La dipendenza, propria o di chi si ha vicino, genera una vertigine, un buco di coscienza, che ci allontana dagli altri e da ogni lucidità. Calvari invisibili, persino a chi li vive direttamente, perché offuscati dalle narrazioni che si tenta, disperatamente, di fare. Ma che cosa è la dipendenza chimica? Che cosa significa vivere accanto ad un dipendente?
Forse è la fragilità umana che irrompe sulla scena, distruggendola, tanto quella del drogato quanto dei suoi familiari. Una fragilità che fagocita tutto, lasciandoti nudo, povero dentro, oltre che spesso povero e marginale anche fuori. Ma è anche una fragilità dei sistemi esistenziali di riferimento, che siano famiglie, servizi o cerchie sociali, incapaci a reggere l’urto della malattia dell’anima del drogato.
Così se uno ha un figlio che si becca un tumore viene visto come un martire, mentre se si ha un familiare che inciampa nel malessere psichiatrico e nella tossicodipendenza, si viene percepiti come “colpevoli”. Aggiungendo ad un dolore sordo, anche uno scuorno, una inadeguatezza che aggiunge vergogna alla sofferenza.
Lo stigma, gli occhi cattivi degli altri, non fanno mai tanto male quanto gli occhi cattivi di sé stessi, su sé stessi. Un fuoco che brucia tutto: lavoro, affetti, interessi, identità, amore. Si diventa la sostanza della quale si è schiavi o la sostanza della quale è schiavo il proprio familiare. Questa schiavitù assume i connotati di un ergastolo, dove le mura della prigione diventano anaffettive, indifferenti, afone a qualsiasi cosa. Corpi che si nutrono, che si muovono, ma che sono esangue.
Il fiume di eroina degli anni Settanta/Ottanta ha distrutto i sogni di una generazione. Eppure è un ruscello rispetto al fenomeno di massa delle nuove droghe chimiche, che proprio per la loro misteriosa e mutevole composizione, spingono centinaia di migliaia di ragazzini, milioni nel mondo, nelle braccia di patologie psichiatriche invalidanti. Dalle quali, il più delle volte, non si esce mai del tutto.
Statistiche bugiarde, laddove il problema sfugge persino ai radar di chi si occupa di tossicodipendenza, anche perché il fenomeno delle poli – assunzioni, così come quello delle assunzioni occasionali, allontana questo genere di utenti dalla possibilità di essere etichettati. Ci si fa un po’ di tutto e si fa un po’ di tutto, dallo scivolare nella ludopatia, alla auto reclusione da social, fino alla dipendenza dal sesso, ma si mantiene un equilibrio infermo, paradossalmente con gli stessi strumenti della malattia.
Così, ad esempio, se la coca manda il cervello troppo su è lo stesso drogato ad assumere alcol per scendere giù: un’altalena che rende queste persone apparentemente stabili, almeno fino a quando non volano da un balcone o commettono un reato grave.
Eppure nessuno ne parla, forse per il rischio congenito in questi discorsi di fare la figura del bacchettone. Ma, tutto sommato, anche i pensatori di destra non ne parlano: perché dovrebbero mettere in discussione i meccanismi del consumismo, di cui sono alfieri, così come quelli dei costanti tagli alla spesa pubblica, di cui sono altrettanto alfieri.
“La curiosità uccise il gatto”, recita una vecchia canzone ed è proprio questo, forse, che spinge alcuni giovani nelle braccia delle dipendenze: malesseri misteriosi e sollievi istantanei. I motivi possono essere molteplici, ma se già diecimila anni prima di Cristo si distillava il liquore, significa che l’anelito ad andare oltre sé stessi non è problema dei nostri giorni.
Così come il proibizionismo e l’antiproibizionismo, con declinazioni sempre diverse, è presente nella storia della Umanità: una presenza petulante, costantemente superata dai fatti e costantemente ininfluente rispetto alle problematiche che l’uso e l’abuso di sostanze ha, di volta in volta, creato.
