Menu

Anche il diritto internazionale sotto le macerie di Gaza

Mi vengono assegnati alcuni temi specifici: risoluzioni dell’Onu, poteri degli organismi internazionali, l’ordinanza del 26 gennaio 2024 della Corte internazionale di giustizia.

Sono temi tecnici che, per una migliore comprensione, devono essere inquadrati in un contesto politico. Anticipo subito che intendo sostenere, spero motivando adeguatamente, che sotto le macerie di Gaza non ci sono solo migliaia di cadaveri da aggiungersi agli oltre 35.000 uccisi accertati ma anche il diritto internazionale e l’Onu. Aggiungo che il processo di perdita di ruolo del diritto internazionale e degli organismi preposti alla sua applicazione è in corso da molto tempo ed è stato denunciato da illustri giuristi, alcuni anche docenti di diritto internazionale.

Benedetto Conforti, ad esempio, nell’edizione del 2002 del suo testo di Diritto internazionale, scrive: “Resta insomma definitivamente confermata l’opinione che abbiamo tante volte espressa circa la scarsa efficienza e credibilità dei mezzi internazionali di attuazione coattiva del diritto, mezzi in cui si riflette la legge del più forte.” (op.cit. pag. 374).

Il fenomeno appare particolarmente grave nella fase attuale in cui è sotto gli occhi di tutti una vera e propria corsa mondiale al riarmo, non escluso il ricorso all’arma atomica, più volte minacciato. Si pensi al recente discorso di Ursula Van Der Leyen in cui si parla di un probabile coinvolgimento dell’Europa in una guerra, della necessità di un esercito europeo con conseguente necessità di un aumento dell’impegno economico nell’industria bellica oltre il 2% del PIL.

Venendo al tema e all’area territoriale che è oggetto del nostro odierno interesse, il Medio Oriente ed in specifico la Palestina, invito tutti a seguire un interessante convegno svoltosi a Firenze il 25 febbraio ( “Pace e giustizia in Medio Oriente”, facilmente reperibile su YouTube) dove hanno preso la parola esponenti di quello che può essere definito il gotha degli esperti di politica e storia mediorientale: Ilan Pappè, Omar Barghouti, Francesca Albanese, Sarit Michaeli per B’Tselem ed altri.

Ilan Pappè, capofila dei cosiddetti nuovi storici israeliani, ha parlato della frammentazione e della implosione della società israeliana (per inciso: valutazione condivisa da Pierre Stambul, portavoce dell’Unione ebraica francese per la pace che in una recente intervista parla di una vera e propria “guerra tra tribù”).

Pappè ha anche ricordato la necessità di sanzioni ad Israele e addirittura ha sostenuto che la fase attuale segna l’inizio della fine del progetto sionista, tesi già sostenuta in un discorso a Londra il 21 gennaio 2024 intitolato “E’ il buio prima dell’alba, ma il colonialismo di insediamento israeliano è alla fine”.

Sarit Michaeli dell’associazione di giuristi israeliani B’Tselem ha insistito sulla necessità di un intervento dall’esterno su Israele non avendo più Israele gli anticorpi al proprio interno necessari per la modifica della propria politica e ha evidenziato la continuità dell’attuale governo, il più di destra che abbia mai governato Israele, con i precedenti governi, smentendo così coloro che cercano di attribuire responsabilità al solo Netanyahu e agli impresentabili soggetti di cui si è circondato ( Ben Gvir, Smotrich, Gallant etc.).

Dopo avere ascoltato Pappè ho recuperato un suo discorso fatto all’università di Friburgo il 4 giugno 2005. Siamo abbondantemente dopo Oslo e dopo la seconda Intifada. Leggo alcuni passaggi: “ quando una politica dimostra di non riuscire a portare assolutamente nessun cambiamento nella realtà vissuta dalle persone, allora si ha come risultato la frustrazione. Si prepara la terza Intifada. Scoppierà nel momento in cui ci saranno abbastanza persone coscienti che gli attuali negoziati hanno fallito e che non hanno nulla da offrire alle popolazioni…

