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Piazza e Statuto. Un punto di vista un po’ diverso

A me invece discutere lo statuto piace. E penso pure che delle discussioni, così come delle scelte, non si debba aver paura, perché fanno crescere. Mi spiego meglio, partendo dalla fine.

Non si deve aver paura, né di discutere né di sperimentare. D’altronde è così che ognuno di noi è cresciuto: in dialoghi e litigi, provando cose nuove. Sulla paura non si costruisce niente, ci si paralizza. Avendo vissuto per un po’ all’estero, mi pare che questa sia una caratteristica molto italiana: nelle discussioni non si entra mai nel merito, non si parla dei problemi reali, si personalizza.

Perché? Perché in questo modo tutto può restare come prima, ognuno può continuare a fare quello che già fa. Due conseguenze: da un lato i problemi non si risolvono, da un altro le persone per “difesa” evitano le discussioni, e si perde un’occasione di crescita collettiva.

Negli ultimi anni, poi, abbiamo maturato una mentalità da paese in decadenza: quel “è sempre la stessa storia”, quel “mai niente di nuovo”, che ha un solo esito: teniamoci quello che c’è, meglio stare quieti, farsi bastare il minimo.

Questa dimensione esistenziale – che deriva da una decadenza materiale – incide anche nei processi politici e ci impedisce di acquisire quella che nello sport si chiama “mentalità vincente”: ovvero la capacità di individuare i problemi, lavorarci su, consolidare il positivo, fare una programmazione. Non mediare sui sogni.

A me piacerebbe, sia per il nostro paese che per una forza popolare, un atteggiamento in controtendenza: la capacità di essere razionali e stare sul punto, competenti e sereni nell’affrontare i problemi, e allo stesso tempo veloci, risoluti nel risolverli, perché con i problemi non c’è niente di peggio che trascinarseli.

Dico: mi piacerebbe, perché mi rendo conto che oggi non siamo ancora così, come popolo, come generazione, come compagni. Però se già identifichiamo il problema è un primo passo, e possiamo cambiare. Potere al Popolo! deve “fare tutto al contrario” anche su questo.

La discussione sullo statuto non è affatto – come qualcuno ha detto – una lotta intestina per il potere, oppure fra “dirigenti” (!!!), oppure l’espressione di un’incapacità di mettersi d’accordo… Chi dice queste cose non rispetta l’intelligenza delle persone che sono parte del progetto e temo voglia impedire ad altri di avvicinarsi (penso ai giornali che non ci hanno cagato per mesi e poi oggi enfatizzano i dissidi). Penso pure che saremmo tipicamente italiani ad affrontare questa discussione rimpallando insulti o, al contrario, con un generico “volemose bene”, che non fa capire niente.

La discussione sullo statuto ha una grande dignità politica. Se mettiamo al centro questo tema non solo può diventare coinvolgente e non stufare, ma anche produrre unità. Stimolare la creatività.

Per questo a me piace. Innanzitutto perché la stiamo affrontando senza rinunciare al lavoro di base, territoriale. Questo è bello: centinaia di compagni che magari hanno preferenze per statuti diversi continuano a fare adesioni, a fare presidi (come oggi a Roma con i lavoratori Bekaert), a dare corpo al progetto a prescindere da quale sarà l’esito del voto. Perché quello che conta è il senso politico d’insieme, e questo lavoro sociale non è mai buttato. Mi sembra una cosa diversissima dalla solita sinistra che si paralizza a discutere e nel frattempo non fa niente.

Ma poi mi piace la discussione sullo statuto perché ci mette di fronte a una bella sfida. Lo statuto 1 e lo statuto 2 alludono a due diversi modi di concepire la costruzione di un movimento popolare: il primo in netta discontinuità con la sinistra del passato, indipendente dalle organizzazioni esistenti, che si rivolge direttamente al blocco sociale; il secondo invece più simile a un intergruppo, con forme tradizionali dei partiti quale assemblea dei delegati, coordinatori ai diversi livelli etc (salvo poi paradossalmente limitare la sovranità dell’organizzazione introducendo un meccanismo di 2/3 che rischia di paralizzarci: qui purtroppo credo pesi l’interesse immediato delle Europee e quindi la voglia di Rifondazione di avere mano libera per fare il “quarto polo” a ogni costo).

Questo dunque il punto politico. Il primo statuto risente maggiormente delle sollecitazioni che arrivano da Podemos, France Insoumise, fa tesoro dell’esperienza dei 5 Stelle (che hanno tradito la voglia di partecipazione e la voglia di rottura del “sistema”), cerca soprattutto di parlare a chi non fa politica, a chi è deluso e non entrerebbe mai in un partito che non sia impostato intorno a principi di democrazia diretta. Il secondo statuto invece parla più alla sinistra tradizionale, a un corpo militante che non trova particolarmente problematica la delega, che ha più difficoltà a capire le piattaforme etc.

I due statuti non vengono dal nulla ma riflettono un tema che si pone dalla nascita di Potere al Popolo e che si è riproposto sempre più insistentemente dopo le elezioni. Non sono il frutto di un fraintendimento, ma di due culture politiche, persino due esperienze di vita diverse. Cosa c’è di strano, in fondo? Fino a dieci mesi fa tutti questi mondi non si parlavano, ora hanno almeno un terreno comune! Mica poco!

A me piace il primo statuto perché porta fino in fondo l’innovazione che stava nella chiamata di Potere al Popolo!, perché individua un’organizzazione nuova. Se passasse, sarebbe una mezza rivoluzione nel campo della sinistra.

