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Votare NO alla “sacrata” riforma

Questa riforma non bisogna più chiamarla della Giustizia, ma riforma della Costituzione. La solennità della cerimonia inaugurale dell’anno giudiziario della magistratura è risultata stridere con il tono tra il risentito e l’aggressivo dell’intervento del ministro Nordio.

In tutte e due le volte alla centralità emersa dell’autonomia e indipendenza della magistratura riaffermata con precisa convinzione sia da Pasquale D’Ascola (1° presidente dell’amministrazione della giustizia) sia dal vicepresidente del CSM Fabio Pinelli, in Cassazione, come pure in Corte d’Appello, il guardasigilli ha risposto con tono sprezzante e risentito, ma con evidente senso di difficoltà, negando il fine da loro evidenziato della riforma in questione. Il ministro ha espresso sdegno per le “ripugnanti le insinuazioni” avanzate sulle “interferenze illecite” relative alla proposta riforma, definendo inoltre “blasfema” “l’idea che questa possa minare l’indipendenza della magistratura”.

Prima di entrare nel merito, cioè nel contenuto dei punti di rilievo della stessa riforma, si badi in primo luogo all’aspetto più formale, espressivo ed evocatore usato da Nordio, da propaganda.

Invece di controbattere sul significato reale dell’”autonomia e indipendenza della magistratura” rivendicato dal presidente D’Ascola quale “non privilegio di categoria, ma garanzia essenziale per l’imparzialità dei giudici e l’eguaglianza dei cittadini, quale caposaldo del sistema costituzionale, ove la costituzione ha il suo perno essenziale nel principio di uguaglianza sostanziale”, il ministro ha spostato invece l’attenzione sulla propria irritazione derivante da “insinuazioni”, ovvero da intenti di persuasione subdola o frodatrice, ingannatrice, fonte di sospetti; non intelligenza, quindi, volta a comprendere anche le conseguenze dell’assunto in questione, i suoi corollari nascosti, omessi ma presenti. Primo invito all’irrazionale.

Il secondo invito all’irrazionale, ma qui forse si tratta proprio di induzione alla deviazione concettuale dei problemi, l’arrogante definizione di “blasfemia” con cui il ministro ha tacciato l’idea che la riforma attentasse all’indipendenza della magistratura. Per chi non fa caso all’uso delle parole, si prova a rammentare che il termine blasfemo, altrimenti sinonimo della più comune bestemmia, si usa per la denigrazione del sacro, del divino.

Che l’evocazione del sacro – riferito alla riforma appena firmata – sia l’interpretazione esatta, lo dimostra anche l’altro riferimento biblico ed evangelico, questa volta del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Secondo lui, oltre ad auspicare che “in vista del voto referendario la demonizzazione lasci il posto al confronto civile proprio di una vera democrazia”, si pone necessaria l’equiparazione alla Sacra scrittura o al Vangelo, che ammonisce a “stare vigili perché non conosciamo né il giorno né l’ora” per concludere allusivamente che “dunque non vi è alcuna certezza che il 24 marzo 2026 non si scateni l’apocalisse. Ciò di cui sono certo – continua Mantovano – è che se ciò si dovesse verificare non sarà a causa della conferma referendaria della riforma della giustizia”.

Ecco allora, se l’interpretazione è corretta, palesarsi un ardito parallelo tra la citazione di una fedeltà spirituale al divino nella vita quotidiana e nel futuro avvento finale, e la pavida attesa, invece, dell’esito referendario che potrebbe risolversi in una débacle.

Ecco allora che si sfiora un accostamento che ha sì del blasfemo, come minimo dell’incongruente, dato che si tratta solo del venir meno, oppure no, in questo caso, dell’equilibrio della divisione dei poteri nello stato. Ma qui non dobbiamo dimenticare la subalternità culturale dei nostri ultrademocratici riformatori ai libertari teocratici Usa, che usano la religione a fondamento e ispirazione della legge nell’abbandono urgente del liberalismo, guidati da una mentalità cosiddetta apocalittica, cioè catastrofica, in cui confusione e ambiguità sono gli ingredienti politici di un capitalismo che ingloba perennemente materiale umano privato di volontà e pertanto di dignità.

Stabilito che la riforma non ha proprio niente di sacro, semmai di opaco o di oscuro non detto, facciamo allora tutti tesoro del merito dei problemi emersi in cui si vorrebbero porre differenti comportamenti e soprattutto orizzonti che incrinerebbero la vigenza e la vigilanza costituzionale.

