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Napoli. Con la vicenda De Magistris vogliono “normalizzare” una città

Dopo gli interventi di Michele Franco e Franco Maranta, un contributo di Antonio Frattasi al dibattito sulla situazione a Napoli dopo la sospensione del sindaco De Magistris.

Nell’ Italia repubblicana, le vicende politiche dei sindaci e delle giunte che si sono succedute nell’amministrare Napoli hanno avuto quasi sempre – indipendentemente dal colore e dalla collocazione politica dei primi cittadini e delle maggioranze a loro sostegno- una valenza politica che è andata ben oltre i confini della città e della regione. Quando, ad esempio, la Democrazia cristiana volle, all’inizio degli anni Ottanta, scatenare una dura offensiva contro il PCI, lanciò un preciso segnale, determinando la caduta della giunta di sinistra guidata da Maurizio Valenzi e creando le condizioni per la formazione di una nuova maggioranza di pentapartito,includente il PSI di Bettino Craxi. Tale coalizione, che avrebbe ininterrottamente governato la città sino allo scoppio di Tangentopoli, era in linea con i nuovi orientamenti nazionali della DC e del PSI, ed anticipava quanto sarebbe accaduto in seguito a Roma,Milano,Torino,città rette da maggioranze di sinistra. Dopo la caduta di Valenzi , vi fu un periodo di commissariamento durante il quale fu condotta,da parte di alcuni mezzi di informazione, una furibonda e del tutto ingiustificata campagna contro gli amministratori comunisti, accusati di una gestione fallimentare della cosa pubblica. Naturalmente, non veniva tenuta in alcun conto la gravissima situazione sociale napoletana determinata dalle conseguenze del terribile terremoto del 1980, dall’attacco della camorra che mieteva vittime quotidianamente in ogni quartiere,e dal persistere degli storici mali di Napoli.Certo,l’amministrazione aveva commesso alcuni errori, la sua azione non sempre era stata efficace,erano state compiute alcune scelte discutibili, si erano manifestate criticità e debolezze nella conduzione della macchina amministrativa, il consenso popolare si era incrinato(pur continuando il sostegno di settori consistenti dell’elettorato). Sicuramente,da parte del PCI, vi era stata un’ eccessiva attenzione agli equilibri politici,un atteggiamento di estrema prudenza nel prendere le distanze da alcune temerarie opzioni programmatiche sbandierate dall’ alleato socialista(già convinto della necessità di dare vita ad un’edizione aggiornata e corretta del primo centro sinistra) ed una propensione ad allacciare buoni rapporti con taluni ambienti della borghesia napoletana( più interessati alle occasioni di crescita dei propri profitti che ai destini di Napoli),ma nessun osservatore onesto avrebbe potuto porre seriamente in discussione l’impegno,la buona volontà,la competenza e la dedizione della quasi totalità degli amministratori di sinistra.

I programmi del pentapartito (democristiani,socialisti,liberali,repubblicani e socialdemocratici), insediatosi, dopo l’esperienza delle giunte Valenzi, alla guida dell’amministrazione comunale, non contenevano,al di là delle mere dichiarazioni di principio, reali elementi di sviluppo urbanistico ed economico della città. Ben presto Napoli fu risucchiata in una perversa spirale di arroganza clientelare, malcostume e disordine amministrativo. Il patto stipulato tra gli eterni rivali De Mita e Craxi prevedeva,a metà degli anni Ottanta, che a Palazzo San Giacomo un socialista venisse eletto sindaco, ma le amministrazioni comunali che si succedevano erano sempre più incapaci di praticare una corretta e sana gestione della cosa pubblica. Mentre gli uomini di Craxi,i democristiani e gli alleati minori litigavano e si scontravano su chi dovesse occupare più posti di potere nelle giunte, avanzavano con rapidità i processi di deindustrializzazione di Napoli e della sua area manifatturiera, crescevano l’impoverimento delle masse popolari ed il degrado dei quartieri periferici, la camorra consolidava il proprio controllo del territorio e traeva i primi profitti provenienti dal saccheggio ambientale. In tale scenario, lo storico radicamento sociale del PCI, già avviato sulla strada della Bolognina e della liquidazione del patrimonio di lotte del movimento operaio, subiva colpi fortissimi ed irreparabili. Le amministrazioni comunali di pentapartito conclusero la loro sciagurata esperienza nel ’92 con le inchieste di Tangentopoli, lasciando alle loro spalle un disastroso bilancio. Nelle intenzioni di che ne aveva favorito la nascita, il pentapartito napoletano avrebbe dovuto esprimere un nuovo di amministrare,più moderno rispetto a quello del PCI che,secondo i suoi avversari, non aveva compreso le trasformazioni sociali del capitalismo italiano. La pretesa modernità democristiana e socialista nei fatti si era limitata ad una pessima gestione dell’ esistente, non dando risposte,ma anzi aggravando, tutti i mali antichi di Napoli.

