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Contro il ddl sulla violenza sessuale. Governo Meloni, il nostro dissenso è contro di voi!

A ridosso del 25 novembre 2025 la Camera aveva approvato all’unanimità un provvedimento bipartisan (PD e Fratelli d’Italia) che interveniva sull’art. 609-bis e 609-ter del codice penale, introducendo il principio che l’assenza di “consenso libero e attuale” bastasse per l’accusa di violenza sessuale.

Questo provvedimento, un progresso nell’attuazione di direttive internazionali – a partire dalla Convenzione di Istanbul -, diciamolo: era anche un tentativo di partiti come il PD e Fratelli d’Italia di farsi belli sfruttando le date simboliche per le battaglie delle donne. Lo avevamo già visto lo scorso 8 marzo con la proposta di una legge di ergastolo per i femminicidi, volta alla punizione del singolo e non ad una reale prevenzione primaria.

L’iter del disegno di legge ha subito una – prevedibile – svolta netta con l’arrivo al Senato: il 27 gennaio la Commissione Giustizia ha approvato a maggioranza un nuovo testo proposto da Giulia Bongiorno (Lega), ennesima donna che in una posizione di potere sferra un attacco alle altre donne, in particolare a quelle non privilegiate che hanno pochi strumenti materiali o di sostegno per uscire da una situazione di violenza.

La proposta di Bongiorno rappresenta un grave arretramento nella tutela di donne e soggettività che subiscono violenza. Contro di essa si sono mobilitati centri antiviolenza, reti territoriali, realtà femminili e transfemministe, magistrate e avvocate. Cosa prevede questo testo?

1) La nuova formulazione elimina il concetto di “consenso libero e attuale” e introduce al suo posto quello di “dissenso” o di “volontà contraria” all’atto sessuale. In pratica, richiede una reazione da parte della persona che subisce violenza, anche nei casi in cui l’atto sia compiuto “a sorpresa” o approfittando dell’impossibilità della vittima di esprimere dissenso, come se in alcuni casi la violenza potesse essere evitata o prevista prima di subirla. Si ritorna così al prototipo di ruolo di “vittima perfetta”.

2) Nonostante si parli di un presunto “aumento delle pene”, la proposta di Bongiorno prevede in realtà sanzioni differenziate. Si ipotizza una reclusione tra i 4 e i 10 anni per gli atti sessuali contro la volontà della vittima, quando “non sono presenti violenza fisica, minacce, abuso di autorità o condizioni di inferiorità”, una pena in realtà inferiore a quella già vigente.

Inoltre, il testo risulta volutamente vago su fattispecie, aggravanti e criteri di applicazione delle pene. Inoltre, l’intervento del governo e delle istituzioni non incide sulle cause economiche, sociali e culturali della violenza di genere.

Sono queste le ragioni per cui molte donne – soprattutto le più vulnerabili – faticano a denunciare, che si sommano ad una generale sfiducia verso le istituzioni. Infatti, dagli ultimi dati ISTAT (2025) emerge che nonostante l’inasprimento delle pene per i reati sessuali nel corso degli anni, il numero di stupri e violenze non accenna a diminuire. Per esempio tra il 2014 e il 2025 le violenze subite dalle giovanissime (16-24 anni) sono aumentate, passando dal 28,4% al 37,6%.

3) La valutazione della volontà contraria terrà conto del contesto e della situazione, aumentando così il rischio di giudizi parziali e soggettivi, come dimostrato anche da casi già noti.

Un esempio eclatante è quello dello stupro di gruppo che coinvolge il figlio di Grillo, dove la dignità della ragazza che ha subito violenza è stata calpestata ulteriormente, e resa vittima una seconda volta all’interno dell’aula di tribunale e fuori, tramite i media. Esperienze simili scoraggiano sempre più donne dal denunciare e con la nuova formulazione è prevedibile che la situazione peggiori ancora.

Dunque il cambiamento del cosiddetto “Disegno di Legge Stupri” non è neutro: è un segnale che colpisce sia su un piano culturale che su uno concreto. L’introduzione del dissenso contribuisce a rafforzare un immaginario colpevolizzante nei confronti di chi subisce violenza, facendo ricadere la responsabilità ancora una volta su chi denuncia.

Il quadro è ancora più complicato se si considera che la maggior parte delle violenze sessuali avviene all’interno delle mura domestiche, dove manifestare un “dissenso chiaro e immediato” è a dir poco difficile, se non addirittura impossibile. Oltre al fatto che ci stiamo avvicinando pericolosamente al passato, quando nel matrimonio il consenso era scontato e permanente e in cui si poteva “cancellare” una violenza sessuale attraverso il matrimonio riparatore.