Il presidente della Corte di Appello di Roma Giuseppe Meliadò ha aggiunto che:  “Il Paese si sta dividendo in questi giorni sui temi della giustizia, ma i problemi veri della giustizia hanno altre coordinate, non riguardano il modello di magistrato, che la Costituzione ha voluto indipendente, senza timori e senza speranze e che tale dovrebbe restare, ma interpellano chi governa il Paese su come assicurare un servizio giustizia efficiente, perché solo attraverso un servizio efficiente si può garantire la credibilità delle istituzioni e la fiducia verso la magistratura. Il disagio è nato e si rafforza ogni momento perché il dialogo è stato solo promesso, ma è rimasto lettera morta. Lo sforzo è stato solo quello di arrivare alla approvazione della riforma, con testo bloccato, senza intoppi e nel più breve tempo possibile. Tanto è vero che tante iniziative normative, pur importanti, sono state messe su un binario morto, proprio con l’intento di privilegiare, senza se e senza ma, la separazione delle carriere. È fatto notorio che in molti Paesi dove le carriere sono separate l’accusatore, come è stato detto, ‘soggiace’ in varie forme a collegamenti con il potere politico. Come allora non leggere con preoccupazione la scelta del sorteggio per i componenti togati dei Consigli superiori separati. È una scelta, certamente mortificante ma, soprattutto pericolosa perché il sorteggio, con la sua intrinseca causalità, non è in grado di selezionare figure in grado di approcciarsi con autorevolezza, autonomia e indipendenza, ad un ruolo delicato, che implica scelte ordinamentali che non possono improvvisarsi. Un buon magistrato non è detto che sia un buon consigliere: per passione, conoscenze ordinamentali, interesse, autorevolezza”.

A corredo di tutto ciò va unito il contributo del magistrato Antonino Di Matteo, Consigliere togato del CSM, sotto scorta dal 1993, che definisce “un presupposto falso il continuo passaggio di funzioni tra giudici e pm”, dato lo 0,1% dei magistrati che lo richiede, ed è per 1 sola volta nei primi 10 anni.

I giudici poi non sono appiattiti sulle richieste dei pm, mentre questo è stato invece il timore di chi non accetta il controllo di legalità, soprattutto a partire dal 1994 quando il partito di Berlusconi fu fondato dal mafioso Dell’Utri, con centinaia di milioni all’anno. Sottoporre i pm all’esecutivo era inoltre l’obiettivo della P2, il cui capo dell’organizzazione eversiva che ha finanziato la strage di Bologna, depistato le indagini tra massoni, servizi e destra politica, Licio Gelli, è stato definito da Nordio quello con cui poter avere “opinioni condivisibili”.

I paesi in cui tale separazione delle carriere esiste già Francia, Spagna, Portogallo, Germania, Olanda, mostrano la subalternità del pm all’esecutivo.

I costi inoltre della duplicazione del CSM triplicheranno, e la magistratura sarà l’unica categoria che non potrà eleggere i propri rappresentanti al CSM, passando dalla patologia del correntismo dei magistrati (da sorteggiare) alla patologia del correntismo politico (i cosiddetti laici) scelti e solo in seguito sorteggiati. Tutto ciò si risolverà nella “definitiva consacrazione di una giustizia a due velocità: spietata coi deboli, permissiva coi potenti”.

Questo di oggi è solo uno dei punti cardine che la riforma punta a realizzare, ma l’appello minaccioso ai magistrati che Meloni ha rivolto domenica 1° febbraio, in seguito alla manifestazione a Torino di sabato scorso, non lascia dubbi sull’uso antagonista che questo potere esecutivo intende portare avanti nei confronti della magistratura, da rendere organico dopo l’eventuale approvazione della riforma, e trasformandola così in un contropotere.

Il senso di questa riforma si chiarisce ulteriormente poi, se si considera che ogni decreto sicurezza, soprattutto questo ancora in cantiere, si nutre di fatti di cronaca esecrabili, e ampiamente sospetti per eventuali infiltrazioni, che puntualmente vanificano la serietà degli obiettivi sociali manifestati, per avvalorare la legalizzazione della repressione sociale da introdurre. La repressione ormai si avvale sempre più di prevenzione e di controllo pervasivo per spaccare, disgregare la comunità nazionale fors’anche rincorrendo il modello Usa attuato in Minnesota.

Quando poi la collusione col disegno repressivo proviene dalle code di insulsa violenza alla fine delle manifestazioni, l’occasione predisposta diviene la prova evidente della necessità di incremento autoritario dei governi, che hanno modo così di occultare ulteriormente l’erosione sistematica dei diritti di libertà costituzionali, mentre invece si persegue anche così nelle varie forme ricattatorie l’aggiramento dei controlli giudiziari sul proprio operato.

Infine, dopo anni di vilipendio nei confronti di quelle denominate “toghe rosse”, proprio queste altre vere toghe rosse e ermellino hanno smascherato la strategia di allontanamento della giustizia dall’incremento della corruzione interna alla politica.

Quella che si è tentato di separare – continuamente propagandata come magistratura “comunista”, come accusa di corruzione della sua funzione di terzietà, come vendita dell’imparzialità del proprio ruolo istituzionale – si è mostrata invece compatta nel suo insieme, nel rivendicare pienamente la fedeltà alla Costituzione che la riforma vorrebbe invece scardinare.

Ironicamente si potrebbe concludere che tutte le toghe rosse si sono unite anche nel ricordo dei ben 28 magistrati uccisi per difendere la legalità, mentre a spaccarsi è ora la politica che, una volta dismesse le stragi, per ora fuori corso, tenta la via legale per imporre la deregolamentazione impunitaria a favore dei propri membri, con la priorità della demolizione costituzionale, che tutti noi cercheremo di impedire al referendum con un NO.

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