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MontePaschi. Il problema è proprio la banca

Nell’analizzare la tragicommedia di MontePaschi, intervistato da Fabio Fazio, il direttore del Sole24Ore, Roberto Napoletano, invitava tutti a “metter da parte la politica”. Ovvero a non concentrarsi troppo sul fatto che la banca aveva un rapporto speciale con il Pd e a badare piuttosto alle conseguenze sistemiche sul sistema bancario e l’economia nazionale.

L’invito, da parte di un giornalista, è sembrato quasi sorprendente (dove c’è scandalo ci sono copie da vendere). Evidenziando quindi la preoccupazione che domina all’interno di Confindustria e dell’Abi, che nella vicenda ha perso addirittura il presidente.

Ma è un invito che almeno in parte va raccolto, perché – dal nostro punto di vista – la questione più interessante è il modo di funzionamento di una grande banca, non le singole macchinazioni dei suoi “azionisti di riferimento”. Ma anche perché, avendo potuto ascoltare diverse fonti non sospette sulla vicenda, l’immagine di MontePaschi come “banca del Pd” è decisamente sovradimensionata. Il Pd vi gioca naturalmente un grande ruolo, ma nella storia recente e non di questo istituto hanno avuto udienza le necessità di finanziamento di soggetti decisamente diversi. Berlusconi stesso, di primo acchitto, ha confessato il suo “affetto” per la banca che gli aveva permesso di portare a termine le operazioni immobiliari “MilanoDue” e “MilanoTre”. Membri noti e importanti della P2 e della P4 – rivelava ieri Repubblica – si sono potuti sedere, illustrare i propri progetti e uscirne contenti. La massoneria, toscana e non, ha da sempre parecchi terminali in quella Rocca.

Il Pd, del resto, anche su questo fronte, non è più il Pci semi-monolitico di una volta. A far data dall’uscita di scena di Achille Occhetto (ultimo segretario di quel qualcosa chiamato Pci, non a caso), il segretario del partito non è stato più il “controllore” assoluto di quanto si muoveva anche a livello di cordate finanziarie.

Con l’avvento dei D’Alema & co. si passa infatti a un “sistema di cordate” che cercano un equilibrio anche all’interno del Pd, oltre che del mercato, e l’unica governance possibile è l’autonomizzazione delle varie “cordate” con modalità di rapporto reciproco non devastanti per la tenuta dell’insieme. Difficile, insomma, chieder conto a Bersani – referente certo delle cordate emiliane (da Unipol alle Coop, ecc) – di cosa accadeva in Mps, che ricadeva in pieno sotto il raggio di interesse dei “toscani”. Che infatti tacciono, a partire da Matteo Renzi, mentre Bersani minaccia di “sbranare” che cerca di tirarlo in mezzo.

Il problema vero è che una grande banca è quella roba lì. È una “camera caritatis” dove poteri di vario livello, territorializzati o meno, cercano le risorse per operazioni di dubbio valore come per progetti degni di nota. È una centrale idraulica in cui entra capitale reale e si crea capitale fittizio, in uno scambio che deve essere complicato fino al punto da rendere indistinguibili i flussi. E in cui il controllo complessivo è continuamente a rischio. Perché laddove il credito diventa “scommessa” può accadere di tutto, anche l’indesiderabile…

Mps si crea un problema patrimoniale irrisolvibile quando tenta di diventare una “grande banca”. Bisogna ricordare che la prima metà degli “anni zero” del nuovo millennio sono anni di veloci fusioni tra banche italiane; un processo messo in moto da un lato dalla privatizzazione dei cinque istituti di credito “di interesse nazionale”, dall’altro dalle normative europee “liberalizzatrici” che solo l’Italia si sbriga a mettere in pratica. Diventare “grandi”, insomma, era anche un modo di non essere ingurgitati dalle banche straniere, come avvenne a Bnl.
Mps parte tardi in questa corsa che vede come principali protagoniste – ad un certo punto – Unicredit e IntesaSanPaolo. Le sue acquisizioni (Banca Toscana, l’Agricola Mantovana, Banca della Marsica, Banca del Salento, ecc) sono allo stesso tempo troppo costose e insufficienti a garantire la “massa critica”. Quando tracolla AntonVeneta, acquisita in un primo momento dagli spagnoli del Santander, a Rocca Salimbeni si accende la spia rossa: prendere quella banca è forse l’ultima occasione per diventare finalmente “grandi”.