Primo: perché mette al centro il singolo e le assemblee territoriali, e sburocratizza tutte le strutture intermedie. I coordinatori sono eletti direttamente dai territori: ogni iscritto può scegliere chi lo rappresenta meglio. Al centro c’è la capacità del coordinatore, non la fedeltà politica. Abbiamo così un’organizzazione del fare, non del chiacchierare.

Secondo: perché finalmente introduce a sinistra l’uso di una piattaforma online, modalità che non solo è nata dentro i movimenti sociali e che oggi viene usata dalla sinistra in tutta Europa, ma che fa parte dell’esperienza quotidiana di ogni cittadino d’Occidente (su questo vorrei tornare in un altro post). Finalmente a sinistra ci si adatta ai tempi, creando uno strumento di dibattito e anche votazione, di modo che la distanza fra “dirigenti” e “diretti” sia quanto più possibile attenuata!

Terzo: perché nella Parte I ci si rivolge direttamente ai soggetti reali, non si mette avanti l’ideologia, ma un movimento di auto-rappresentazione della classe. E si dice di cosa questa classe ha bisogno: non solo lavoro o migliore salario, ma di vivere bene fra noi e in un ambiente sano, nel piacere del sapere e della cultura condivisa.

Per la prima volta nello statuto di un movimento comunista e libertario si pronuncia la parola FELICITA’… Non un elenco di “anti” questo e quell’altro, ma una visione in positivo di cosa dovrebbe essere la vita!

Ecco, potrei continuare a lungo, ma volevo sottolineare solo questo, che molti temo non abbiano colto: che nel primo modello di organizzazione si sperimenta. E in questa fase storica bisogna sperimentare senza paura, perché ormai non abbiamo niente da perdere. Poi se non va, in tutto o in parte, si cambia, e anzi già da ora le assemblee ci segnalano modifiche che a mio avviso vanno subito inserite!

Ma quello che conta è che si dà un segnale al mondo e a noi stessi che ci siamo svegliati, abbiamo capito, siamo pronti anche noi a giocare di velocità, di compattezza. Uniti nel nucleo e apertissimi e comunicativi nel sociale. Non il contrario, come purtroppo a sinistra si è sempre fatto: divisi all’interno e percepiti come fanatici fuori…

Ultima considerazione. Che si discuta su roba del genere è fisiologico, non è una cosa brutta! Che non si sia d’accordo, anche. Se ci pensate, abbiamo davanti una sfida storica. I partiti della sinistra sono ancora dentro una logica novecentesca, non tutta da buttare, ma per metà inservibile. Sono pensati sulla taglia delle masse ma non hanno le masse. Da parte loro, i movimenti non sono mai riusciti ad andare oltre piccole dimensioni organizzative. Siamo bravi a coordinarci per la data di un corteo, su una campagna specifica, magari anche a fare un intergruppo per un anno, ma non abbiamo mai individuato il modo per strutturarci sul lungo periodo, per costruire una forma più avanzata, democratica, verificabile. È un problema che l’Autonomia, nonostante tutte le sue intuizioni, non riuscì a risolvere: come tenere insieme le differenze che inevitabilmente stanno dentro un movimento senza sopprimerle, senza ricadere nel partito gerarchico? Come restare abbastanza “aperti” e “fluidi” per non burocratizzarsi, ma anche essere efficaci di fronte ad apparati di stato ben organizzati?

A me il primo statuto convince perché negli articoli e nell’ispirazione non ripete il passato ma si misura con questi problemi e indica questa strada. Magari non valida una volta e per sempre, ma abbastanza duttile per servire ai nostri fini immediati: allargare la partecipazione, dare alle persone gli strumenti per autorganizzarsi sui loro territori, farci irrompere sulla scena.

Altro che “noia”, altro che “solita sinistra”, altro che “mai niente di nuovo”: qui, se siamo bravi, faremo la storia. Senza paura, perché il tempo della vita è breve e INDIETRO NON SI TORNA!

PS: la foto viene da quel folle video del 15 novembre 2017, ormai quasi un anno fa…

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1 Commento


  • Franco Astengo

    Letto articolo su proposte di Statuto Potere al Popolo. Rilancio vecchia proposta che qualcuno ricorderà anche se mi rendo conto delle difficoltà::
    1) Costruzione di un movimento “Per Potere al Popolo”, obiettivo forma organizzata stabile e autonoma;
    2) Adesione individuale, i soggetti politici che hanno contribuito a “Potere al Popolo” si impegnano, valutata realisticamente la situazione politica e considerata l’impossibilità di andare avanti a colpi di cartelli elettorali magari disomogenei rispetto ai diversi territori, a sciogliersi all’interno del Movimento;
    3) Raccolta adesioni non soltanto via web . Il web va considerato luogo di discussione politica (con tutti i limiti) ma non strumento organizzativo e meno che mai decisionale;
    3) Convocazione di assemblee territoriali per l’elezione di delegati (100 in totale?);
    4) I 100 delegati lavorano per due mesi su tre questioni: documento politico, statuto, forma organizzativa;
    5) Il lavoro dei delegati torna alle assemblee territoriali che si pronunciano eleggendo delegati per il Congresso Nazionale investito della facoltà di scelta definitiva sui 3 aspetti in discussione.
    Grazie per la vostra attenzione e grazie in particolare se sarà data la possibilità di rendere pubbliche queste proposte.
    Franco Astengo

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