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Quando si dà addosso agli anarchici, a prescindere

Una cosa sono i fatti accertati, altra cosa sono le ipotesi investigative, altra ancora è l’uso politico-mediatico di quelle ipotesi.

Se un’agenzia titola che due persone “costruivano una bomba”, mentre nel corpo della notizia si attribuisce ancora questa ricostruzione agli investigatori, siamo già dentro una torsione del racconto, perché non si informa soltanto, si orienta.

Quando il bersaglio designato sono ambienti anarchici o antagonisti, questa torsione diventa ancora più grave, perché si innesta su una lunga abitudine repressiva e criminalizzante.

Non è affatto secondario il clima politico e mediatico in cui questa vicenda viene raccontata; da molto tempo il potere ha ripreso a bersagliare i movimenti antagonisti e anarchici, trattandoli come serbatoio simbolico di ogni disordine, di ogni tensione sociale, di ogni frattura che attraversa il Paese.

In questo schema, l’anarchico torna utile non come soggetto da comprendere nella complessità dei conflitti reali, ma come figura pronta all’uso, come etichetta da agitare ogni volta che serve semplificare, colpire, insinuare paura.

Non si tratta di negare le indagini, né di assolvere per appartenenza, piuttosto si tratta di rifiutare un riflesso fin troppo noto, quello per cui, appena compare la parola “anarchico”, una parte del sistema politico-mediatico si sente autorizzata a colmare i vuoti, anticipare le conclusioni e consegnare all’opinione pubblica un colpevole già narrativamente confezionato.

È così che il potere costruisce i suoi mostri, non sempre inventando i fatti, ma spesso forzandone il significato, accelerandone la lettura, inserendoli dentro una sceneggiatura repressiva già pronta.

È il consueto meccanismo politico di criminalizzazione del dissenso.

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