Se il progetto di pace continua ad essere sostenuto dagli europei, dagli americani, dai russi e dall’Onu, vorrà dire che Israele avrà il via libera per proseguire la sua politica di pulizia etnica. Bisogna anche sapere che gli israeliani si stanno già preparando ad affrontare la prossima insurrezione palestinese; questa volta essi non esiteranno più ad utilizzare i peggiori mezzi di repressione in confronto alle armi utilizzate nel corso della prima e della seconda Intifada. Inoltre in questo momento non stiamo parlando semplicemente di pulizia etnica bensì del reale pericolo di una politica di genocidio…

Un movimento contro l’occupazione all’interno di Israele non ha alcuna possibilità di successo. Nessuna. Esiste un solo modo di bloccare lo scenario che vi ho appena descritto: tramite le pressioni, le sanzioni, l’embargo, equiparando lo Stato di Israele al Sudafrica durante il regime di apartheid. Non esiste altro mezzo”.

Appaiono veramente profetiche queste parole di Pappè: prevedono quanto accadrà il 7 ottobre 2023 e il genocidio in corso.

Francesca Albanese, attuale relatrice speciale per i diritti umani all’Onu nei Territori palestinesi occupati, ha fatto un pregevole intervento sulle molteplici violazioni del diritto internazionale da parte di Israele ma io preferisco in questa sede utilizzare una sintesi che troviamo in una sua intervista ad Altraeconomia dell’11 novembre 2022:

“Con gli accordi di Oslo i palestinesi hanno rinunciato alla resistenza armata che è propria dei movimenti nazionali di liberazione nella prospettiva di avere uno Stato proprio. Ma se i diritti fondamentali restano irrealizzati, se vengono violati costantemente, con impunità, se la comunità internazionale che dovrebbe garantirne il rispetto non lo fa, è chiaro che la tendenza del popolo soggiogato sarà sempre quella di riprendersi in mano le proprie sorti e ribellarsi.

Una volta rinunciato alla resistenza armata, i palestinesi hanno provato altre forme di resistenza, tutte non violente: proteste, boicottaggio, appelli alla solidarietà internazionale, richiesta di applicazione delle norme internazionali vigenti ma niente è stato efficace. Questo non significa che io giustifichi la violenza, anzi auspico soluzioni pacifiche, cioè l’applicazione del diritto internazionale. Ma il diritto internazionale a vera forza finché c’è la disponibilità degli Stati a farlo applicare.”.

Nel convegno di Firenze Albanese ha detto: “Quanti 7 ottobre i palestinesi hanno dovuto sopportare?” del tutto in linea con l’affermazione del segretario generale dell’Onu Guiterres secondo cui il 7 ottobre non viene dal nulla. Immediata l’accusa di antisemitismo per entrambi.

A proposito di resistenza pacifica ci tengo a ricordare la cosiddetta Grande marcia del ritorno che nel 2018/2019 ha portato migliaia di Gazawi, anche donne, vecchi e bambini, vicino a quella rete squarciata in più punti il 7 ottobre 2023 per rivendicare quel diritto al ritorno teoricamente a loro attribuito dalla risoluzione Onu 194/48.

La rivendicazione con modalità pacifiche di un diritto sancito dall’Onu è costata centinaia di vittime e migliaia di feriti. I cecchini israeliani sparavano mirando o tra gli occhi o alle ginocchia dei giovani per renderli invalidi. Gli invalidi pesano in termini di costo economico e sociale più dei morti.

******

Qual è oggi la situazione?

È venuto meno tutto l’apparato normativo postbellico: al grido di “Mai più” nell’arco di cinque anni, tra il 1945 e il 1950, sono stati emanati lo Statuto dell’Onu, la Dichiarazione universale dei diritti umani, la Convenzione europea dei diritti umani, le Convenzioni dell’Aia e di Ginevra.

Tutte queste norme hanno perso efficacia per la continua disapplicazione impunita.

Hanno perso così ruolo l’Onu e i due tribunali internazionali preposti all’accertamento e alla repressione delle violazioni del diritto internazionale. L’Onu, secondo Trump, è un “club dove la gente chiacchiera e si diverte”. Il suo sarcasmo non può essere condiviso ma, purtroppo, ha un fondamento di verità.

