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Mali: l’ennesima ingerenza umanitaria nasconde gli interessi imperialisti

* Commissione Internazionale Rete dei Comunisti

Le veline dell’ufficio stampa della NATO, sulla pericolosità delle formazioni jihadiste di AQIM, Ansar al Din e Mujao, subito rilanciate dalla stampa internazionale, non sembrano trovare riscontro nella realtà, ma sicuramente hanno fornito il pretesto per l’intervento militare francese. Il Mali sembra soffrire innanzitutto della storica dipendenza dalla Francia, che ne ha annichilito la crescita economica e politica, vincolando la classe dirigente maliana agli interessi francesi.Decenni di malgoverno, di spoliazione di ricchezze e relativa corruzione hanno determinato un’implosione dell’assetto statale del Mali. Oltre la metà degli undici milioni di abitanti del Mali vive sotto la soglia di povertà, (2$ il giorno), una condizione aggravata dalle politiche liberiste introdotte nel paese su indicazione del FMI. La crisi economica e la guerra alla Libia con la caduta del Governo Gheddafi, primo finanziatore della Banca Africana e dell’Unione Africana, hanno peggiorato la crisi interna del Mali e accentuato le spinte secessioniste. Così tra le popolazioni tuareg del nord (Azawad), costrette a fare i conti con una povertà estrema aggravata dalla siccità e dal crollo del turismo, hanno fatto presa le rivendicazioni del Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azwad. L’MNLA un movimento laico che in un secondo momento è stato soppiantato dall’affermazione delle formazioni islamiche alla guida della secessione dell’Azawad. Nel Sahel come nel Magreb e nel Corno d’Africa, si è andata affermando la presenza e l’influenza dell’islam radicale, una presenza che è stata favorita dai paesi NATO, dalle potenze regionali come l’Algeria, e dai regimi del Golfo.  Ma come si è rivelato in altri scenari, ad esempio in Afganistan, e più recentemente in Libia con la rivolta di Bengasi, l’alleanza tra imperialisti e network islamico jihadista, si dimostra essere un’alleanza molto conflittuale ed eterogenea, tanto da finire in scontri aperti.

L’occupazione dell’Azawad ha dato il colpo di grazia alla labile situazione politica del Mali, mettendo a nudo i limiti della corrotta classe dirigente maliana. Il 22 marzo del 2012 la crisi politica è sfociata nel colpo di Stato degli ufficiali dei reparti d’élite addestrati negli USA, guidati dal capitano Haya Amadou Sanogo e raccolti nel Comitato Nazionale per il Recupero della Democrazia e la Ricostruzione dello Stato (CNRDRE). Il Mali oggi è guidato da un governo di unità  nazionale, espressione delle diverse fazioni della classe dirigente maliana e dei referenti internazionali. Il colpo di Stato non ha chiuso la fase dei conflitti interni e la conflittualità tra le diversi fazioni attraversa lo  stesso governo di unità nazionale. Oltre alla figura di portavoce del CNRDRE del capitano Sanogo, i militari hanno tre Ministeri chiavi: la Difesa, gli Interni, e l’Amministrazione dello Stato.Il Presidente della Repubblica Dioncounda Traoré, politicamente è vicino alla Francia. La carica di Primo Ministro è ricoperta da Django Sissoko, che ha sostituito Cheick Modibo Diarra, un astrofisico con cittadinanza statunitense che ha lavorato nella NASA ed è stato Presidente di Microsoft Africa.  A Dicembre 2012 Diarra è stato arrestato e poi allontanato in malo modo dai militari golpisti con l’accusa di essere troppo vicino agli interessi stranieri. Nello specifico, i militari erano contrari alla richiesta d’intervento di polizia internazionale fatta da Diarra il 12 novembre 2012 al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.  I militari del CNRDRE erano profondamente contrari alla presenza di truppe straniere sul territorio del Mali, sia che fossero quelle africane dell’ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale), sia del contingente EUCOM  (250 istruttori militari) approvato a novembre dall’UE. L’espulsione di Diarra è stata mal digerita dall’ONU e dall’UE che hanno minacciato sanzioni. In seguito la frattura è stata superata dall’imposizione da parte delle potenze imperialiste dell’attuale Primo Ministro Sissoko, ed oggi dall’invio del corpo di spedizione francese.

La campagna d’Africa lanciata dal socialista Hollande apre definitivamente una nuova fase, quella del ritorno a una presenza militare delle forze imperialiste nel continente africano. Le truppe francesi, quale che sia la durata delle operazioni, sono destinate a rimanere per molto tempo sul suolo del Mali.  Per Parigi, infatti, è fondamentale mantenere un ruolo predominante nella France-Afrique,  ma la debolezza e l’inaffidabilità della leadership maliana  con molta probabilità favoriranno la decisione di Parigi di insediare una forte presenza militare,  anche in caso di una vittoria contro le formazioni secessioniste e jihadiste dell’Azawad.  La debolezza di un  governo che  appare diviso, il malcontento molto diffuso  nel paese e la debolezza dell’esercito  maliano  forniranno agli imperialisti francesi i necessari pretesti per imporre una forma di protettorato sul Mali. 