Dal ’92 in poi, la città ha vissuto momenti di maggiore o minor fortuna,ma non ha mai realmente intravisto la possibilità di un serio rilancio economico, sociale, produttivo. La fannullona borghesia napoletana,in perfetta sintonia con quella nazionale, ha soltanto difeso i propri interessi di classe, lasciando che lo sfascio continuasse. Con questa città, offesa,martoriata,avvilita ha dovuto fare i conti Luigi de Magistris.

A distanza di decenni, Napoli è oggi alle prese con gli effetti inquietanti di una crisi economica,sociale e politica che manifesta giorno dopo giorno la sua devastante insidiosità e la sua capacità di incidere profondamente sui destini individuali e sulle sorti collettive di migliaia di napoletani. La città,che ha vissuto una breve stagione di speranza e di volontà di autentico rinnovamento con l’elezione a sindaco di Luigi de Magistris (la cui esperienza amministrativa ha tradotto soltanto parzialmente in azione concreta i buoni propositi più volte annunciati nel corso della campagna elettorale) è di nuovo oggetto di un attacco che le viene condotto da più parti, un attacco che ha diverse origini e motivazioni.

La recente sospensione di de Magistris dalla carica di primo cittadino, indipendentemente da ogni considerazione di carattere giuridico, rappresenta,infatti, qualunque sia il giudizio sui tre anni e mezzo di amministrazione, un atto di “normalizzazione” della città. Il provvedimento di sospensione assunto, in ottemperanza ai dettami della discussa legge Severino, a seguito di una sentenza di condanna di primo grado (condanna relativa non all’operato di amministratore locale svolto dall’ex magistrato,ma alla precedente attività di giudice inquirente) colpisce non soltanto la persona destinataria della misura ma anche, e forse soprattutto, la vita democratica di Napoli e della sua assemblea elettiva.

Credo che nella storia,recente e meno recente, delle amministrazioni locali non vi sia una vicenda tanto singolare quanto quella che ha visto protagonista il sindaco di Napoli oggi sospeso. E’ fuor di discussione che la sentenza del Tribunale di Roma ed il conseguente provvedimento di sospensione non possano essere oggetto di contestazione, se non nelle forme e nei modi che la legge prevede(appello avverso la sentenza e impugnazione al TAR del provvedimento amministrativo), tuttavia, ribadito il doveroso rispetto per le sentenze della magistratura, è necessario compiere alcune riflessioni su quanto accaduto.