È evidente quindi che questo testo segna un ulteriore e significativo arretramento delle tutele e dei diritti delle donne e delle libere soggettività in questo Paese. In particolare per le donne delle nostre borgate che da decenni fanno già i conti con lo smantellamento delle conquiste delle lotte femminili, femministe e sociali del passato e il sistematico smantellamento dei servizi e delle tutele.

Vengono meno i consultori, luoghi fondamentali di prevenzione – anche contro la violenza di genere – liberi, accessibili e laici; osserviamo lo svuotamento del diritto all’aborto, soprattutto negli enti pubblici, e il progressivo definanziamento dei servizi di prevenzione della violenza, come i CAV – sempre meno numerosi – e che spesso sono legati a operazioni di pinkwashing di grandi soggetti privati. Sono totalmente insufficienti anche le case rifugio che, ad esempio nel Lazio, respingono in media ogni anno circa l’80 per cento delle donne per mancanza di posti disponibili.

A tutto questo si aggiunge lo smantellamento dei luoghi che dovrebbero garantire percorsi di emancipazione e liberazione, sia culturale sia sociale, come la scuola, i posti di lavoro e i luoghi di aggregazione nei quartieri, dove invece molestie e abusi sono all’ordine del giorno e non viene garantita alcuna tutela né uno spazio di crescita e consapevolezza per affrontare il tema, come per esempio con l’educazione alla sessualità e all’affettività che dovrebbe essere garantita in tutte le scuole e in tutti i quartieri.

Di tutto ciò è certamente responsabile il centrosinistra, che nei periodi in cui è stato al governo non ha fatto nulla per garantire questi servizi (e quelli che c’erano li ha quasi tutti privatizzati) e queste tutele. Non a caso si risveglia solo quando è all’opposizione, tentando interventi tardivi a ridosso di date simboliche. Allo stesso tempo, questo rappresenta l’ennesimo provvedimento durante il governo Meloni che, sin dall’insediamento, ha dichiarato guerra alle donne e ha peggiorato sistematicamente le loro condizioni.

Lo abbiamo visto con l’abolizione del reddito di cittadinanza, con l’aumento dell’IVA sui prodotti femminili e per l’infanzia, con i tagli alla prevenzione della violenza di genere a fronte di miliardi spesi in economia di guerra e a sostegno dello Stato genocida di Israele, con l’apertura dei consultori alle associazioni antiabortiste, con la proposta di legge regionale che vuole finanziare campagne culturali sulla natalità coinvolgendo le stesse realtà anti-scelta, con il ddl Valditara che impone il consenso informato e blinda ulteriormente le scuole.

E si potrebbe continuare ancora a lungo… Tutto questo avviene in un clima in cui gli spazi democratici, di conquista e di partecipazione politica ci vengono negati. Ci viene venduta come “sicurezza” la militarizzazione dei quartieri, soprattutto con la giustificazione che sia per proteggere noi donne.

Provvedimenti come il decreto Caivano, che nasce in risposta agli stupri, usa la violenza di genere per legittimare le zone rosse e la repressione del dissenso e delle mobilitazioni. Si trascura così la vera sicurezza, fatta di servizi, tutele e reti di sostegno collettivo per donne, giovani, persone queer e per chi vive in condizioni di precarietà.

La conferenza stampa, durante la votazione in Commissione Giustizia, è stata sicuramente una prima risposta necessaria – oltretutto con una risposta violenta da parte della polizia che ha impedito il corteo – e non ci possiamo fermare, né possiamo porre le nostre speranze nelle mani dello stesso centrosinistra che ha tradito le battaglie e le vittorie passate delle donne.

Con questo approccio attraverseremo le mobilitazioni cittadine e nazionali che ci saranno contro il testo di Giulia Bongiorno che vuole modificare la legge sulla violenza sessuale e daremo vita ad un nostro momento di approfondimento martedì 24 febbraio alle 18:30 con le avvocate Cristina Mazzoccoli e Federica Brancaccio.

Fino ad arrivare ad un 8 Marzo di “dissenso” verso governo Meloni, violenza, precarietà, guerra e genocidio in Palestina. Scrivici per avere il link meet per l’incontro del 24/02 o raggiungici al circolo di Pietralata (via Silvano 15) per seguirlo insieme!

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