Come per la Libia e la Costa d’Avorio, anche per il Mali la Francia ha assunto l’iniziativa  con l’alibi di difendere le popolazioni civili dalle violenze. Ma il richiamo alla risoluzione 2085, votata in consiglio di sicurezza, è la classica foglia di fico, troppo piccola per nascondere la vergogna della difesa degli interessi francesi nell’ex colonia.

L‘intervento in Mali è in continuità con le  recenti guerre imperialiste, che segnano  questa fase di  crisi sistemica e di competizione per il controllo di aree e risorse da sfruttare. Il continente africano con le sue ricchezze si sta trasformando in uno scenario di aspri confronti, tra le ex potenze coloniali come la Francia, gli Stati Uniti,  le  economie emergenti come la Cina Popolare e, nel caso del Sahel, alcune forze regionali come l’Algeria e prima ancora la  Jamāhīriyya Araba Libica Popolare. A farne le spese, sono i popoli africani, vittime del neocolonialismo europeo e statunitense, che, per mettere le mani sulle risorse, hanno  rimesso in moto il classico armamentario, dalla guerra di rapina al frazionamento degli Stati, oltre ai collaudati sistemi di corruzione della classe dirigente locale. Emblematica, in questo senso, è stata la divisione del Sudan, sostenuta apertamente da Washington. Gli USA, per contrastare  la penetrazione delle compagnie cinesi, hanno  fatto leva sulle divisioni interne e hanno  promosso la secessione del Sud Sudan a cui è seguita l’affermazione di un governo  filo-statunitense.

Infatti, grazie al suo modello di relazioni, basato secondo  Pechino sul “principio del beneficio comune e dello  sviluppo reciproco”, la Repubblica Popolare  è divenuta il primo partner commerciale dei paesi africani. Stando ai dati della Banca Mondiale, le relazioni commerciali  tra la Cina e l’Africa sono passate dai due miliardi di dollari nel 1999 ai 160 miliardi di dollari  del 2011,  relegando gli USA al secondo posto.  

La Repubblica Popolare Cinese nel corso degli ultimi anni ha incrementato la sua presenza anche nel Mali, tanto che la bilancia commerciale è cresciuta dai 64 milioni di dollari del 2003 ai  230 milioni di dollari nel 2008. Nel primo semestre del 2011 grazie all’impressionante  incremento del 48,5%  la Cina è  divenuta il primo paese importatore di merci del Mali.

Nella corsa alla conquista dell’Africa, partecipano a pieno titolo anche gli USA. A partire dalla presidenza Bush, l’imperialismo statunitense ha rafforzato la sua presenza militare nel continente africano, uno sforzo bellico  confermato anche dall’amministrazione Obama, che ha attribuito al  contingente di pronto intervento AFRICOM un budget di 836 milioni dollari in soli tre anni. L’Africom è una piattaforma militare che ha i suoi centri di comando in Germania a Stoccarda, in Italia a Vicenza e  a Napoli, ma che si sviluppa anche nel continente africano con gli oltre 2000 effettivi della  Combined Joint Task Force-Horn of Africa (CJTF-HOA), di stanza nell’ex base francese di Camp Le Monnier, nella Repubblica di Gibuti.

La posta in gioco nelle diverse zone dell’Africa non è legata semplicemente allo sfruttamento di questa o quella risorsa: quello che sta mettendo in competizione fra loro tanto gli alleati  quanto gli storici nemici sono la conquista e la permanenza di posizioni di predominio nelle relazioni con gli Stati Africani. La Francia, come forza ex coloniale, attualmente vede la sua politica nella France-Afrique minacciata non dai ribelli islamici, ma piuttosto dall’erosione della sua egemonia nell’area dei paesi legati alla moneta del franco delle Comunità Finanziarie Africane (CFA). Tuttora Parigi, anche grazie alla titolarità nel cambio del CFA, riesce a mantenere una condizione di predominio rispetto ai quattordici paesi africani riuniti nell’Unione Economica e Monetaria dell’Africa Occidentale (UEMOA) e  nella  Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale (CEMAC). Oltre al meccanismo dello scambio ineguale, classico dei rapporti tra paesi imperialisti e paesi poveri, il meccanismo di rapina della borghesia francese si dota di ulteriori due strumenti: il primo è un fondo di riserva cui tutti i paesi aderenti al CFA sono tenuti a partecipare e il cui capitale, per una quota pari almeno al 65%, è depositato presso il Ministero del Tesoro francese; il secondo è la partecipazione dello stato francese alla definizione della politica monetaria dei paesi delle comunità finanziarie africane. Una sorta di “protettorato” economico.

La Francia estende la sua ingerenza in Africa anche attraverso l’Agenzia Francese per lo Sviluppo, ed è tramite dei presunti  progetti di sviluppo con cui  le maggiori compagnie transalpine, tra cui Areva, BNP, Credit Agricole, Veolia, avviano la spoliazione delle risorse  dei popoli d’Africa.  

