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Padroncini in casa d’altri

Un colonialista è per sempre. Una volta assaggiato il gusto del disporre a piacimento delle vite di interi popoli per portar via gratis le loro risorse, pare impossibile tornare indietro. Neanche quando quel potere – perso perché qualche altro colonialista ti ha sostituito, oppure certi popoli sono cresciuti al punto da farti passare la voglia di stuzzicarli – di fatto non ce l’hai più.

A margine del “memorandum” firmato per ora elettronicamente da Usa e Iran, gli ex colonialisti europei si sono messi in moto come un sol uomo per mostrare di “contare qualcosa”, spinti da antichi furori imperiali.

E’ appena il caso di notare che quell’accordo, come confessa lo stesso vicepresidente Usa che l’ha firmato, “è di una pagina e mezzo” e “non include i dettagli operativi dell’intesa“. Una serie di princìpi, dunque, o di slogan, che andranno concretizzati nel dettaglio nell’arco di almeno 60 giorni. Un testo peraltro fin qui secretato, al punto che Washington e Tehran sembrano averne stesure diverse.

Sorvoliamo per il momento sull’ostacolo rappresentato dai nazisionisti israeliani – praticamente tutte le forze politiche interne, sia di governo che di “opposizione” – che hanno spiegato chiaramente come per loro quell’accordo “non esiste” e dunque continueranno a far guerra su tutti i fronti che hanno aperto (Gaza, Libano, Siria, Iran, Houthi, Cisgiordania, ecc).

La minaccia diretta all’Iran, in modo quasi esplicito, è di usare anche armi nucleari – di cui Tel Aviv è fornita a dispetto di tutte le convenzioni e i trattati internazionali: Non scenderemo a compromessi sugli interessi di sicurezza di Israele e sulla protezione dei nostri cittadini, e non ci ritireremo dalle zone di sicurezza”, ha ribadito il ministro del genocidio, Israel Katz, avvertendo che “se l’Iran attacca Israele a causa degli eventi in Libano, lo colpiremo con tutta la nostra forzain modo da “far capire la disparità di potere” – ossia di armi – tra i due paesi.

In questo quadro quanto meno incerto, il solito gruppetto dei “volenterosi” (Francia, Gb, Germania, cui si sono aggiunti Giappone e Canada, oltre l’Italia) si è immediatamente attivato per andare a “sminare lo Stretto di Hormuz”. Di fatto il G7, ossia la Nato più Tokyo, è in piena frenesia di riarmo.

Sulla riapertura del braccio di mare – consensualmente decisa da Usa e Iran con il memorandum fin qui ignoto – pesa tra l’altro il deposito di mine di profondità. Nulla che impedisca il passaggio delle navi, finché questo avviene con l’accordo dei “padroni delle mine” (gli iraniani). Ma evidentemente ostativo a qualsiasi transito fatto a dispetto dei “padroni di casa”. Navi militari della Nato in primo luogo.

La circostanza richiederebbe insomma qualche prudenza e molta diplomazia.

Invece il massimo delle “precondizioni” poste alla “missione di sminamento”, almeno stando alle intenzioni del governo italiano, sono quelle interne: ossia l’autorizzazione del Parlamento. Sul piano pratico le due navi dragamine della Marina militare “Crotone” e “ Rimini” sono già in porto a Gibuti, per la missione Ue Aspides nel Mar Rosso a protezione dagli Houthi. Farle arrivare davanti Hormuz richiederebbe pochissimo tempo…

Completamente ignorata, invece, una “precondizione” che a prima vista risulta decisiva: l’Iran è d’accordo oppure no?

La questione presenta due aspetti piuttosto diversi. Sul piano “legale” – del diritto internazionale – il problema è semplice: il punto di passaggio più stretto rientra completamente nelle acque territoriali di Iran e Oman. Ogni attraversamento richiede il loro consenso (a seconda della rotta che si sceglie, più vicina all’uno o all’altro Paese).

Ma “chissenefrega del diritto internazionale“, dicono nelle capitali europee quando sono loro ad infrangerlo. Facciamo dunque finta che il problema legale – con il voto dei Parlamenti nazionali – non esista; e che non sia d’ostacolo neanche l’assenza di un mandato emesso da una fonte internazionale legittima (l’Onu, in casi come questo). Il G7, notoriamente, non è una “fonte di diritto onnilaterale”, ma un semplice “gruppo di interesse”.

Rimossa dalla mente la questione legale, dunque, resta pur sempre quella militare. Molto concreta. Una piccola flotta della Nato, composta da dragamine, accompagnata da corvette o cacciatorpediniere, potrebbe “operare liberamente” nelle acque internazionali iraniane senza che da Tehran arrivi un permesso o uno sciame di droni e missili?

Possiamo fare un paragone ipotetico con lo Stretto di Messina… Come reagirebbe il governo italiano a una missione militare iraniana (o russa, cinese, ecc) in quei tre chilometri di mare che separano Sicilia e Calabria?

Il rischio di arrivare alle mani sembra evidente…

Ma ai colonialisti di altri tempi non passa neanche per la testa che la propria presenza in casa d’altri, senza invito e senza bussare educatamente alla porta, possa risultare sgradita. E incontrare resistenza.

Sono abituati così, non sanno far altro.

Si son visti passare sotto il naso due guerre in cui il loro ruolo è stato secondario (l’Ucraina, da rifornire ma lasciando la “direzione politica” agli Usa, persino nelle “trattative di pace”) oppure nullo (quella in Medio Oriente, fatta e decisa da Israele e Stati Uniti, peraltro con finalità un po’ diverse).

Per recuperare “l’onore perduto” ora cercano una funzione, sia pur piccola ma rischiosa, per rientrare in gioco a livello globale.

La logica che li spinge è la stessa con cui Mussolini “premier” entrò nella Seconda guerra mondiale – considerata a quel punto già vinta da Hitler – attaccando una Francia di fatto occupata dalla Wermacht: “mi servono 2.000 morti [italiani, ndr] da gettare sul tavolo delle trattative”.

Sappiamo com’è finita. E abbiamo anche imparato che l’Iran attuale è decisamente più “rognoso” di quella Francia debilitata, che peraltro risultò osso indigesto per le truppe fasciste.

Ma vagli a spiegare, ai nostalgici dell’Impero e delle Colonie, che a fare i “padroncini in casa d’altri” – oggi – si finisce in modo simile.

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