Le cronache del Belpaese ci hanno narrato e ci narrano di sindaci ed amministratori accusati di aver fatto un uso a dir poco disinvolto del pubblico denaro, o di aver ottenuto la loro elezione in seguito a patti inconfessabili stipulati con la peggiore criminalità, o di aver dispensato favori e promesse agli elettori, o ancora di aver intrecciato legami pericolosi con imprenditori interessati unicamente a fare lucrosi affari. Quanti sindaci, assessori, consiglieri comunali sono stati protagonisti di scandali e sono stati costretti a lasciare la loro carica perché colti con le mani nel sacco? Quanti episodi di malcostume amministrativo sono avvenuti, anche in tempi recenti, che hanno giustamente turbato ed indignato l’opinione pubblica? Sicuramente non pochi, e peraltro ben distribuiti su tutto il territorio nazionale. La vicenda che ha visto,suo malgrado, al centro de Magistris è di natura totalmente diversa rispetto alle storie di malcostume e malaffare che hanno coinvolto altri primi cittadini. Luigi de Magistris,qualche anno prima di dimettersi dalla magistratura, stava conducendo in Calabria un’indagine che tentava di far luce su oscuri intrecci tra il mondo della politica locale e nazionale ed il torbido sottobosco affaristico alla perenne ricerca di occasioni di indebito arricchimento. Quella indagine gli ha procurato inimicizie, rancori, contrasti con colleghi, attacchi personali di inaudita violenza verbale che lo hanno, alla fine, indotto a lasciare la sua professione di magistrato. Per quella indagine de Magistris ha pagato un prezzo altissimo ed oggi,dopo la sentenza, è oggetto di una campagna di accuse violente e superficiali. Del tutto fuori luogo è stata,ad esempio,la richiesta della senatrice Saggese del PD di applicare al sindaco sospeso il divieto di soggiorno a Napoli.Non si sa se tale richiesta sia stata lungamente meditata dalla parlamentare o sia stata frutto di un improvviso furore. Nell’uno come nell’ altro caso, la senatrice democratica ha dato prova di un’assurda ed ingiustificata intolleranza nei confronti di un esponente politico che,ancorché giuridicamente sospeso dalle funzioni, continua comunque a rappresentare gli abitanti della sua città,almeno fino a quando non sarà eletto un nuovo sindaco. Bisognerebbe che qualcuno spiegasse alla parlamentare democratica che non siamo più nell’ Italia del democristiano Mario Scelba, dove accadeva che qualche amministratore comunista , non particolarmente gradito dal governo, veniva allontanato dalla carica pretestuosamente,grazie ad una serie di cavilli formali. La senatrice Saggese, accecata dal suo furore, ha però commesso una grave dimenticanza: ha tralasciato di specificare a quanti chilometri di distanza da Napoli dovrebbe essere confinato de Magistris:dovrebbe andare in Lombardia? oppure in Sardegna(magari in quel famoso campo dove,secondo il piano Solo, dovevano essere concentrati i comunisti ed i sindacalisti nel luglio ’64 )? E se nel luogo individuato per il confino, per puro caso, il sindaco sospeso incontrasse dei napoletani potrebbe rivolgere la parola ai suoi concittadini ? Senatrice, per cortesia, chiarisca

E’ fuor di dubbio che dal maggio 2011 il rapporto di fiducia tra la cittadinanza, il Sindaco e la giunta si sia molto affievolito, perché sono stati commessi errori gravi, alcuni sicuramente evitabili se de Magistris ed i suoi più stretti collaboratori avessero prestato maggiore ascolto ai suggerimenti,alle proposte,anche alle legittime critiche formulate, in assoluta trasparenza e buona fede,da associazioni,comitati,movimenti e forze politiche. Ci sono state luci ed ombre nel governo cittadino e non farebbe un buon servizio alla città chi volesse vedere soltanto le une o le altre. Sarebbe,ad esempio, del tutto fuorviante compiere un’analisi della attuale situazione di Napoli senza tener conto dei tagli di risorse operati dai governi Berlusconi,Monti,Letta e Renzi,tutti in perfetta continuità di indirizzi. Quelle misure hanno fortemente ridotto la capacità degli enti locali di rispondere alla domanda di servizi proveniente dai cittadini, ed hanno pesantemente inciso sulla qualità della vita dei ceti più poveri,determinando fenomeni di ulteriore degrado e marginalità sociale. Non è possibile mettere tra parentesi o ritenere ininfluenti ai fini del giudizio complessivo su questi tre anni e mezzo di amministrazione gli sforzi compiuti da de Magistris per fronteggiare la grave situazione finanziaria del Comune ed evitare il dissesto. Né sarebbe giusto negare l’impegno profuso nella vicenda delle maestre, quello sugli orchestrali del Teatro di San Carlo,le iniziative realizzate sulla cultura,sulla partecipazione democratica, sulla pace. Indubbiamente,relativamente alla questione dei rifiuti, è stata posta un’eccessiva enfasi sui risultati conseguiti che sono stati e sono ben al di sotto degli obiettivi annunciati durante la campagna elettorale e avventatamente ribaditi nei primi mesi di vita dell’amministrazione comunale. Un giudizio equanime,e quindi non frutto di approssimazione o di partigianeria, deve tener conto dello scenario complessivo nel quale si sono mossi de Magistris e le forze che lo sostengono. Credo che l’anomalia della situazione napoletana risieda anche nel fatto che,unica tra le maggiori città italiane, essa ha un’ amministrazione comunale sostenuta prevalentemente da gruppi consiliari che non hanno rappresentanza nell’ attuale Parlamento. Si tratta di una condizione singolare,mai verificatasi nella storia della nostra città,né in quella di qualsiasi altra metropoli italiana. Vi è stato poi un palese atteggiamento di ostilità manifestato da settori della borghesia imprenditoriale napoletana e nazionale,che,per antica consuetudine, vorrebbe avere le mani libere su tutto per poter imporre le scelte più convenienti ai propri interessi di classe. La vicenda di Bagnoli e dell’ art.33 dello Sblocca Italia è, da questo punto di vista,emblematica. Il Comune viene di fatto commissariato ed il potere effettivo viene attribuito ad un supercommissario che,affiancato da un soggetto attuatore,assume le scelte più delicate e rilevanti escludendo da ogni decisione il sindaco ed il consiglio eletti dai cittadini.