Oggi, poi, con le derive nevrotiche nella lettura del reale ci troviamo di fronte a fazioni opposte che, entrambe, discettano su dinamiche di dipendenze di un millennio fa. Del resto persino i laboratori medici, nella rilevazione di sostanze tossiche, sballano continuamente i risultati: ogni settimana esce una nuova droga chimica.
Krokodil, Flakka, Mefedrone, Fentanyl, Benzodiazepine, Ketamina, Khat… sembrano più personaggi di un videogioco che alcuni dei nomi delle sostanze in circolazione, spesso provenienti direttamente da farmaci in commercio per altri usi, anche veterinari, che vengono tagliate o abbinate ad altre: cocktail di polveri che, a loro volta, si assumono in combinazione con super alcolici o sommate a droghe tradizionali.
Un’utenza, quindi, che sfugge ad ogni tipo di intercettazione da parte dei Servizi Sanitari, tranne che per i sempre più frequenti TSO (Trattamenti Sanitari Obbligatori) subiti da ragazzini in stato confusionale o in preda ad agitazioni violente. Nel solo 2022 l’utenza ufficiale dei Serd è di quasi 250.000 contatti, con oltre 130.000 assistiti. La previsione è che nel 2025 si arriverà a circa 300.000 utenti, eppure dal 2010 il personale è costantemente ridimensionato.
Lo spettro della strage, come negli Stati Uniti, con oltre 100.000 morti all’anno per uso e abuso di droghe sintetiche è una realtà vicina. Anche perché i dati non tengono conto che spesso è fenomeno latente, dove prima di approdare ai servizi si trascorre un tempo, più o meno lungo, in cui il drogato non entra nel circuito della assistenza.
È il meccanismo della negazione, spesso fatto non solo dal potenziale tossico, ma anche dai suoi affetti principali che tentano di negare l’evidenza di certi comportamenti, anche per cercare di risolverli in modo non burocratico stigmatizzante. Il triangolo di USO/ABUSO/OSSESSIONE ha uno sviluppo temporale molto poco preventivabile: un tempo che può variare da pochi mesi a sette/otto anni, ma che vede nella progressività un lento abituarsi al problema, anche da parte di chi è vicino al drogato. Questo tempo di latenza, in qualche modo, sfugge non solo alle statistiche ufficiali, ma anche alla percezione dei media alla drammaticità di questo fenomeno.
Confezionata in laboratori clandestini ha effetti collaterali devastanti e spesso irreversibili, nel solo 2022 sono state immesse nel mercato oltre 40 nuove droghe. Nomi in codice che si vanno a sommare con una metodologia del bere alcol che porta a sballi estremi e incontrollabili. Il bang drinking, ossia bere il più velocemente possibile alcol, è il simbolo cristallino di uno sballo asociale e che tenta di riempire vuoti esistenziali con un sollievo meccanico.
Lo stesso confine del “buco”, come simbolo di una manipolazione del proprio corpo, è superato. La nuova droga si assume in modi diversissimi: dalle pillole, ai cristalli da fumare. Lontani anni luce da quel “Rhum e Cocaina” che intendeva una vita al di fuori degli schemi e delle consuetudini: la cronicizzazione verso l’alcolismo e la dipendenza di ragazzini poco più che adolescenti rappresenta l’ultimo anello della de-Umanizzazione delle nostre città e di ogni rito aggregativo.
Un immenso vuoto, colmato da un immenso video gioco in cui il ragazzo confonde il Bene e il Male. Ma, nella duplice alienazione delle alterazioni chimiche e della solitudine sociale, confonde anche il reale con la allucinazione. La violenza gratuita che ne scaturisce viene letta come fenomeno criminale: è malattia. Solo malattia.
Attualmente, ad esempio, ogni distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti legate a fenomeni giovanili è scientificamente complessa, eppure nei salotti snob si scannano ancora sui distinguo tra le due dipendenze: di fatto con i principi attivi della cannabis attualmente decuplicati, nel cervello di un ragazzino una canna è molto simile ad una pera d’eroina di anni fa.