  Agli  strumenti politici ed economici anche la Francia associa una consistente presenza militare. Sono oltre 7000 i militari presenti nelle basi francesi di Senegal, Costa d’Avorio, Gabon, Ciad, Madagascar e Gibuti.A questi si devono aggiungere le partecipazioni alle missioni militari ONU in Angola, Nuova Guinea, nella Repubblica Democratica del Congo e la cooperazione militare con la Tanzania. Si tratta quindi di un dispositivo militare con caratteristiche offensive, messo a copertura degli interessi economici e strategici francesi.

Per quanto si possano sbracciare a dire il contrario alcuni intellettuali francofoni ed europei, sia sotto la guida del centro-destra, con Sarkozy, e sia con il centro-sinistra di  Hollande la politica estera  francese si esprime come una politica imperialista e neocoloniale.

La borghesia francese oggi fa valere tutto il suo peso all’interno dell’UE, opponendo alla natura esportatrice dell’economia tedesca il suo peso militare e la sua condizione di potenza economica neocoloniale. La cornice dell’UE sembra ricomporre questo “conflitto” nel processo di definizione di una nuova classe dirigente europea trans-nazionale. Un processo che è si conflittuale ma è tutto interno al progetto di costruzione istituzionale del polo imperialista europeo.

La necessità di stabilizzare l’area africana per continuare a importare materie prime a costi vantaggiosi trova d’accordo la borghesia europea che raccoglie il sostegno politico delle forze di centro-sinistra e di centro-destra, che sostengono la costruzione del polo imperialista europeo. Anche la borghesia italiana si è espressa a difesa degli interessi dell’UE in Africa e nel Mali in particolare. Sin dal primo momento il Ministro Terzi di Sant’Agata e l’ammiraglio Di Paola hanno sostenuto le richieste francesi di supporto militare e politico alla spedizione francese in Mali.

Come Rete dei Comunisti denunciamo  il ruolo reazionario, neocoloniale e aggressivo della politica estera del dimissionario Governo Monti ed il ruolo predatorio dell’Unione Europea.

Purtroppo la giustificazione degli interventi imperialisti, presentati come guerre umanitarie necessarie, è una posizione che sta trovando seguito in ampi settori della sinistra europea ed occidentale. E’ stato così per la guerra alla Libia, per la destabilizzazione dell’Iran e per quanti ora sostengono sia il network islamico e sia la necessità di intervento militare straniero nell’aggressione alla Siria. La sinistra dei centri imperialisti ha abbandonato la chiave di lettura antimperialista e delle dinamiche di classe, per sposare le categorie pseudo-umanitarie delle democrazie capitaliste.  Anche l’aggressione imperialista in Mali ha trovato il colpevole sostegno di partiti  e intellettuali della sinistra occidentale, che di fronte alla supposta  minaccia islamica, invocano l’intervento dell’esercito francese  e reclamano addirittura il contributo di Parigi nella ricostruzione del Mali. Denunciamo il  punto di vista eurocentrico e miope di quella  sinistra occidentale che, anziché denunciare il proprio imperialismo, accetta i clichés preconfezionati – non ultimo quello dei terroristi barbuti e fanatici – privi di  presa sulle popolazioni locali  impoverite e private delle ricchezze nazionali dalle potenze straniere e da una classe dirigente corrotta. Questo approccio  è  anch’esso frutto di un’ideologia neocolonialista ed è funzionale a giustificare gli interventi di polizia internazionale e la macchina di guerra e di dominio. Sono posizioni che, oltre a creare consenso per le imprese degli eserciti imperialisti, negano secoli di dominazione colonialista che sono all’origine della drammatica situazione in cui versano i popoli del sud del mondo e dell’Africa.

Se è evidente che i costi della costruzione dell’UE e della competizione globale, sono scaricati sui popoli del sud del mondo e dei cosiddetti PIIGS, non è altrettanto immediato che a questo corrisponda una diffusa consapevolezza ed un movimento di opposizione politica e sociale.

Di fronte alla politica egemonica e di rapina portata avanti in Mali ed in Africa dall’imperialismo europeo, diviene sempre più importante, per le forze di classe ed i movimenti sociali  lavorare alla costruzione di  un fronte anticapitalista e antimperialista che rilanci un progetto di alternativa solidale tra i popoli del sud e la classe lavoratrice. Rompere con l’Unione Europea, costruire l’alternativa solidale  da sud a sud, rilanciare la prospettiva del socialismo nel e per il XXI secolo.

Bibliografia:

http://www.michelcollon.info

 http://www.equilibri.net/nuovo/articolo/cina-africa-le-politiche-di-sviluppo-e-le-conseguenze-gli-stati-uniti

http://www.affarinternazionali.it 

  • Verso l’intervento militare in Mali di Alessandro Casarotti 14/11/2012
  • La Cina alla conquista del Mali  di  Danilo Ceccarelli 26/07/2012

http://www.afd.fr

www.contropiano.org  Le vere ragioni della guerra in Libia di Jean-Paul Pougala

Limes numero 5 – 2012:  Il Fronte del Sahara

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