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Scuola. Una discussione e divergenze a tutto campo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo alla discussione aperta dall’articolo di Marco Meotto sulla scuola e il docufilm “D’Istruzione pubblica”.

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Sono un compagno. Vi leggo assiduamente. Alle volte dissento come giusto e sacrosanto che sia. Alle volte apprezzo molto.

Insegno da tanti anni. Qualcosa di storia della scuola (un dottorato) l’ho letta. Sto nella RSU per la FLC nel mio IC.

E mi sento con molte difficoltà di appartenere comunque all’esperienza del Movimento di cooperazione educativa.

Premesso che la Scuola, con la S maiuscola, non esiste. 

Che le problematiche non sono tutte le stesse. Che l’infanzia non è il professionale, la primaria dove sto io è un’altra cosa rispetto al liceo e che le medie… 

Premesso che un contributo critico è sempre utile, anche quando proviene da un’area politico-culturale alla quale non si appartiene, o da persone che tendenzialmente si occupano di altro ma ci mettono tanta buona volontà, interesse e tempo, ci sono alcune cose che un po’ lasciano perplessi in generale dell’impianto del documento, nel dibattito che ne è emerso, nei contributi che lo difendono come quello di Marco Meotto.

La lista veramente sarebbe lunga. Ne menziono un paio.

Non c’è bisogno di risalire alle statistiche sull’abbandono scolastico o sul livello degli insegnamenti per alzare almeno il sopracciglio nei confronti di chi vorrebbe far partire da un momento specifico l’involuzione e arretramento e naufragio della scuola, un sistema molto complesso.

La legge sull’autonomia? 

Sbagliata, ma come si può dire che fino a quel momento le cose funzionavano da paura? 

Che i ragazzi uscivano formati e pronti, le ragazze altrettanto se non di più, che i professori, “severi ma giusti”, svolgevano il loro lavoro seguiti e apprezzati. 

Non capisco. Ma di che scuola parlate?

Dove l’avete mai vista questa scuola democratica e capace di assolvere al mandato costituzionale? 

Era piena di professori che forse, e dico forse (che mi piacerebbe avere sufficiente memoria per giudicare la loro preparazione oggi), avevano studiato a fondo la loro materia, ma che come oggi per la maggior parte si ritrovavano a fare quel lavoro perché non erano riusciti a rimanere all’università o a esplorare strade diverse. 

Spesso frustrati, incattiviti, non avevano nessuna o una scarsissima idea di come si giudicassero gli apprendimenti e agivano se non in malafede (spesso), sicuramente all’oscuro delle minime regole della docimologia. 

Non che oggi vada meglio da questo punto di vista. Che questo è il dato vero. Quanta poca strada in avanti abbiano fatto. 

Ma certo immaginare che quella degli anni Ottanta e Novanta sia stata un’epoca dorata alla quale tornare mi lascia esterrefatto. 

È esattamente la scuola della mia generazione e non mi farei riportare lì per tutto l’oro del mondo.

Non credo poi che ci si possa riferire addirittura a quella precedente, si sfiorerebbe il ridicolo considerato il volume di testi e contributi che l’hanno raccontata, quella scuola era autoritaria e classista e tale si caratterizzava il rapporto discente-docente ben oltre l’approvazione degli organi collegiali, come autoritaria era fino all’inverosimile anche per quanto riguardava il rapporto direttore-insegnante.

Non che le cose siano state risolte ma certo il tempo ha permesso l’instaurarsi di una dialettica almeno meno verticistica.

Su quali basi si afferma il contrario?

Ecco proprio non lo capisco. Il dibattito che permeava la sinistra negli anni Settanta tra chi rimpiangeva già allora la scuola precedente alla riforma del ’62 e chi tutto sommato la difendeva era proprio sulla difficoltà di tenere insieme massa e qualità. allargamento della frequentazione e raggiungimento di obiettivi che andavano ricalibrati. Un tema complesso che già allora divideva ma che andandolo a rileggere conteneva posizioni assai più sofisticate e profonde di quelle che ciclicamente sentiamo riemergere come in questo caso.

L’inclusione.

Ma come si fa a considerare un arretramento la legislazione, imperfetta, sicuramente piena di cortocircuiti e anche contraddizioni come quella originata dalla 511/77. A sua volta frutto di battaglie epocali di almeno dieci anni di lotte che appunto portarono in una combinazione quella si, virtuosa tra pezzi dell’accademia e docenti reali impegnati nella battaglia per la trasformazione della scuola nelle loro classi, a costruire una cornice unica.

Se il documentario irride le tipologie di disturbi che oggi conosciamo e rispetto ai quali cerchiamo di organizzare una personalizzazione didattica difficilissimi spesso impossibile e con mezzi ridicoli che sono il vero problema della scuola (ciò ci dovrebbe indignare), non lo so, ma certo l’articolo si pone in modo goffo, per non dire reazionario, quello sì, rispetto al tema. 

Ecco un piano di totale incompatibilità politica e umana. 

Se la scuola anti-neoliberale che desidera qualcuno fa a meno della convivenza nelle classi di tutte le differenze e le neurodivergenze, come nei sistemi totalitari cinesi o come in quelli super performativi americani, non è la mia scuola.

Si può aver letto Makarenko e preferirlo a Vygostkij, si può aver letto Schaffer e aver mille volte sostenuto il valore del socialismo dal volto umano, ma ci si trova al netto delle argomentazioni ideologiche appunto e dei maestri che ci si vuole dare, di fronte a una forma perversa di arretramento insostenibile.

Proprio chi vorrebbe smascherare il falso progressismo presentandosi più simile all’originale della copia, finisce per collocarsi addirittura più indietro del nostro avversario di classe proponendo svolte che neanche lui sarebbe oggi capace di concepire.

Proprio il tema dell’inclusione peraltro complica l’analisi e obbliga a ragionare su modelli che non sono per niente identici nelle centrali del capitalismo contemporaneo, come nelle periferie. E che sintetizzare con la formula “neoliberale” forse non aiuta molto bene a combattere.

Un ultimo accenno.

Sostenere che la lezione frontale (ancora!) sia oggi demonizzata è ridicolo. Da qualsiasi indagine venga svolta in qualsiasi grado scolastico si scelga emerge come anche al netto eventualmente di indicazioni diverse impartite dall’altro, che ci sia un ministro progressista o reazionario, essa è al centro indisturbata delle pratiche degli insegnanti. 

La cattedra ben posizionata sempre di fronte agli alunni, la lavagna sempre alle spalle dell’insegnante.

Il grado di penetrazione di didattiche alternative, limitatissimo.

Semmai molti di noi, in quanto comunisti, magari eterodossi, grandi lettori da sempre di Montaldi piuttosto che di Panzieri, di Negri ma con riserve, insieme a Marx e Gramsci (citato un po’ così, perdonatemi che il quaderno 12 ma più complessivamente i quaderni in generale tratteggiano un rapporto tra pedagogia e politica molto complesso ostile a Rousseau ma anche ai tradizionalisti), di Lombardo Radice figlio, di Santoni Rugiu e anche Bertoni Jovine, di De Mauro, consapevoli del valore della proposta del pedagogista francese Freinet, non possiamo che rammaricarci per come le trasformazioni sul piano didattico siano sempre rimaste marginali. 

E anche analizzare le ragioni di questa emarginazione che non può risiedere solo nella scarsa volontà dei colleghi di recepirle, ma anche sicuramente della nostra incapacità di veicolarle e condividerle.

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