Quattro attivisti del gruppo Palestine Action, recentemente condannati per danneggiamento durante un’azione all’interno di una fabbrica di armi, rischiano ora di vedersi aggiunta l’accusa di terrorismo nella sentenza. La notizia è emersa solo martedì 11 maggio, dopo la revoca delle restrizioni sulla copertura mediatica del caso, che avevano impedito ai media di rivelare i dettagli più controversi del processo.
Bisognerebbe già chiedersi in che razza di democrazia un processo pubblico (non un’operazione di intelligence) possa finire coperta da limitazione al diritto all’informazione, ma tralasciando questo “dettaglio”, è ancora più grave che sia stata emessa una condanna, e che in sede di scrittura della sentenza, la corte tenterà di aggiungerci fattispecie di reato non previste.
Brevemente i fatti. Martedì, presso la Woolwich Crown Court, i giurati hanno dichiarato colpevoli Leona Kamio (30 anni), Samuel Corner (23), Fatema Rajwani (21) e Charlotte Head (29) di ‘danneggiamento criminale’ in relazione a un raid avvenuto il 6 agosto 2024 contro lo stabilimento della Elbit Systems (produttore di armi israeliano) nei pressi di Bristol. Altri due attivisti, Jordan Devlin e Zoe Rogers, sono stati assolti.
La giuria non è stata però informata che al suo verdetto la corte cercherà di aggiungere la qualifica di “connessione con il terrorismo“, in sede effettiva di condanna. “In sede di condanna – si legge sul The Guardian – verrà emessa una sentenza separata, basata sullo standard probatorio penale, per stabilire se sussisteva o meno un collegamento con il terrorismo“.
Il giudice, Justice Johnson, aveva già affermato in un’udienza preparatoria nel marzo 2025 che l’azione poteva rientrare nei parametri del Terrorism Act 2000, in particolare la sezione 1(2)(b) che include il “grave danno alla proprietà” se compiuto per influenzare un governo o un’organizzazione internazionale.
Se il tribunale confermerà la “connessione con il terrorismo” durante l’udienza del 12 giugno, le conseguenze per i quattro giovani saranno pesantissime. In genere, i detenuti comuni (come quelli per reati di danneggiamento) scontano circa il 40% della pena, mentre per casi legati al “terrorismo” è molto più difficile ottenere riduzioni della pena dal comitato per la libertà vigilata.
I condannati potrebbero essere inoltre registrati come terroristi a vita. Ciò comporta l’obbligo di comunicare alla polizia ogni nuovo conto bancario, indirizzo email, dispositivo elettronico o relazione personale, pena il ritorno in carcere. In pratica, una vita “commissariata” per aver danneggiato dei droni che sarebbero stati usati in una conclamata pulizia etnica.
Il caso ha sollevato forti critiche per le restrizioni imposte durante il dibattimento. Ai difensori è stato vietato di utilizzare termini come “genocidio” o di citare le azioni militari di Israele a Gaza come giustificazione morale. Il giudice ha impedito alla difesa di invocare la “scusante legittima”, che prevede la giustificazione del danneggiamento, se commesso per prevenire crimini più gravi.
Un portavoce di Defend Our Juries, un gruppo di attivisti che si occupa di casi legali nati da azioni portate avanti per motivi umanitari e, più in generale, di coscienza, ha espresso sconcerto: “L’opinione pubblica rimarrà sbalordita nell’apprendere che nel sistema giudiziario britannico un manifestante può essere condannato per danneggiamento doloso per aver interrotto l’attività di una fabbrica di armi e poi essere condannato come “terrorista” senza essere stato effettivamente condannato per reati di terrorismo e con tutto ciò tenuto nascosto alla giuria“.
I quattro attivisti hanno già trascorso 18 mesi in custodia cautelare in attesa del processo. Nel frattempo, l’Alta Corte del Regno Unito si è espressa contro la messa al bando di Palestine Action per terrorismo, anche se il governo ha presentato ricorso.
Questo e altri eventi si sommano in un mosaico di delegittimazione pesante dell’esecutivo Starmer, soprattutto dopo la sonora sconfitta alle elezioni locali del 7 maggio. La condanna per terrorismo potrebbe innescare significative reazioni nell’opinione pubblica, come indicato da Defend Our Juries.
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