Recentemente Netanyahu, intervenendo sulla ipotizzata soluzione “due popoli due Stati” ha detto che “non è tempo di regali”. Questa affermazione tradisce un fenomeno in corso che potremmo definire come totale ribaltamento di principi minimali. La soluzione “due popoli due Stati” altro non rappresenta che l’applicazione della raccomandazione Onu n. 181/47 che prevede e sancisce il diritto dei palestinesi a un proprio Stato.

Questo diritto nella logica di Netanyahu diventa “un regalo“. Così sarebbero regali il consentire il ritorno dei profughi del ’48 e del ‘67, come sancito dalla risoluzione 194/48 già ricordata, e il ritiro dai Territori occupati come richiesto dalla risoluzione 242/67 e, più recentemente, dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza n. 2334/2016.

Che alcune risoluzioni dell’Onu siano sgradite appare evidente se si pensa a quelle sul diritto alla resistenza. Nel lontano 1982, anno della strage di Sabra e Chatila, la risoluzione n. 37/43, ad esempio, affermava:

“Considerando che la negazione dei diritti inalienabili del popolo palestinese all’autodeterminazione, alla sovranità, all’indipendenza e al ritorno in Palestina e i ripetuti atti di aggressione da parte di Israele contro i popoli della regione costituiscono una grave minaccia alla pace e alla sicurezza, riafferma la legittimità della lotta dei popoli per l’indipendenza, l’integrità territoriale, l’unità nazionale e la liberazione dalla dominazione coloniale straniera e dall’occupazione straniera con tutti i mezzi disponibili compresa la lotta armata”.

Quello che viene contrabbandato come “terrorismo” diventa legittima resistenza armata. È definita regalo la restituzione della refurtiva cioè la terra rapinata.

Questo fenomeno di stravolgimento delle regole basilari riguarda non solo la questione palestinese ma si estende ad altri fenomeni.

L’imbarbarimento giuridico causato dalla questione palestinese contamina altri settori. Mi spiego con un esempio. Pensiamo al fenomeno della migrazione. Dall’obbligo di soccorso e dal reato di omissione di soccorso siamo passati al reato di soccorso!

In base al decreto Cutro, che porta il nome di una delle più grandi tragedie di mare della storia recente, le navi non possono più procedere a ulteriori soccorsi dopo il primo e devono approdare non nel porto più vicino ma in quello indicato dal ministero. Così si dovrebbero lasciar morire persone in mare o sulla nave mentre si percorrono centinaia di inutili miglia.

Torniamo al nostro ambito. Un clamoroso esempio di trasformazione di quello che è un crimine di guerra in valore nazionale lo troviamo nella cosiddetta legge sullo Stato nazione, la Basic Law del 2018. Sia pure non a grande maggioranza la Knesset ha approvato questa legge che all’articolo 1 sancisce che il diritto all’autodeterminazione spetta solo ed esclusivamente al popolo ebraico, con buona pace di quel 20% di palestinesi cittadini israeliani non di religione ebraica, e all’articolo 7 sancisce che la colonizzazione è un valore nazionale da implementare.

La colonizzazione, che è un crimine, assurge a valore nazionale. L’uguaglianza tra cittadini è negata a favore di una componente diventando così lo Stato una teocrazia o, se preferite, una etnocrazia.

In questo stravolto quadro giuridico procede a grandi passi il colonialismo di insediamento, quello cioè che prevede non solo l’espropriazione delle ricchezze del territorio occupato ma anche l’espulsione dei nativi, si porta avanti la pulizia etnica ed è in corso da alcuni mesi un vero e proprio genocidio.

Stiamo assistendo a una Nakba a colori. Le immagini in diretta che ci giungono da Gaza ma anche dalla Cisgiordania ci ricordano quelle della Nakba del 1948 che abbiamo visto in foto d’epoca in bianco e nero. Oggi la dimensione dell’eccidio è anche maggiore. Tutto viene distrutto: case, ospedali, moschee, chiese, scuole, università, asili…..

