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Università: “interesse nazionale” per il profitto o per la società?

Investire in università come “questione d’interesse nazionale”, una nuova università “per un’Italia migliore”: un nuovo mantra è ripetuto da più voci, tra partiti, sedute ministeriali, e dalle poltrone dei gruppi di lavoro all’opera per la nuova riforma di università e ricerca. Ci pare necessario, per comprendere che fase stiamo attraversando, analizzare le “fonti primarie” del dibattito: una corrispondenza ospitata dal giornale Il Foglio e alcune dichiarazioni rilasciate nelle ultime settimane.

L’articolo senza dubbio più notevole è quello di Andrea Graziosi, un grande professore dal grande curriculum: economista, storico, docente in patria e all’estero – da Mosca a Yale e Harvard -, per molti anni membro, e per due anni presidente, dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR) e ora membro della commissione che il Ministero dell’Università e della Ricerca ha incaricato di rivedere (in peggio) la cosiddetta Legge Gelmini. Un pedigree da purosangue, che appare però del tutto inconsistente se si osserva cosa Graziosi ha da dire innanzitutto sulla storia europea e poi sull’università. In dialogo con Graziosi sulle pagine del Foglio si sono aggiunti lo storico Giorgio Caravale e Stefano Paleari, ex presidente della CRUI, consigliere del MUR per l’attuazione del PNRR sotto Cristina Messa e poi Anna Maria Bernini, e anche lui nella task force con Graziosi.

L’UNIVERSITÀ NELLA “FIORITURA” EUROPEA

Partiamo da un’affermazione – forse l’unica – corretta: è in corso un processo di declino dello status scientifico-industriale e politico-culturale dell’Europa. Buongiorno, professor Graziosi! Certamente è in corso un declino, i cui costi vengono già scaricati sulle fasce più deboli della popolazione… ma andiamo con ordine: da dove prende le mosse l’Europa che per Graziosi è culla di benessere e civiltà ora sfortunatamente in declino? Secondo il professore, dal Seicento furono lo sviluppo scientifico e la fioritura culturale ad assicurare il predominio europeo. Ma di cosa stiamo parlando davvero? Graziosi lo accenna: grazie al portentoso sviluppo intellettuale e tecnico, la posizione assunta dall’Europa nei confronti del resto del mondo genera oppressione, sfruttamento e deliri di superiorità, ma anche grande benessere. C’è un piccolo problema: i termini sono invertiti.

È dalla violenza, “levatrice di ogni vecchia società” (Marx), che discende il predominio dell’Europa e vi si rendono sostenibili e finanziabili la fioritura culturale e la progressiva crescita delle accademie, dell’istruzione, dei centri di alta formazione e di ricerca. È di pari passo con l’instaurazione di un nuovo modo di produzione, quello capitalistico e industriale, che procede lo sviluppo delle scienze e delle tecniche, e prende forma il bisogno di un’istituzione atta a produrre e riprodurre un sapere scientifico e tecnico funzionale alla valorizzazione capitalistica.

Parliamo ancora più chiaro: la grande fioritura culturale che Graziosi ricorda avviene contemporaneamente e grazie a un salto di qualità nella proiezione europea a livello internazionale; l’Europa non cresce “grazie alla sua splendida cultura” poiché priva di risorse proprie, ma corre a depredare di risorse il resto del mondo e su questa base edifica una nuova, compiuta civiltà. I fenomeni di “oppressione e sfruttamento” che Graziosi ricorda consistono nello sterminio delle popolazioni indigene dopo la “scoperta” delle Americhe, nella riduzione in schiavitù di interi popoli poi seppelliti tra miniere ed enormi cantieri, il saccheggio dell’estremo Oriente.

Se Graziosi avesse la pazienza di rileggere i testi che avrà senz’altro studiato in gioventù, potrebbe constatare che questa chiave di lettura non è solo quella di Marx che in questa storia vede “l’aurora dell’era della produzione capitalistica” (la cosiddetta accumulazione originaria nel Libro I del Capitale), ma già quella di Adam Smith quando stabilisce che dalla quantità e dalla produttività del lavoro produttivo svolto in una nazione – e non da un’astratta fertilità culturale – deriva la ricchezza della nazione stessa.

Certo, una fioritura culturale c’è stata senz’altro. Negare la bellezza e il valore artistico, ad esempio, dei prodotti dell’arte moderna rinascimentale e barocca non solo sarebbe un’inesattezza, ma non consentirebbe di capire quanto la storica funzione “progressiva” del capitalismo abbia inciso – durante la sua fase ascendente – nel dare spinta (e sostegno economico) all’ingegno di grandi maestri, dalla pittura alla musica, che in un clima di fermento intellettuale e culturale poterono lasciarci in eredità un patrimonio di cui tuttora l’intera Europa, e l’Italia in specie, può fare gran vanto.