Così come continuiamo a discettare sul concetto di volontà, mentre la nuova droga, non venendo fornita dallo spacciatore con il bugiardino degli effetti indesiderati e delle sostanze presenti, è negazione di volontà: perché si assumono sostanze non identificabili e quindi non scelte liberamente.
Tra gli effetti indesiderati e di certo non prediletti dalla volontà dei ragazzi è presente il rischio di sviluppare o amplificare disturbi psichiatrici cronici. Basta fare un giro in un reparto di psichiatria per trovarsi davanti ragazzini fuori di testa che, purtroppo, spesso rimangono strafatti, oltre l’uso delle droghe.
Io stesso, giovane fotoreporter, entrai circa trenta anni fa in alcuni ospedali psichiatrici, trovandovi perlopiù vecchi e pacifici Napoleoni Bonaparte. Mentre, in un dolorosissimo giro nelle strutture di oggi, ho trovato decine di ragazzini fulminati. Sarà nato prima il disturbo e poi la dipendenza? O il contrario? Uovo o gallina poco importa perché per molti di questi ragazzi il futuro sarà di camicie di forza più o meno chimiche, più o meno di marginalità, più o meno di Istituzioni totali.
Il guaio di queste bombe chimiche è che rimangono sottotraccia ed esplodono in momenti di tensione: così leggiamo di femminicidi, di omicidi casuali, o di brutalità gratuite senza capire il nesso che ci può stare tra l’atto criminale e l’abuso di sostanze. L’auto distruzione, come elemento della psiche disfunzionale, si regge sullo stesso meccanismo che la ha creata: una presunta padronanza dei propri neuroni.
Così nessuno di questi ragazzini sceglie di rimanere sotto botta a vita, o di beccarsi un ergastolo per omicidio: perché l’effetto sballo, quanto ogni sbruffonata, si contrappone ad una reversibilità, anche solo per potersi sballare nuovamente e poter nuovamente picchiare o rubare.
È un confine che, per quanto labile, il dipendente classico mantiene, almeno fino ai punti terminali della malattia, mentre il dipendente chimico smarrisce del tutto, spostando sempre in avanti l’asticella della legittimazione del proprio istinto malato. Così, tra uno schiaffo e una pistola a pallini, si arriva dritti alla violenza assassina, spesso senza elaborare da parte del ragazzino una consapevolezza logica del proprio agire alterato.
Lo stesso eroinomane del passato era come la punta di un iceberg di un fenomeno, un calvario lento e progressivo, prima di essere per una minoranza mortale o invalidante. Il dipendente chimico, invece, sembra inizi la sua carriera dal fondo della medesima, assumendo lineamenti della demenza sin dalle prime battute.
La vera crudeltà è l’assenza di specchi, di confronti, di competenze: chi entra in questo tunnel è solo. Non riesce a capire e, forse, non lo vuole nemmeno.
Il fattore tempo, che in questo genere di precipizi è fondamentale, diventa una variabile impazzita, per cui le pachidermiche macchine della burocrazia della salvezza e la pachidermica presa di coscienza del singolo su quello che sta accadendo a lui o chi ha vicino, mimano alleate una perversa danza inutile, atta a cronicizzare il malato e a devastare definitivamente la vita di chi gli è accanto.
Una volta, stavo narrando la mia esperienza a un gruppo di persone, mi è venuto uno strano attacco di narcisismo, per cui ero come contento che quasi tutti i presenti erano commossi, alcuni fino alle lacrime. Tornato a casa, però, ho capito che questo genere di auto commiserazione è pericolosissima e che, invece, bisogna essere attivi nel contrastare questa mattanza da subito, prima appunto che generi la lacrimuccia in volto di qualche bella signora.
