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Starmer e soci, la peggiore politica possibile

Con le dimissioni di Starmer si certifica lo stato comatoso della “democrazia liberale anglosassone”, che già era uscita massacrata dall’arrivo di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

Il sesto premier dimissionario in soli dieci anni sta ad indicare che l’instabilità è il segno distintivo di questa lunga fase storica. Il fatto che sia il primo del cosiddetto Labour (gli altri cinque – David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Risji Sunak – erano tutti conservatori) conferma che si tratta di una “crisi di sistema”, non di una particolare visione politica. Che peraltro risulta indistinguibile tra gli uni e gli altri.

Starmer è stato forse il peggiore del mazzo, facendo passare come “progressiste” innumerevoli restrizioni delle libertà politiche e del diritto di espressione, a partire dalla criminalizzazione della solidarietà con i palestinesi e di qualsiasi critica ad Israele. Una politica criminale che sarebbe stata sorprendente per uno come lui, specializzato in “diritti umani”, ma quasi logica per l’avvocato delle organizzazioni sioniste in Gran Bretagna e che sta facendo crescere i suoi figli come ebrei praticanti.

Non parliamo poi della sua ansia guerrafondaia, che ne ha fatto il motore primo dei “volenterosi” qualsiasi sia il problema internazionale da affrontare. Sul Medio Oriente come, e forse soprattutto, sull’Ucraina.

Non riuscendo a trovare lo spazio temporale – insieme a Macron – per mandare truppe al fronte, al fianco di Kiev, ha ripiegato sul trasferimento di tecnologia e produzione bellica. L’ormai famoso missile ucraino “Flamingo FP-5”, utilizzato in questi giorni per colpire direttamente Mosca ed altre zone russe lontane dal fronte, è una variante assai poco variata dei missili britannici della stessa “classe”.

Il prossimo inquilino di Downing Street – Andy Burnham – non sarà molto differente, a parte una blanda religiosità cattolica, invece che anglican-sionista, e qualche attenzione in più per la working class (quasi paradossale che vada segnalata in un partito nato come “laburista”). Ma solo per tentare di frenare l’ascesa di Nigel Farage e altri fascisti che hanno trovato negli immigrati lo scaricabarile perfetto per ogni problema britannico.

Le similitudini tra tutti questi personaggi proiettati per una stagione o poco più al vertice politico della Gran Bretagna (proprio come i primi ministri francesi sotto Macron) indicano che si tratta appunto di “personaggi”, interpretati da attori mediocri e impotenti, non di statisti abilitati a prendere decisioni.

Come scrive Pino Cabras, con una felice intuizione, sono “fusibili” messi a protezione di un impianto di potere. Quando si verifica un sovraccarico di tensione “devono” saltare loro, per consentire che il sistema continui a funzionare una volta sostituito il pezzetto bruciato. Come nell’Italia democristiana, in fondo, quando ogni anni cadeva un governo e se ne faceva uno del tutto simile, con un minimo di valzer tra le diverse poltrone. Lo stesso “nuovo” Burnham, del resto, era già stato ministro nei governi di Tony Blair e Gordon Brown, senza lasciare tracce degne di nota.

E’ significativo che ciò accada in Gran Bretagna, dove il sistema elettorale non cambia mai ed è il simbolo di quel “bipolarismo fondato sul maggioritario” che è stato per tre decenni il faro della “governabilità” da imitare a qualsiasi costo.

Ma neanche lì funziona più. Così come in Francia o negli Usa.

L’illusione che un sistema di regole possa contenere l’esplosione sociale di problemi, visioni, follie che muovono milioni di persone, può sussistere finché i cambiamenti necessari per ritrovare un equilibrio sono minimi. Ossia “riformabili” con poca fantasia e ancor minore sforzo.

Ma quando i “traumi” sono di dimensioni sistemiche, quel “collare” messo alla rappresentanza politica non tiene più. E più le due forze “bipolari” si sforzano di “convergere al centro” – ossia di annullare le già poche differenze – più la domanda sociale di soluzioni “radicali” prende vie impensabili. Ma pensate da qualcuno.

E’ evidente che si siano sfaldati i “blocchi sociali” su cui la rappresentanza politica del dopoguerra si era fondata in tutto l’Occidente capitalistico. Blocchi tra interessi materiali diversi che dovevano trovare una compensazione attraverso la politica, le sue scelte, e quindi attraverso il funzionamento orientato dell’amministrazione statale.

In pratica, politiche economiche e fiscali che attenuavano le differenze di reddito e di status, creando filiere e una connessione – non “sentimentale”, ma programmatica – tra fasce sociali che nel loro insieme determinavano un consenso sociale piuttosto stabile.

Oltre 40 anni di neoliberismo e arretramento del “pubblico” hanno quasi azzerato quell’ambiente “ideale” della rappresentanza. Gli interessi si sono individualizzati, le categorie moltiplicate e quindi ristrette quanto a partecipanti (dalle centinaia di migliaia, o milioni, a poche migliaia). Un pulviscolo sociale che si accumula a seconda dei venti e delle piogge, ma inadatto ad impastare edifici stabili.

Fare una politica economica o industriale in grado di raccogliere consensi significativi è ormai impossibile. Anche nel resto d’Europa, perché c’è l’Unione Europea a dettare le regole che aumentano l’individualizzazione incontrollabile degli interessi privati.

Ma se la funzione dello Stato è quella di “lasciar fare” alle imprese e reprimere il malessere degli esclusi dal banchetto – non solo in Italia i “pacchetti sicurezza” sono gli unici provvedimenti concretamente presi – allora il personale politico, di vertice come locale, viene scelto sulla base di criteri di marketing. Come merci sugli scaffali del supermercato.

Si compra (votando) un prodotto, lo si prova e lo si butta via. Senza soluzioni di continuità, perché – appunto – “fusibili” costruiti per saltare al primo guasto.

La politica, in tutto l’Occidente, è ridotta a smargiassate pensate per incrementare l’impatto mediatico. Lo si fa per conquistare voti volatili, poi ci si comporta allo stesso modo nel decidere una guerra o le trattative per porvi fine (Trump). Si sposa una soluzione improvvisata per arrestare la deindustrializzazione europea e ci si butta nel riarmo, nella riconversione del civile in militare. Incrociando le dita…

Senza visione, senza progetti, senza strategie razionali. Slogan per gli elettori, input imprenditoriali esterni per selezionare le scelte operative, zero autonomia strategica, zero sforzo intellettivo. Zero appeal.

A questo punto basta un bruto qualsiasi che indichi nell’immigrato riconoscibile – il nero, l’olivastro, il giallo – la causa di tutti i problemi. Come un secolo fa si indicavano gli ebrei, certo. Ma oggi che sono stati “riammessi tra i bianchi”, bisogna cambiare capro espiatorio…

Perché di fronte al crollo delle prospettive, alla “scomparsa del futuro”, al blocco di un sistema di produzione basato sull’interesse individuale anziché su quello generale, bisognerebbe porsi le domande “epocali” che possono determinare risposte all’altezza. Ma che cancellerebbero la legittimità di molti di quegli interessi privatistici. Innanzitutto di quelli più potenti, macroscopici.

Molto più semplice trovare soluzioni facili. Bastano quattro cretini per picchiare un immigrato, scatenare un pogrom e gridare alla “remigrazione”. Non c’è da pensare, studiare, provare e riprovare.

Ma al “pensiero zero” corrisponde sempre uno scontro sociale ad alzo zero. Che porta al socialismo o alla barbarie. Senza vie di mezzo.

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