È proprio questa ricchezza culturale, tuttavia, ad evidenziare lo scollamento tra quell’epoca e la fase attuale. Oggi tutto al contrario è un Capitale “anti-culturale” a farla da padrone, e le idee dei “riformatori” ne incarnano perfettamente lo spirito.

L’UNIVERSITÀ NELLA CRISI EUROPEA E NELLA DEBOLEZZA ITALIANA

Tempi bui se il presidente dell’ANVUR oltre a Marx dimentica Smith, ma il senso della nostra polemica è un altro: impedire che il dibattito su università e ricerca continui a svolgersi al di fuori del legame organico che vige tra cicli di accumulazione capitalistica, passaggi storici epocali e periodizzanti, e sviluppo dell’istituzione universitaria e della filiera dell’alta formazione e ricerca. Per questo saltiamo dal Seicento all’oggi e osserviamo meglio cosa ha in programma chi oggi sta mettendo le mani sull’università e la ricerca.

Se infatti la prima parte dell’articolo manca di sostanza, le riflessioni sull’oggi non sono da meno. Secondo Graziosi oggi l’Unione Europea e insieme l’Italia stanno attraversando una crisi che, essendo come un tempo prive di risorse proprie, possono superare solo attraverso il “possesso di un sistema universitario capace di generare e diffondere conoscenze e competenze elevate”. Una UE caratterizzata da crollo demografico (tale per Paleari da mettere molti atenei a “rischio estinzione”, come dichiarato nel convegno che il 27 febbraio abbiamo contestato in Senato, bacino linguistico eterogeneo (la lingua in cui comunicare è un problema anche per il progetto di esercito europeo) e assenza di grandi risorse energetiche e materie prime, non è attrezzata davanti all’ascesa della Cina e di una variegata fetta di mondo, prima “in via di sviluppo” e ora in via di collisione con lo strapotere occidentale.

Quali direttrici allora per le classi dominanti e i funzionari che amministrano la riforma universitaria? L’università deve produrre le conoscenze più avanzate sul campo, assicurarne “il miglior apprendimento possibile”, assicurare apertura, mobilità e internazionalizzazione. Magistrali e dottorati in inglese, assegni di ricerca più economici per assumere qualche preziosa mente in più pagandola meno, finanziamenti meno vincolati agli atenei grandi e competitivi, atenei più piccoli e periferici strettamente monitorati e in tendenza accorpati o eliminati, superare la demotivante deriva burocratica (Caravale) . Nella lunga lista di riflessioni e proposte dei “riformatori”, non c’è nulla che appaia come soluzione.

Come possono queste misure, elencate alla rinfusa, prive di una prospettiva e soprattutto ancorate nella dimensione neoliberale e liberista che ha finora caratterizzato l’approccio alle riforme universitarie, costituire la soluzione a una crisi di carattere strutturale e sistemico? Come possono interrompere il corsodell’evoluzione della competizione economica internazionale in guerra chespinge verso il keynesismo militare con più di 30 miliardi in Finanziaria per la spesa militare e l’Unione Europea che investe 800 miliardi nel riarmo? Una crisi che rende il sapere scientifico-tecnico – oltre che un fattore produttivo primario – un campo di battaglia su cui l’Occidente è in grande difficoltà?

Investire economicamente e politicamente sull’università e sulla ricerca è bensì indispensabile per l’UE al fine di risollevarsi come ipotesi imperialista competitiva mascherata da presidio di cultura e civiltà, ma aumentare la selettività con cui si sceglie la classe dirigente o risparmiare un po’ su chi si espelle dall’università non salverà l’economia europea dal naufragio.

La teoria dello sgocciolamento adottata da chi continua ad affermare che investire “sui forti” servirà ad aiutare i deboli, è un doppio inganno: nessuno sviluppo per gli atenei più deboli e per i settori meno profittevoli della ricerca, che anzi tenderanno alla scomparsa; ancora più esclusione e impossibilità di accedere a percorsi di educazione e formazione e ad opportunità di lavoro ed emancipazione per chi parte da zero. Se ne accorge lo stesso Paleari, osservando che quella di finanziare maggiormente solo alcuni atenei è una “necessità” che rischia di “divaricare il sistema ancor più di come è oggi”.

SELEZIONARE E STRATIFICARE

Crediamo infatti che dietro le parole di questi “esperti” e “riformatori” vi sia dell’altro. La classe dominante italiana è ben cosciente del ruolo subalterno che il nostro Paese occupa e continuerà ad occupare nella ristrutturazione delle filiere internazionali. Per questo sa che è importante far sì che l’università rimanga uno strumento di subordinazione ideologica e al contempo di formazione e selezione di classe per il tipo di manodopera richiesto attualmente dai settori di punta dell’impresa privata.