Per farlo ci vuole informazione e la capacità di rendere nota alla Opinione Pubblica la pericolosità delle nuove droghe. Però bisogna avere il coraggio, a costo di passare per reazionari, di dire che andare a ballare ad un After alle 10 del mattino, dopo tutta una notte in discoteca, è operazione complicata se non si è strafatti.
Troppo spesso, io per primo, abbiamo sottovalutato il rischio che l’uso di droga comporta, così come abbiamo sottovalutato che certe abitudini, in qualche modo, si conciliano con l’uso e l’abuso di sostanze. Questa società e i suoi modelli sociali, spingono verso l’estremizzazione delle performance, anche di quelle ludiche: al punto tale che, senza farsi, un fragile o un disfunzionale non regge al ritmo.
Un esercito di invalidi, spesso violenti, nelle braccia mortifere della psichiatria ufficiale, che sciorina ricette astratte, che impigrisce, che cronicizza la loro esistenza attraverso altre miracolose sostanze chimiche: gli psicofarmaci. Come un cerchio che si chiude: droghe ricavate dalla chimica e curate dalla stessa chimica.
In questo lento precipitare tutte le angherie degli eserciti della bontà triturano, oltre al destino di questi adolescenti, intere famiglie che diventano ostaggi di un dolore poco raccontato, scivolando in degradi personali, dove il confine malato/familiare salta del tutto.
Quelle formulette magiche di “famiglia, socialità, territorio”: omelie ipocrite, dove secondo questi scienziati, famiglie disfunzionali, territori senza servizi e cerchie sociali inesistenti, dovrebbero tirare fuori dal degrado, un degrado prodotto da quel degrado. Ma come riempire questo vuoto adolescenziale?
Già, il vuoto, quel nero che si ha dentro e che spinge nelle età della giovinezza a varcare quelle linee d’ombra verso l’IO adulto, l’IO ignoto. Passaggi stretti che hanno segnato molti di noi, ma in modo formativo, socializzante. Ricordo che da ragazzino non mi piacevano le canne, eppure accompagnavo i miei amici sugli scogli a farsele.
Era un modo per cercare di crescere, di creare intimità ed allegria. Le nuove droghe chimiche creano alienazione: un puzzo di solventi, il cervello che non risponde più a tema, lo scollegamento, più o meno definitivo, più o meno totale, da un sé stesso che si può muovere nei recinti della socialità, dell’amore, della vita.
Il paradosso burocratico delle “doppie diagnosi” di tossico e di malato psichiatrico, per cui il mondo che si occupa di dipendenze ti lascia marcire perché sei “psichiatrico”, quello psichiatrico non ti prende in cura perché sei “tossico”. Il carcere, come punizione per un gesto folle che è, invece, conseguenza di una precisa volontà collettiva, di un abbandono assecondato dalla strafottenza delle Istituzioni, fino al secondo che segue le tragedie.
Solo quando l’odore del sangue deve scomparire dalla nostra coscienza siamo capaci di sterile indignazione. Ma, è bene ricordare, dietro ogni omicidio di questo tipo, si nascondono migliaia di potenziali omicidi casualmente non riusciti. Quotidianità ricche di angherie gratuite, in cui avviene l’esatto contrario di quello che i giornali riportano: i raptus sono quotidiani, ciclici, fisiologici, mentre l’omicidio è solo l’ennesimo raptus che però ha trovato una resistenza o, ancora, un raptus riuscito male.
Le avvisaglie, anche quando ci sono, trovano muri di disservizio, lassismo e indifferenza. In realtà ogni speranza è affidata alla chimica farmacologica, come a voler spegnere un incendio con il fuoco.
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Giovanni
Leggo con piacere per l interesse e impegno esplicativo. Ho da ridire solo su un punto, laddove legalizzare è riferito ai maggiorenni e serve appunto a cercare di arginare (educando) l uso anche solo di canne da parte dei giovani si cui qualsiasi sostanza può fare male e anche parecchio, iniziando dal caffè e via via si fino al tabacco all all alcool alle canne e alle droghe pesanti e sintetiche