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Se pure Mamdani spara accuse di antisemitismo

Sto ricevendo un sacco di richieste da giornalisti e persone di ogni tipo su quanto accaduto ieri. Quindi, vi sarei grata di concedermi una quindicina di minuti, o poco più, per rispondere a tutti voi.

Ieri sono andata a celebrare l’Iftar a casa di un amico e sono tornata a casa un po’ tardi. Non sapevo che mentre mi godevo la compagnia dei miei amici quella sera e ci aggiornavamo sulle ultime novità, a New York si stava preparando una tempesta che mi ha messo al centro di quello che sembra essere un attacco coordinato contro la first lady di New York City, Rama Duwaji.

La storia è andata più o meno così. Rama ha illustrato un saggio che ho scritto, e quindi deve essere un’antisemita semplicemente per questa vicinanza professionale a me, pur essendoci almeno tre gradi di separazione tra noi.

sindaco Mamdani ha poi tenuto una conferenza stampa in cui mi ha accusata usando aggettivi come “riprovevole” e ha spiegato accuratamente che Rama ed io non ci conosciamo, non ci siamo mai incontrate e non abbiamo avuto interazioni dirette o indirette. Purtroppo, quella era l’unica parte vera di quanto ha detto.

Quindi, voglio chiarire alcune cose per il signor Mamdani, per i suoi sostenitori e detrattori, per i giornalisti, per i miei lettori, per i miei amici e per il pubblico in generale.

Cominciamo quindi dal saggio stesso. In realtà non si tratta di un saggio. È un racconto breve e io non ne sono l’autrice. Il racconto si intitola A Trail of Soap (Una traccia di sapone). È stato scritto da Diana Islayh, una brillante giovane donna di Gaza che è sopravvissuta e continua a cercare di sopravvivere al genocidio di Israele e ai suoi incessanti tentativi di pulizia etnica dei palestinesi dalla loro patria.

Diana è una delle due dozzine di giovani che ho seguito durante gli otto laboratori di scrittura che ho tenuto a Gaza nel 2004, nel corso di due viaggi che ho fatto a Gaza nel bel mezzo delle incessanti campagne di bombardamenti di Israele volte a radere al suolo Gaza. Non è stato facile per questi giovani riunirsi per i laboratori, ma hanno trascorso ore camminando, in bicicletta o su carri trainati da asini per raggiungere i nostri luoghi di incontro per i laboratori di scrittura.

A volte, andare e tornare dai luoghi di incontro significava mettere a rischio la vita. E lo dico perché è importante, perché ci si chiede perché avrebbero rischiato la vita per partecipare a dei laboratori di scrittura.

Israele aveva ridotto le loro vite in macerie. Israele aveva ridotto i loro sogni e le loro ambizioni a mere ricerche quotidiane di sostentamento sufficiente. Israele aveva interrotto, forse persino smantellato, la loro psiche con un trauma indicibile. Li aveva privati delle dignità umane più elementari.

In effetti, il racconto in questione descrive nei dettagli la prima volta che Diana ha dovuto fare i conti con l’uso di un bagno pubblico condiviso da centinaia di donne che uscivano dalle loro tende e aspettavano in fila, aspettavano nella sporcizia, nella miseria, solo per usare un bagno al mattino.

Quindi questi giovani hanno sfidato pericoli che la maggior parte di noi non riesce nemmeno a immaginare solo per partecipare a laboratori di scrittura, perché era l’unico sfogo per l’esercizio intellettuale e l’espressione creativa. Sono venuti per ricordarsi del loro potenziale. Sono venuti per sentire che sono più che semplici creature in cerca di cibo, acqua e riparo. Che hanno un posto nel mondo. Che hanno una voce, un’importanza, qualcosa da offrire. Sono venuti per toccare con mano le vite che pensavano di poter ancora avere, anche se solo per poche ore.

È importante che sappiate questo della storia che Rama Duwaji ha illustrato, perché è stato un onore e un privilegio per me conoscere questi giovani, averne promosso, raccolto, tradotto e, insieme alla mia amica Huzama Habayeb, curato questa raccolta bilingue di 18 racconti di 18 persone bellissime e coraggiose che meritano di essere ascoltate, lette e protette.

Spero che anche Rama provi lo stesso onore e privilegio per averli incontrati. Il loro libro si intitola Every Moment is a Lif (Ogni attimo è una vita). Non ho… Avrei dovuto portarne una copia così avreste potuto vedere la copertina. Ma potete trovarlo. Si intitola Every Moment is a Life, Gaza in the Time of Genocide (Ogni attimo è una vita, Gaza al tempo del genocidio). E lasciate che mi prenda un momento per ringraziare i sionisti per questa piccola pubblicità al libro.