La spietatezza non ha confini: si ordina alla gente di andare a Sud e la si mitraglia mentre va a Sud. Si spara alla gente che corre verso i camion a ritirare pane o farina. Si spara sui bambini che vanno a raccogliere taniche di acqua. 2.300.000 persone rischiano concretamente di morire sotto le bombe o di fame o sparati o di malattie.

Appare evidente da tutto ciò che il vero obiettivo non è la distruzione di Hamas e delle altre forze della resistenza, distruzione peraltro ritenuta irrealizzabile dalla gran parte degli analisti militari, ma l’espulsione dei palestinesi sia da Gaza sia dalla Cisgiordania dove alla violenza dell’esercito si aggiunge quella dei coloni.

In questo contesto l’Onu non è riuscita ad imporre non dico il cessate il fuoco ma neppure un corridoio umanitario. Ogniqualvolta si è riunito il Consiglio di sicurezza gli USA hanno opposto il veto. In Assemblea generale 120 Stati si sono espressi a favore del cessate il fuoco contro 14 ma il voto non ha avuto alcuna conseguenza.

*****

All’inizio ho citato anche i Tribunali internazionali e li ho inseriti in questo quadro devastante. Ne spiego le ragioni.

I Tribunali internazionali sono due: la Corte internazionale di giustizia e la Corte penale internazionale, entrambe con sede a l’Aia. La Corte di giustizia è organo giurisdizionale dell’Onu e quindi sostanzialmente il più autorevole organo giudiziario al mondo. Questa Corte giudica non le persone ma gli Stati ed esprime anche pareri consultivi. La Corte penale giudica invece le responsabilità individuali in tema di genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità, aggressione.

Israele e suoi esponenti sono sotto processo in entrambe le Corti.

L’ordinanza della Corte internazionale di giustizia del 26 gennaio 2024 ha suscitato grandi entusiasmi. David Hearst su Middle East Eye si è espresso in questi termini. “Ordinanza più potente di un bulldozer D9”, “giudizio legale epocale”, “ristabilisce il ruolo del diritto internazionale”. Altri invece sono stati critici rispetto alla omissione di un esplicito ordine di cessate il fuoco.

A mio modesto avviso, l’ordinanza non sarà più potente di un bulldozer ma sicuramente è estremamente positiva: è stata respinta la richiesta di archiviazione; la Corte ha ritenuto la propria giurisdizione; sono state adottate misure provvisorie ed urgenti che hanno chiesto di prevenire atti genocidiari, di punire i responsabili, di smettere di uccidere e ferire, di migliorare la situazione umanitaria, di conservare le prove dei crimini.

La Corte ha implicitamente ordinato ad Israele di cessare il fuoco nel momento in cui ha ordinato lo stop “killing members of the group; causing serious bodily or mental harm to members of the group” (pag. 25 ordinanza).

Alcuni, tra cui il finalmente dimissionario segretario provinciale dell’ANPI di Milano Roberto Cenati, hanno ritenuto inappropriato l’uso del termine genocidio per l’eccidio in corso a Gaza sul presupposto che la Corte ha parlato solo di “alta probabilità” che sia in corso un genocidio.

Appare evidente anche ai non giuristi che la Corte in questa fase non poteva andare oltre dovendo ancora avviare la fase istruttoria; le misure provvisorie ed urgenti adottate sono, però, estremamente significative di quello che è l’orientamento della Corte.

È il caso di ricordare che la Convenzione contro il genocidio del 1948 definisce come genocidiario l’atto commesso con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Le intenzioni di Israele sono state esplicitate da molti responsabili nazionali politici e militari tanto da essere le loro dichiarazioni utilizzate dagli avvocati del Sudafrica.

La realtà sul terreno parla chiaro: ad oggi oltre 35.000 uccisi, centinaia, forse migliaia, di cadaveri sotto le macerie, l’80% degli edifici distrutti.

Il 27 febbraio 2024 è scaduto il mese di tempo concesso dalla Corte ad Israele per riferire sulle misure adottate in ottemperanza agli ordini; notizie di stampa dicono che un documento è stato depositato da Israele; non se ne conosce il contenuto ma i fatti ci dicono che Israele non ha minimamente modificato la propria condotta dopo l’ordinanza.

