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Gli “spropositi per il mercato del lavoro e per la contrattazione” elaborati da Confindustria

I pessimi accordi sono come le ciliege, l’uno tira l’altro, e di mangiare ciliegie Confindustria non si è ancora stancata.

La Confindustria ha presentato il documento “Proposte per il mercato del lavoro e per la contrattazione”, un manifesto reazionario che si muove su quattro assi: la fine delle tutele rimaste al contratto a tempo indeterminato, lo svuotamento ulteriore del contratto nazionale, una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro e un ulteriore stretta agli ammortizzatori sociali.

Questo è l’ultimo atto dell’offensiva martellante lanciata dagli industriali, che sfruttano a proprio vantaggio l’attuale crisi economica che pesa sul mondo del lavoro. L’obiettivo è offrire ai “mercati” mano d’opera qualificata a basso costo e con pochi diritti, come pretende l’élite finanziaria e industriale che guida l’U.E..

A rendere più efficace quest’attacco, oltre al silenzio complice di CGIL, CISL e UIL, c’è il governo Renzi, al cui interno vi sono i diversi settori industriali ed economici del paese, dalla Confindustria alla Lega Coop, finendo con la Compagnia delle Opere. E’ lo spaccato di una classe dirigente di “prenditori” che non si fa scrupoli di superare in peggio le riforme ultraliberiste dell’UE pur di rimanere a galla nella competizione economica.

Nel suo documento Confindustria ricorre al solito armamentario ideologico, disconoscendo le proprie responsabilità nelle fallimentari politiche industriali e la natura stessa della crisi economica. Come il Governo Renzi anche Confindustria anziché agire sul piano degli investimenti e della ricerca, preferisce agire sulla leva “meno costosa” dei salari e dei diritti. Dopo decenni di liberalizzazioni, di privatizzazioni, di precarizzazione progressiva e di sostanziale blocco dei salari, la proposta di Confindustria non consente l’uscita dalla crisi ma, se accolte, disgregherebbero ulteriormente il tessuto sociale.

Confindustria che nei giorni scorsi si è complimentata con il Governo per il Decreto Lavoro che ha reso ancora più precari il contratto a tempo determinato e l’apprendistato, non lo ha ritenuto, però, ancora soddisfacente, tanto da chiederne un ulteriore peggioramento insieme allo svuotamento del contratto a tempo indeterminato; nel pur pessimo Decreto Lavoro, ad esempio, l’apprendistato deve contenere un sintetico piano formativo, insomma un pro forma stabilito dalla contrattazione collettiva e dagli enti bilaterali. I lavoratori entrerebbero nelle aziende come apprendisti attraverso una procedura gestita dal sistema di complicità, anche economica, vigente tra Confindustria e sindacati confederali. Nel loro testo gli industriali chiedono che “per garantire una maggiore flessibilità gestionale, la qualifica professionale di destinazione non andrebbe fissata all’inizio, ma alla fine del percorso formativo”, prevedendo anche delle finestre di verifica del percorso formativo che consentano di recedere dal rapporto con preavviso.

Nonostante Confindustria nel suo documento chieda una razionalizzazione delle forme d’impiego, leggendo meglio, si capisce che gli industriali vogliono poter disporre di un ventaglio di possibilità d’impiego ampio, dove il comune denominatore è la possibilità di licenziamento, con il minimo indennizzo possibile.

Da sempre la libertà di licenziamento è l’ossessione degli industriali, che nel loro documento richiamano la necessità di smantellare ulteriormente l’art.18, proponendo il reintegro al lavoro per le sole fattispecie di licenziamenti nulli o discriminatori.

Nel testo presentato si avanza anche la pretesa di superare i vincoli delle mansioni, così da poter spostare i propri dipendenti da una mansione lavorativa all’altra, indipendentemente dalle qualifiche o professionalità.

Se a queste due, aggiungiamo la richiesta di superare i vincoli sui controlli a distanza sui dipendenti, oggi vietato, è chiaro che i padroni vogliono mano libera sui posti di lavoro.