Per questo, nella titubanza delle proposte, nell’assenza di vere prospettive di rilancio del sistema universitario in ottica di sviluppo – mancando qualsiasi idea di sviluppo in generale – alcune misure sono state formulate con più convinzione di altre: il DDL 1240, per ora congelato in discussione parlamentare, come viatico della precarizzazione assoluta e permanente; il corposo taglio al FFO per quest’anno, colpo di grazia all’ideastessa di università pubblica;un lavoro in corso per ridisegnare la legge 240/2010 nell’ottica di efficientare e razionalizzare i compiti della filiera dell’alta formazione e della ricerca.

Se dunque, in approssimazione, la funzione assunta da università e ricerca è quella di addentellato di una struttura economico-produttiva indirizzata alla riconversione militare delle produzioni civili, alla competizione sulle tecnologie di avanguardia e all’appropriazione privata e monopolistica delle conoscenze riguardanti questi settori, leggendo tra le righe risulta che l’Italia è un anello debole che deve mettersi in condizioni di avere una funzione nel mutato contesto. Eravamo subfornitori di prodotti a basso valore aggiunto per la filiera dell’automotive a guida tedesca? Dobbiamo attrezzarci per esserlo rispetto a una filiera che diventa militare. Servirà un surplus di manodopera con alta specializzazione tecnologica e nessuna educazione critico-scientifica? Mentre aumentano le iscrizioni a scuole tecniche e professionali e ai “nuovi” ITS sarà bene che la maggior parte dei giovani si tolga dalla testa l’idea di andare all’università.

Per questo il professor Graziosi sproloquia di selezione, stratificazione eccetera. L’Università deve selezionare socialmente e psicologicamente tra chi è adatto e chi è inadatto (“meritevole”, direbbero) a ricoprire un gradino socialmente più alto, ad avere magari la speranza di una retribuzione più vicina alla decenza che oggi non è garantita neanche da un dottorato, figuriamoci da una triennale. Nessuna coesione sociale e nessun effetto di ascensore sociale: l’università eleva alcuni solo al costo di abbassare altri.

Non è in questione solo il rapporto tra specializzazione e manodopera dequalificata e tra strati socialiQuando Graziosi parla di qualità degli studenti e asserisce che l’università debba essere “luogo dell’avanzamento delle conoscenze e di un apprendimento al passo con questo avanzamento”, ma separa il luogo di questo apprendimento dal luogo dello sviluppo di “coscienza critica”. Con questa operazione surrettizia oscura il passaggio già avviato nell’università e che egli vuole incoraggiare: dalla specializzazione alla settorializzazione.

Di cosa parliamo? Del fatto che all’interno dell’università e soprattutto della ricerca la necessaria specializzazione che fornisce conoscenze e metodologie affinate per portare avanti una molteplicità di ricerche nelle loro specificità e difficoltà particolari, e che è condizione di un avanzamento scientifico-culturale che passa per contaminazioni e sintesi tra “culture” umanistica e scientifica e tra scoperte in “campi” differenti di specializzazione. 

La specializzazione diventa settorialismo quando questo meccanismo di contaminazione e sintesi si rompe: quando lo “specialista” collettivo della comunità scientifica diventa un intellettuale frammentato che solo nel proprio settore – per principio impenetrabile alle istanze critiche provenienti da altri settori o dalla società – mette a servizio le proprie competenze e ritrova un orizzonte di pensabilità, mentre non pone al vaglio della critica nulla di ciò che nella chiusa prospettiva di settore appaia come un avanzamento (si veda l’attenta riflessione di Alessandro Mazzone).

Da questo punto di vista, il settorialismo non solo non fa dell’università il luogo della coscienza critica, ma la uccide; non solo perpetua come dottrina ciò che dovrebbe essere analizzato e ridiscusso, ma mette il settore “del sapere” a servizio del settore produttivo: ogni settore di università e ricerca al servizio del rispettivo settore di mercato privato che può meglio finanziarlo e cooptarlo come testa di ponte del proprio interesse privato. Sbaglia quindi anche chi (“a sinistra”, sembra intendere l’autore) pensa che l’università debba conferire coscienza critica ai giovani.

Per Graziosi questo è il compito della scuola, ma l’ipocrisia segnalata sopra nasconde anche qui la realtà: al giorno d’oggi la scuola dovrebbe contrastare la dealfabetizzazione e la deculturazione di massa incentivate dalla rottura dell’ascensore sociale e dall’individualismo imperante, fornire le conoscenze necessarie ai più giovani per costruirsi un’immagine del mondo libera dagli schemi ideologici della competizione individuale e internazionale (si confronti nell’altro contributo la proposta per una nuova didattica nel mondo multipolare).