Anzi, con il sospetto che alcuni membri dell’UNRWA abbiano contribuito all’attacco del 7 ottobre ha ottenuto l’interruzione dei fondi a questa organizzazione che garantisce la sopravvivenza dei palestinesi a Gaza e nei campi profughi.

È anche il caso di ricordare che recentemente alla stessa Corte è stato richiesto un parere consultivo sulla legittimità o meno della colonizzazione in corso in Cisgiordania. Non vi è ancora una decisione ma la Corte, in realtà, si è già espressa sul tema nel 2004 quando ha dichiarato l’illegalità del muro di separazione. Come sappiamo, il suo parere è stato ignorato e la costruzione del muro è proseguita senza sosta.

Voglio segnalare il vergognoso e servile comportamento dell’Italia anche in questa occasione: non solo ha immediatamente interrotto il finanziamento all’UNRWA sulla scia degli USA e di altri Paesi ma ha chiesto alla Corte di astenersi dal decidere sulla legittimità o meno della colonizzazione testualmente “per non disturbare il negoziato”. Non è dato capire di quale negoziato stia parlando.

L’altro giudizio, quello avanti la Corte penale internazionale, ha un iter travagliato che qui posso solo riassumere per sommi capi. Pende dal 2009, subito dopo la strage di quell’anno denominata “ Piombo fuso”. Rimase a lungo fermo in attesa del riconoscimento della statualità della Palestina e poi della sua adesione al Trattato di Roma fondativo della Corte.

Solo nel 2021 il procedimento ha avuto un forte impulso grazie all’iniziativa di una PM, Fatou Bensouda. Scaduto il mandato di Bensouda è subentrato un nuovo procuratore, Karim Khan, che non brilla per attivismo. Alcuni giuristi hanno espressamente parlato addirittura di faziosità più che di inerzia facendo riferimento alla sua condotta al valico di Rafah quando ha dedicato pochissimo tempo ad ascoltare le testimonianze palestinesi e molto di più quelle israeliane sul 7 ottobre.

Vorrei accennare anche a un palese caso di “doppio standard”: questa stessa Corte il 17 marzo 2023 ha emanato un ordine di arresto contro Putin per il crimine di deportazione di persone, in particolare bambini. Nessuna misura è stata adottata nei confronti di Netanyahu, Gallant, Smotrich, Ben Gvir ed altri.

Eppure, senza inoltrarsi nella questione del genocidio, costoro appaiono sicuramente responsabili dello stesso crimine attribuito a Putin; mi riferisco alla deportazione dei prigionieri palestinesi dal territorio occupato a quello di Israele, Stato occupante. Le carceri, tutte tranne una, Ofer, sono in Israele. I prigionieri palestinesi, tutti ma soprattutto quelli in detenzione amministrativa, possono legittimamente essere qualificati ostaggi al pari di quelli prelevati da Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre con la differenza che non si parla di 200 persone ma ad oggi quasi 10.000.

Oltre ai problemi già segnalati ve ne è uno decisivo comune ad entrambe le Corti: l’assenza di strumenti coercitivi idonei a dare esecuzione alle decisioni adottate. La parola o, meglio, l’azione torna alla politica cioè al Consiglio di sicurezza dell’Onu con i consueti problemi dell’esercizio del diritto di veto da parte degli USA.

La politica torna a prevalere sul diritto e ne vanifica la funzione.

Come se ciò non bastasse nei confronti del diritto si sta manifestando ormai da tempo una crescente insofferenza che sfiora la palese ostilità. Il ministro degli esteri Cameron così si è espresso: “l’iniziativa del Sudafrica rischia di distrarre il mondo dagli sforzi per una reale soluzione”.

Ancora più drastico il nostro Fassino che, nella sua veste di presidente della Commissione esteri della Camera, il 6 luglio 2021 al termine di una audizione di giuristi sulla questione palestinese ha detto che il diritto internazionale deve essere subalterno alla politica e che eventuali processi o comunque interventi/interferenze della magistratura possono danneggiare la ricerca della pace.