Ma siamo già in piena crisi e il valore di borsa delle banche crolla più rapidamente degli indici azionari industriali. Mps, nel 2005, valeva in borsa quasi 12 miliardi; alla fine del 2011, nonostante il “gigantismo” finalmente raggiunto, soltanto 2,7.

Non volendo rinunciare a una fusione ritenuta “strategica” i vertici di Mps pagano un prezzo folle (10,3 miliardi, mentre Santander soltanto due mesi prima ne aveva spesi soltato 6,6), rinunciano persino alla normale “doppia due diligence” sui conti di AntonVeneta, ci aggiungono degli extracosti che ora i magistrati ritengono essere fondi neri per mazzette politiche e premi aggiuntivi per i dirigenti… e infine devono mettere in piedi alcune operazioni basate su “prodotti derivati” per coprire le immense perdite di questa acquisizione.

Qui entrano in gioco le grandi banche d’affari globali – JpMorgan, in primo luogo – che creano, manipolano, fanno circolare i “derivati”. Qui Mps perde definitivamente il controllo della situazione e inizia a mettere in atto le pratiche illegali che ora hanno portato alla contestazione di reati penali specifici: manipolazione del mercato, ostacolo alle funzioni della vigilanza da parte della Banca d’Italia, aggiottaggio e infine – sembra – truffa nei confronti degli azionisti.

Se questa ricostruzione è anche approssimativamente esatta, in effetti “la politica” conta abbastanza poco. Certo, i soldi per finanziare il Palio e altre iniziative sportive (Siena calcio e basket) venivano di lì; i fondi per imprese legate al Pd e dintorni, anche. Ma questi sono spiccioli, nel bilancio complessivo e disastroso di Mps.

La parte principale è la “normale attività” di una grande banca. È questo che anche molti compagni dovrebbero mettere al centro dell’attenzione, evitando di farsi come sempre deviare lo sguardo verso “il dito” (il Pd, in questo caso) perdendo di vista “la luna” della finanza nel suo perverso operare.

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3 Commenti


  • luciano

    Anche se il direttorio o, se si preferisce la mente agente resta interna ai meccanismi di produzione di plusvalore tramite danaro,il capitale finanziario non può,per intrinseca inadeguatezza e mancanza di “presa sociale”,fare a meno di strutture politiche con ramificazioni diffuse tali da garantire il minor rischio possibile ai pescecani del capitale speculativo.Questo ruolo lo ha assolto e lo assolverà in futuro il partito di Bersani(e Monti),senza i quali qualsiasi “operazione”finanziaria troverebbe ostacoli a dir poco insormontabili.Che cos’è stato,sin qui,il connubio con le banche del cosiddetto centrosinistra e a quali logiche”democratiche”rispondeva?Le pratiche di investimento dovevano comunque passare al vaglio di soggetti che avevano un potere insindacabile di veto o di appoggio secondo linee politiche di convenienza ed era sempre interna ad una logica di classe!


  • andrea

    E’ indubbio che il capitale finanziario non possa fare a meno di strutture politiche – per meglio dire di rappresentanza istituzionale: ma qui torniano a Marx e alle Istituzioni borghesi come Consigli di Amministrazione del Capitale. Bersani e Monti sono degli Amministratori, più o meno fedeli, più o meno capaci; ma il Padrone sta da un’altra parte.


  • luciano

    E invece il padrone (vero),sta proprio lì,in quello “scambio virtuoso”fra ceto politico e sue propaggini finanziarie attraverso il sistema delle”porte girevoli”evocato in più occasioni.La borghesia in questa fase di crisi di accumulazione del capitale ha un assoluto bisogno di garanzie remuretavive dei propri flussi di danaro e questa può essere garantita solo con una stretta vicinanza con quei soggetti in grado di metterli sul mercato tutelando il profitto di entrambi.Non si tratta più di” comitati d’affari”di marxiana memoria,ma di qualcosa di peggio,molto peggio.

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