Nella parte riguardante “La riforma della contrattazione collettiva” sulla derogabilità siglata da CGIL, CISL e UIL, dopo quella normativa (accordo 28 giugno) ora chiedono anche la derogabilità economica ai CCNL prevista nel protocollo sulla produttività del 2012.

Inoltre, secondo Confindustria, le imprese, con la contrattazione aziendale, dovrebbero poter contrattare solo incrementi legati ai risultati aziendali e non agli gli aumenti fissati dal CCNL. Viceversa le imprese che non hanno la contrattazione aziendale potrebbero optare tra gli aumenti previsti dal CCNL o in alternativa gli incrementi economici relativi ai risultati aziendali che si rifanno ai parametri stabiliti nel CCNL. Di fatto chiedono un unico meccanismo di aumento salariale, puntando fortemente sulla contrattazione aziendale, accompagnandola alla richiesta di decontribuzione. Secondo Confindustria, in futuro, il salario base dovrebbe essere quello minimo, stabilito da un’apposita legge (che ovviamente dovrebbe essere dosato sulle loro richieste).

Il documento affronta anche la riforma degli ammortizzatori sociali e delle politiche per l’impiego e avanza la proposta di abolire la CIG in deroga, mantenendo la CIG ordinaria e l’ASPI, rivisitando anche i Contratti di Solidarietà per renderli più funzionali all’espulsione dei lavoratori dal ciclo produttivo.

Il documento stila delle linee guida sull’intero complesso del rapporto di lavoro, e non poteva mancare un capitolo sul mercato del lavoro. Confindustria chiede una gestione comune tra i Centri per l’impiego e le agenzie private cui confluiranno fondi istituzionali ed in cui i lavoratori avranno un rapporto “diretto” con le aziende, tanto che non si parla di forme contrattuali, ma di piano di azione individuale. Tra i compiti di questi Centri di Coordinamento c’è anche la gestione dei fondi per le indennità legate alla disoccupazione e l’inserimento nel mondo del lavoro. Se il lavoratore non accetta quanto offerto, perde il diritto all’indennità.

I vincoli dettati dal gotha della finanza che guida la Troika, non fanno che incrementare l’impoverimento dei lavoratori e dei cittadini europei e del mediterraneo.

Con questo documento programmatico la maggiore associazione dei datori di lavoro italiani interviene a gamba tesa sul governo con l’evidente intento di esercitare ulteriori pressioni su un esecutivo che è, peraltro, già espressione dei più forti potentati economici del paese.

Da questo documento emerge anche l’assoluta impotenza dei sindacati filo padronali, sempre più spesso chiamati a fare da notai delle decisioni assunte a livello politico/economico, ed a cui vengono destinate le briciole di un sistema economico (enti bilaterali, paritetici, quote di servizio, ecc.) che, seppur in crisi, rappresenta pur sempre una delle maggiori economie del pianeta.

L’USB nel corso di questi anni è stata in prima fila nella lotta alle politiche ultraliberiste, convinti come siamo che non devono essere i lavoratori a pagare il prezzo della crisi, e non accettiamo che la soluzione sia gestita da chi l’ha generata.

Tra questi uno dei maggiori protagonisti è certamente Confindustria che, ancora una volta, cerca di incrementare i propri guadagni riducendo tutele e salari dei lavoratori dipendenti.

La ricetta che propongono è sbagliata, è la stessa che ci è stata proposta per anni e che ha condotto alla crisi ed alla recessione molti paesi d’Europa, compresa l’Italia. Se questa è la ricetta e se venisse accolta in accordi sindacali o recepita in progetti di legge, saremmo costretti, ancora una volta, a chiamare ala mobilitazione il mondo del lavoro e non solo.

L’autunno del sesto anno di crisi, con tutti i suoi risvolti di tagli ai salari ed occupazionali, di precarietà, di taglio ai servizi sociali, alla casa, ecc., di tutto aveva bisogno meno che di ulteriore benzina sul fuoco dell’opposizione sociale e politica, quale è il documento di Confindustria.

L’autunno si preannuncia veramente caldo!


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