La guerra è un rasoio, lo ripetiamo. E’ la principale contraddizione del presente, separa nettamente e senza possibilità di mediazione chi ha interesse alla pace (con tutte le conseguenze sul possibile benessere dei popoli) e chi pensa solo al dominio suprematista su qualcun altro.
“Destra” e “sinistra” si definiscono insomma a partire dalle politiche che portano alla guerra e quelle che invece la impediscono. Il resto sono “chiacchiere e distintivo”, richiami verbali ad un mondo di “valori” che hanno un senso, ma solo se la guerra viene fermata, perché non stanno in piedi da soli.
Nelle ultime ore è diventato di solare evidenza che il mondo ha molti problemi, ma uno è diventato ormai un tumore gigantesco e mortifero: Israele e il suo link con “l’America”. Non che prima fosse molto diverso, certo, ma anche la gestione dell’egemonia di questa “coppia di fatto” sul resto dell’Occidente ed il mondo viaggiava su binari che ne occultavano in buona parte gli aspetti più orrendi.
Per intendersi, il “diritto a difendersi” è ormai una frase per svicolare davanti alla realtà del genocidio a Gaza, delle bombe al fosforo e all’azzeramento persino di ospedali e cimiteri in Libano, alla tortura e allo stupro dei prigionieri nelle carceri di Tel Aviv. E si potrebbe andare avanti a lungo…
L’invasione del Libano ha insomma le stesse modalità applicate a Gaza, ed era stato anche dichiarato come tale dal sedicente “ministro della difesa” Katz prima di iniziare l’attacco.
Costringere la popolazione alla fuga in massa è “pulizia etnica”. Programmare l’impossibilità del suo ritorno, cancellarne la memoria fisica sul territorio (cimiteri, archivi, luoghi di culto, scuole, case), sono operazioni che da sole e nel loro insieme sono classificate come genocidio nella Convenzione Onu del 1948, elaborata a partire dall’orrore della Shoah e per impedire che si ripetesse.
Inutilmente, certo. Ma per questo quel che sta avvenendo è più grave, non meno. Perché fa regredire tutto, fino all’abisso da cui si era usciti 80 anni fa.
Nell’evoluzione della guerra doppiamente “triangolare” tra Usa, Israele e Iran (che riguarda però i territori di Israele, Iran e Libano) siamo arrivati al punto in cui la definizione di un accordo sembra possibile tra Washington e Teheran, ma non con Tel Aviv. Perché riguarderebbe soltanto questi ultimi due paesi, ma non il Libano.
Il che dovrebbe essere “intollerabile” per chiunque visto che non si può lasciare un paese sovrano, una popolazione di fatto senza esercito, alla mercé di un colonialismo criminale e genocida. Ma soltanto l’Iran – per motivi di confessione religiosa e di interessi strategici – ha mosso fisicamente un passo per dire basta, sparando una salva di missili come “avvertimento”.
Il messaggio è stato così chiaro da essere compreso perfino da Trump, per la prima volta obbligato a chiedere a Netanyahu di “non rispondere”. Inutilmente.
E subito dopo a minacciare “Bibi” – per finta, sicuramente, e ad uso interno, vista la crescente impopolarità di questa guerra e della stessa Israele – “Farai meglio a stare attento; o ti troverai ad agire da solo”.
Non accadrà, è sicuro. Ma che l’indicibile – ovvero la separazione degli interessi immediati tra i due centri di comando dell’imperialismo occidentale – sia stato nominato, dà la misura della gravità della situazione.
Come è costretto ad ammettere persino Barak Ravid – il “giornalista” di Axios con un passato da ufficiale nell’”Unità 8200” dell’Idf – “Bibi ha bisogno che la guerra continui per rimanere politicamente vivo in Israele, e Trump ha bisogno che la guerra finisca per rimanere politicamente vivo negli Stati Uniti”.
La divergenza degli interessi si va definendo e radicalizzando, nonostante la fondamentale sintonia geostrategica. E coinvolge non solo “i capi”, ma la politica e la struttura sociale. Sia di questi due paesi che dell’intero Occidente imperialista.
Basta vedere la comune rovina delle classi dirigenti in ogni angolo di questa parte di mondo, che continua a ragionare da “vecchio colonialista”, come se il resto fosse solo terra di conquista a basso prezzo, rifiutandosi di prendere atto della nuova realtà globale.
Lo sfaldamento degli assetti istituzionali anglosassoni (Usa e Gran Bretagna) va assumendo proporzioni imbarazzanti e non nascondibili, ormai al centro di riflessioni analitiche molto preoccupate. Germania e Francia stanno anche peggio, per non parlare di casa nostra. Persino in Israele l’impasse è palese.
Ovunque possiamo notare l’indistinguibilità reale tra “governo” e “opposizione” proprio a proposito della guerra. E se nel cuore dell’impero un briciolo di differenza può essere rilevata (sul piano dei costi economici, non certo dei “valori ideali”), altrove è buio fitto.
A Tel Aviv l’”opposizione di sinistra” critica Netanyahu “da destra”, lamentando “l’asservimento agli Stati Uniti”… che vorrebbero farla finita con questa guerra per dedicarsi ad altre. Più guerra, insomma, e magari anche usando l’atomica…
Quasi come in Italia, dove il Pd rimprovera a Giorgia Meloni di non esser stata presente al patetico “vertice dei volenterosi” di Londra, che voleva programmare – come un anno prima, peraltro – una finta “proposta di pace” per la guerra in Ucraina al solo scopo di poter inviare truppe Nato sul terreno per estendere il conflitto a tutta Europa.
Solo in Francia si può apprezzare una reale opposizione di merito alla guerra e alle scelte antipopolari che si porta dietro quanto a politica economica, grazie a La France Insoumise.
“Destra” e “sinistra” si distinguono davvero, se si vuole. Ma solo se si prende posizione contro la guerra e chi la vuole.
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