I mezzi di informazione hanno,poi, quotidianamente rappresentato una città allo sbando,male amministrata, invivibile,preda della criminalità e così via. Molti intellettuali,nella loro veste di opinionisti pronti a discettare su tutto, hanno contribuito,con i loro interventi, a diffondere un’ immagine cupa di Napoli,esasperando oltre misura alcuni elementi di verità. Ma le riflessioni critiche di tanti prestigiosi intellettuali si fondano,in linea generale, su alcune categorie interpretative ormai stantie e logore ed incapaci di leggere i processi sociali del capitalismo del XXI secolo . I mali di cui ci parlano quotidianamente i nostri maître-à-penser (il degrado,la violenza urbana,il bullismo) sono i mali che purtroppo affliggono anche altre importanti e grandi metropoli italiane, dotate di risorse più ingenti di quelle di cui può disporre Napoli. In alcune delle principali realtà urbane italiane ,infatti, si assiste ad un peggioramento della qualità della vita,che incontra ovviamente maggiori resistenze dove più forte è il senso civico o dove è più robusto il senso di solidarietà tra le classi economicamente e socialmente disagiate. Naturalmente ciò non significa che dobbiamo rassegnarci all’impotenza pensando che,in fondo, mal comune è mezzo gaudio. Il compito che dovrebbe vedere impegnati soprattutto gli intellettuali è quello di leggere i fenomeni sociali in tutta la loro complessità evitando i toni lamentosi da belle anime o i furori astratti ed inconcludenti. Occorre un’operazione di disvelamento dei meccanismi capitalistici che producono i fenomeni di marginalità,di degrado, di insicurezza. Ma tale operazione richiede una grande onestà intellettuale,autonomia di pensiero e la non sudditanza al potere economico dominante.

Di fronte alle recenti vicende napoletane si resta francamente sconcertati dal vociare confuso ed irresponsabile di alcuni esponenti politici,anche del centro sinistra, che reclamano elezioni al più presto,quasi che esse fossero una sorta di giudizio divino sull’operato di de Magistris. Certo,è chiaro che i cittadini hanno il diritto ed il dovere di decidere chi debba amministrare Napoli,ci mancherebbe altro. Ma sarebbe meglio se chi reclama elezioni subito dicesse anche cosa ha intenzione di fare per la città, con quali forze sociali pensa di governare nel futuro, quali impegni assume per la tutela dell’ambiente, per la difesa dell’ acqua pubblica,per l’espansione degli spazi democratici.

E’ giusto che le forze politiche che sostennero de Magistris nel 2011 tentino,insieme con le altre componenti di sinistra, di riprendere il percorso iniziato nella primavera di tre anni fa. E’ una via accidentata , difficile ma non è impossibile da praticare. In ogni caso questo percorso potrà avere qualche possibilità di successo soltanto se l’azione di governo sarà rinvigorita tenendo in maggior conto le idee e le proposte dei partiti della maggioranza ma anche quelle degli ambientalisti, delle associazioni, dei comitati, di tutta quella vasta galassia popolare che consentì la vittoria di de Magistris. Riproporre un atteggiamento di chiusura e autoreferenzialità-che nel recente passato dell’amministrazione ha prodotto incomprensioni e reso più difficili i rapporti personali e politici- oggi sarebbe un atto di irresponsabilità e di autolesionismo che condannerebbe de Magistris all’isolamento più totale. La partecipazione democratica e popolare alle scelte, la pari dignità delle forze della ricostruita maggioranza, una piena e franca dialettica democratica devono costituire il tratto distintivo di un nuovo inizio. Se questa sarà la direzione di marcia, se si metteranno al bando i politicismi,i tatticismi,i personalismi da prime donne, le piccole furbizie, le rendite di posizione di alcuni, si potrà assicurare alla città un altro anno di governo democratico nell’interesse dei napoletani,in particolare di quelli che in questa società più soffrono.

* segretario del PdCI – Napoli

 

 

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