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Sciopero generale, possibili sorprese

Lunedì 11 ottobre tutte le organizzazioni sindacali di base, conflittuali e di classe, hanno convocato unitariamente uno sciopero generale contro le politiche del governo Draghi.

Non accadeva da anni è già questa è una novità rilevante. L’altra è che è il primo sciopero contro un governo blindato e santificato da tutti i partiti, da Bruxelles e dalla Confindustria, che sta procedendo come un caterpillar nella ristrutturazione antipopolare del paese in ogni piega della vita economica e sociale.

In questo clima di consenso forzato intorno al governo Draghi e alla sua strategia, rompere l’incantesimo e mettere sul piatto le contraddizioni sociali e politiche che sono venute emergendo con la pandemia è decisamente una sfida di prima grandezza.

La convocazione dello sciopero è stata decisa questa estate e in questi mesi agli obiettivi originari se ne sono via via aggiunti altri. Nella piattaforma iniziale ci sono sicuramente i licenziamenti e le numerose crisi aziendali; ci sono i buchi evidenti nella destinazione dei fondi del Pnrr (dalle abitazioni al lavoro, dalla scuola alla sanità), dove si sente parlare di miliardi in arrivo ma destinati a capitoli non certo declinati sulle esigenze popolari.

Ma poi si sono aggiunti altri temi imposti dalla realtà, come il carovita con le ripetute stangate sulle bollette della luce e del gas e sul prezzo dei carburanti; l’accanimento ossessivo del ministro Brunetta contro i dipendenti pubblici, l’inaccettabilità della strage dei morti sul lavoro, infine le crescenti proteste sui luoghi di lavoro contro la discriminazione tra i lavoratori introdotta dal green pass.

Quasi naturalmente, intorno allo sciopero generale dell’11 Ottobre si è andato coagulando un malessere sociale spesso sotterraneo ma esteso, andando a configurare una sorta di contro-programma per il paese rispetto a quello rappresentato dalle scelte materiali del governo Draghi e dai diktat dell’Unione Europea sull’uso del Recovery Fund.

In tale contesto il “consorzio” rappresentato da CgilCislUilUgl balbetta o tace, allettato magari da un possibile ritorno alla “concertazione” in stile 1993, ma preoccupato che Confindustria e tecnocrazia di governo vogliano fare a meno di loro.

La contraddizione è diventata talmente evidente che in diverse fabbriche anche delegati sindacali aderenti alla Fiom hanno deciso di aderire allo sciopero, mentre in altre hanno deciso di lasciare i sindacati complici e aderire a quelli conflittuali vedi i Rider di Catania o vedi all’ex Ilva di Genova

Lo sciopero dell’11 Ottobre dunque sta via via perdendo il sapore di una scadenza in qualche modo già vista e può diventare qualcosa di politicamente significativo.

La politica ha abdicato completamente alle esigenze sociali in nome dell’unità nazionale e dell’asservimento a Bruxelles e i sindacati sono costretti a misurarsi ormai sul piano politico, più che su quello strettamente vertenziale.

Ogni vertenza infatti richiede ormai soluzioni “politiche”, perché le relazioni sindacali non hanno l’ossigeno né gli spazi di manovra del passato. Dall’Alitalia all’Ilva, dalla Gkn alla sanità, dal pubblico impiego al mondo dell’istruzione e della ricerca, le soluzioni ai vecchi problemi ed a quelli aggravati dalla pandemia non paiono risolvibili con estenuanti “tavoli” privi di qualsiasi strumento concreto di risoluzione.

E’ questo, oltre che la dimensione generale, a rendere quello dell’11 Ottobre uno sciopero molto “politico”. Perché chiama in causa scelte che non riguardano questo o quell’aspetto dell’attuale sistema, ma l’intero edificio costruito in oltre trent’anni di neoliberismo e di strapotere padronale.

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1 Commento


  • Giambattista Specchierla

    Tutto vero, dobbiamo scendere in piazza e riprenderci in mano il nostro paese, altrimenti sarà la fine….

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