Come spesso capita, avanguardia di questa tendenza di attacco al ruolo del diritto è stato Israele. Nicola Perugini e Neve Gordon nel loro libro “Il diritto umano di dominare” spiegano il concetto di ”lawfare” cioè “l’uso della legge come arma di guerra o, più precisamente, l’abuso della legge e dei sistemi giuridici per fini strategici di natura politica o militare.” (op.cit., Nottetempo,p.115).

Nel loro libro i due autori riportano un passaggio di un rapporto del 2010 in cui il ministro degli affari esteri israeliano afferma: “Se il teorico militare Carl von Clausewitz ha affermato che la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi bisogna riconoscere che anche la guerra giuridica è la continuazione dell’attività terroristica con altri mezzi (op.cit.p.102)”.

Dal diritto alla guerra e al terrorismo! Non c’è da stupirsi allora delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti e da Israele contro Fatou Bensouda e i giudici della Corte, la persecuzione subita dal giudice Goldstone per il proprio rapporto su “Piombo fuso”, il divieto di ingresso in Israele alla nostra Francesca Albanese e così via di criminalizzazione in criminalizzazione passando ovviamente attraverso l’abituale, stantia e patetica accusa di antisemitismo.

*****

Mi rendo conto di avervi illustrato un quadro molto sconfortante. Reputo peraltro disonesto o, nella migliore delle ipotesi, ingenuo continuare a contrabbandare ancora il diritto internazionale come utile strumento di pace. Ne prendeva atto sconfortato Benedetto Conforti nel passaggio che ho ricordato all’inizio. Ne parlano da tempo anche altri autorevolissimi giuristi che non hanno remore a sconfinare in valutazioni politiche.

Danilo Zolo, sulla rivista Jura Gentium, nel 2011 ha scritto un articolo intitolato “I diritti umani, la democrazia e la pace nell’era della globalizzazione” con tre significativi sottotitoli: “I diritti umani: una ideologia occidentale in declino“, “una democrazia senza futuro”, “un pacifismo al tramonto”.

Vi si leggono passaggi di questo tipo: “vorrei richiamare l’attenzione su un fenomeno ancora più allarmante: la paralisi del diritto internazionale e delle istituzioni internazionali di fronte al problema della guerra nel mondo. Aggiungo che a mio parere il diritto internazionale è sempre più condizionato a livello globale dagli interessi politici ed economico finanziari delle grandi potenze, a cominciare dagli Stati Uniti d’America:”

Ed ancora:”negli ultimi vent’anni le istituzioni internazionali, anzitutto il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e la Corte penale internazionale hanno assecondato senza scrupoli la politica bellica degli Stati Uniti e dei loro alleati”.

Ed infine:”in particolare le guerre condotte dalla Nato prima contro la Repubblica federale jugoslava e poi contro la Libia possono essere assunte come l’archetipo della guerra di aggressione terroristica, abilmente coperta sotto le vesti della guerra umanitaria. Si è trattato in realtà di guerre di aggressione dirette a realizzare un progetto neo imperialistico di egemonia globale sul terreno politico, militare e soprattutto economico”.

Già prima Luigi Ferrajoli nel suo “Ragion pratica”, 1999, pp.117-128, si era posto “il problema politico del futuro del diritto internazionale, della pace e degli stessi diritti umani ove al progetto di convivenza disegnato dalla Carta dell’Onu si sostituisca un nuovo ordine/disordine fondato su di un’alleanza militare come la Nato e sulla guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali”, con buona pace dell’articolo 11 della nostra Costituzione.

Qualche illustre giurista, ad esempio Papisca, auspica da anni una riforma dell’Onu che transiti attraverso l’abolizione del diritto di veto e un ampliamento del Consiglio di sicurezza. Altri come il già citato Ferrajoli coltivano una utopia: una Costituzione della terra, cioè un Patto universale di convivenza che contenga la messa al bando di tutte le armi, un demanio planetario a protezione dei beni comuni, un fisco globale che finanzi il tutto e così via.

Il Patto è stato rifondato il 21 febbraio scorso ma le macerie e gli sguardi persi dei bambini di Gaza ci dicono che il mondo sta andando in direzione opposta.

*Intervento al convegno della Rete dei Comunisti a Milano del 25 febbraio scorso su: “Il Medio Oriente nel mondo multipolare e il conflitto arabo israeliano”

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *