi­menti sociali, che hanno pri­vi­le­giato una rap­pre­sen­ta­zione dele lavoro vivo come un insieme sì ete­ro­ge­neo – per con­di­zione lavo­ra­tiva e rap­porto con­trat­tuale – ma irri­du­ci­bile a qual­siasi dimen­sione poli­tica. Ma così facendo viene meno la dimen­sione pro­po­si­tiva della mol­ti­tu­dine, che scan­di­sce un assetto poli­tico dove la dia­let­tica tra potere costi­tuente e potere costi­tuito rimanga aperta, valo­riz­zando così il con­flitto pro­prio tra le classi.

Va inol­tre detto che i «can­tieri di ricerca» sul costi­tu­zio­na­li­smo, il dia­logo a distanza con espo­nenti del pen­siero libe­rale, la pole­mica verso le posi­zioni mar­xi­ste di Alain Badiou, l’interesse per le espe­rienze degli indi­gna­dos o di Occupy Wall Street (con­si­de­rati in que­sto libro come movi­menti sociali com­pa­ti­bili con il neo­li­be­ri­smo) sono stati ali­men­tati pro­prio per indi­care un agire poli­tico che assume l’eterogeneità del lavoro vivo come un limite da supe­rare senza cadere nel vuoto pneu­ma­tico delle opzioni liber­ta­rie e anar­chi­che che negano qual­siasi pos­si­bi­lità di orga­niz­za­zione poli­tica. O, all’opposto, senza rin­cor­rere nes­suna mito­lo­gia di un pro­le­ta­riato sem­pre eguale a se stesso. Dun­que, spre­giu­di­ca­tezza e disin­canto, pen­sando che per tro­vare una sal­vezza dalla «società del capi­tale» occorre scen­dere negli inferi degli attuali ate­lier della pro­du­zione di merci. E di senso.

L’armonia made in China

Come con­tral­tare a tutto ciò For­menti vede nella cre­scita della classe ope­raia nei paesi emer­genti e indi­vi­dua nelle lotte ope­raie cinesi e dei lavo­ra­tori della logi­stica, della distri­bu­zione e del com­mer­cio il punto di par­tenza per una ripresa del con­flitto sociale e di classe. Tra­spare però nell’argomentazione di For­menti una sorta di rap­pre­sen­ta­zione sta­tica dello svi­luppo capitalistico.

Uno dei libri che viene molto citato è Cina. La società armo­niosa, una rac­colta si saggi sulla con­di­zione ope­raia curato dalla stu­diosa Pun Ngai (Jaca Book). Ed è pro­prio in quel libro che emerge il fatto che anche nelle fab­bri­che cinesi, al pari di molte euro­pee e sta­tu­ni­tensi, la catena di mon­tag­gio con­vive con orga­niz­za­zioni del lavoro com­piu­ta­mente postay­lo­ri­ste. E che anche il pas­sag­gio alla classe per sé sia tutt’altro che scon­tato. Quel che emerge è che la world fac­tory cinese asso­mi­glia molto più a Melfi o alla Wolk­swa­gen bra­si­liana. Inol­tre, l’affermazione di una nuova divi­sione inter­na­zio­nale del lavoro mette in rilievo che anche nei paesi emer­genti la preda ambita da parte del capi­tale è il sapere sans phrase espresso dalla coo­pe­ra­zione sociale al fine non solo di poter «gover­nare» un pro­cesso lavo­ra­tivo reti­co­lare che ignora i con­fini nazio­nali, ma anche per attin­gere a pro­cessi inno­va­tivi sia del pro­cesso lavo­ra­tivo che delle merci pro­dotte. Affer­mare quindi che la lotta di classe non è scom­parsa non signi­fica auto­ma­ti­ca­mente uscire dalle dif­fi­coltà che il pen­siero cri­tico incon­tra. È solo un auto­ras­si­cu­rante otti­mi­smo della volontà.

Uto­pie letali è un libro ambi­zioso e come tale va letto. Ma non è detto che l’ambizione sia foriera di un buon risultato.

da il manifesto

 

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