Al contrario, lo smantellamento della scuola e quello dell’università hanno proceduto di pari passo, facendo sì chela scuola perdesse il suo potenziale innanzitutto educativo e pedagogico, che in un ormai da tempo tramontato contesto di sviluppo economico l’avevano resa non solo un ascensore sociale di massa ma anche un fattore di sviluppo culturale complessivo del Paese.

Oggi la scuola delle competenze e dell’identità, la scuola di Valditara e di Galli della Loggia (non solo “ispiratore” di Valditara ma anche membro per il MUR della commissione “per l’analisi di adeguati interventi di revisione dell’ordinamento della formazione superiore” su governance istituzionale, reclutamento e gestione del personale e razionalizzazione dell’offerta formativa) va esattamente nella direzione opposta e anzi si rende il primo step per l’avvio della settorializzazione di cui sopra.

STUDIARE TUTTI, STUDIARE DI PIÙ, LAVORARE MENO E MEGLIO

In conclusione, il piano inclinato dell’università integrata nella produzione e sempre più elitaria nell’accesso conduce verso un buco nero di precarietà e non dà risposte neanche alle presunte esigenze delle classi dominanti. L’ambizione a diventare la più grande “economia della conoscenza” sul piano globale, acquisendo competitività tramite una manodopera flessibile e adattabile, formata per apprendimento di competenze e know-how immediatamente spendibili per le aziende private, si rivela giorno dopo giorno per l’Unione Europea un’illusione.

La quotidiana obsolescenza di competenze che devono essere costantemente aggiornate, e l’incapacità – economica e finanziaria in primis – di stare al passo con gli investimenti in ricerca e sviluppo dei competitor internazionali, sono una palla da carcerato al piede di un polo sovranazionale che si ritrova a dover “difendere dalle ingerenze straniere quel poco a cui può appigliarsi in un “ordine scientifico mondiale” in cui anche gli USA hanno cominciato ad arrancare.

La realtà è ormai più chiara di qualsiasi narrazione ed avvicina a quella che un tempo era utopia il programma politico che oggi a partire da università e ricerca potrebbe essere messo in campo: investire davvero sull’università, aprire l’accesso a tutti i giovani senza discriminazioni di classe e sociali, trasformare l’università in una fucina di soluzioni innovative ai problemi di (dis-)integrazione sociale, collasso ambientale, insorgenza di epidemie e pandemie, impoverimento culturale, sarebbe possibile visto l’attuale livello di sviluppo delle forze produttive.

Un programma di liberazione attraverso la piena automazione del lavoro in regime capitalistico? Sicuramente no. Togliere le leve del potere economico e politico dalle mani di chi attualmente lo detiene sarebbe il primo passo indispensabile, ma l’attuale livello di sviluppo scientifico e tecnologico e la maturata capacità di automatizzazione di molti processi produttivi potrebbero tenere in piedi un sistema in cui il diritto sociale allo studio e alla conoscenza fosse finalmente a tutti garantito, e in cui il tempo di lavoro si riducesse e la qualità delle mansioni migliorasse al punto tale da superare il bisogno sociale del lavoro a tempo pieno per come oggi lo conosciamo.

Per tornare al nostro Graziosi, quando egli sostiene che la concezione degli “atenei come motore della crescita culturale e della diffusione della conoscenza in termini generali … non coglie l’essenza dell’Università” non fa che difendere l’idea di un’università che invece di socializzare la conoscenza punta a blindare il suo monopolio, che invece di costruire il benessere collettivo ne blocca gli stessi presupposti. 

È questa l’università del capitale privato che non solo entra nei CdA e plasma a sua immagine la governance degli atenei ma agisce direttamente sull’impianto generale di formazione e ricerca: non sviluppo positivo e diffuso di sapere e cultura, ma solo il qui-ed-ora del profitto e dell’accumulazione. Se ci chiediamo quale nuova fioritura culturale ed intellettuale possiamo aspettarci da questo modello, la risposta è insita nella miseria dell’oggi.

Non è questa l’università di cui hanno bisogno i milioni di giovani che al momento non la possono frequentare, le centinaia di migliaia di studenti che la frequentano a loro spese lavorando e inventandosi di che vivere per sostenersi negli studi, non è questa l’università di cui ha bisogno una società sulla cui maggioranza impoverita pesa la strabordante ricchezza dei profitti di pochi industriali, magnati di Google e Meta, e delle rendite di una classe politica che ne fa gli interessi esclusivi.

Contro questa università serve immaginare l’alternativa. Un momento di incontro e di riflessione su questi temi sarà il convegno nazionale “Quale università, quale ricerca, quale sapere, per quale società?”, verso la ripresa di una stagione di lotta che ha ormai nei luoghi della formazione un campo di battaglia molto ben delineato.

CAMBIARE L’UNIVERSITÀ, CONQUISTARE UN FUTURO!

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