Ma, passando ad altro, voglio parlare di questa accusa di antisemitismo contro di me e anche della natura e dei requisiti del razzismo in generale. Tanto per cominciare, inizierò con la parola “semita”. A differenza degli ebrei ashkenaziti bianchi che mi attaccano, io sono una persona realmente semita. Il semitismo è solo un altro pezzo della nostra identità che ci hanno rubato. I sionisti ci hanno espropriato delle nostre case, del nostro patrimonio, della nostra terra, dei nostri cimiteri ancestrali, dei nostri frutteti, dei nostri manufatti, dei nostri libri, archivi, foto, risorse e di tantissimo altro ancora.

Indossano la nostra pelle, letteralmente, dalla loro famosa banca della pelle (**) che hanno creato con i corpi mutilati dei nostri martiri, e indossano la nostra pelle in senso figurato nelle storie autoctone di cui si sono appropriati, nel patrimonio culinario e sartoriale che questi colonizzatori ebrei europei suprematisti rivendicano come proprio.

Quindi, affronterò invece l’antigiudaismo e la natura del razzismo in generale, perché la caratteristica più fondamentale del razzismo, anzi, il prerequisito primario e forse unico per qualsiasi tipo di razzismo è un gradiente di potere. È un differenza di potere che facilita il trasferimento di abuso e oppressione da chi ha potere a chi non ce l’ha. Pertanto, il razzismo è unidirezionale. Può provenire solo da chi detiene il potere.

La sfiducia o l’odio, anche se manifestati in senso inverso, sono tutt’altra cosa. Sono la reazione più naturale agli abusi, all’oppressione e alla violenza sistematici e prolungati da parte di chi si ritiene superiore, migliore, favorito da Dio e così via.

Ad esempio, il cecchino che ha sparato a Noor, la figlia di tre anni della mia amica Jihan, frantumandole entrambe le gambette tra le braccia di sua madre a Gaza, è un mostro odioso e razzista. So che questa sia una delle cose per cui sono stata criticata, ma, francamente, lo ribadisco con forza.

Ma la rabbia, il disgusto, persino l’odio che Jihan o io proviamo per quel cecchino non è razzismo. Non è antigiudaismo. Non è antisemitismo. Né lo sono i suoi sentimenti verso il soldato del carro armato che ha fatto esplodere la nuca di suo figlio Arhab, facendo sì che le dita della madre affondassero nel suo cervello quando ha cercato di prenderlo fra le braccia.

I nostri sentimenti o le nostre parole in risposta a 78 anni di questa barbarica violenza coloniale non sono riprovevoli. Non sono antisemiti e non sono anti-ebraici. Infatti, nonostante tutto ciò che ci hanno fatto, nonostante che la stragrande maggioranza degli ebrei, sia all’interno che all’esterno di Israele, sostenga questa carneficina e questa sopraffazione sionista, abbiamo ancora la sensibilità umana di riconoscere quegli ebrei, per quanto minoritari possano essere, che non sostengono Israele e di accogliere la minoranza ancora più esigua di coloro che sono antisionisti.

Di fatto, persone come Ilan Pappé, Richard Falk, Mark Perlmutter, Aaron Maté, Katie Halper, Max Blumenthal, Naturei Karta, quegli ebrei che dedicano le loro competenze e il loro impegno a smascherare la criminalità sionista e la supremazia ebraica. Abbiamo mantenuto la nostra umanità nonostante la violenza incessante e a più livelli contro di noi.

I sentimenti di dolore, rabbia, disprezzo o odio, uniti all’impotenza di porre fine alla sofferenza, sono ciò che in arabo chiamiamo in arabo (….) È una reazione a quel tipo di razzismo violento che non si ha il potere di alterare o alleviare in modo significativo. È importante che lei capisca la differenza, signor Mamdani.

Israele, e per estensione gli israeliani che, come ci viene costantemente ripetuto, sono l’unica democrazia della regione, hanno distrutto, frantumato e derubato la mia famiglia di tutto. Hanno fatto lo stesso con ogni famiglia palestinese, ovunque si trovi su questo pianeta. Hanno commesso un genocidio sotto gli occhi del mondo, in tutta la sua crudezza e il suo orrore, il suo terrore apocalittico, la sua ferita generazionale e il suo danno morale a tutta l’umanità.

Nessuna parola può rendere adeguatamente l’idea del male a cui ho assistito o che ho subito per mano loro. Non ho parole sufficienti per descrivere ciò che ci hanno fatto, che odore ha Gaza, come ci si vive e come appare da vicino adesso.

Ma è il tipo di conoscenza che cambia la vita e ti fa capire che il minimo che si possa fare è dire al potere la verità. Avere il coraggio delle proprie convinzioni, esercitare il privilegio di avere una voce, per quanto smorzata o oscurata possa essere, parlare con forza per coloro che sono indifesi contro la violenza odiosa dello Stato coloniale.

Questo è tutto il potere che ho, e continuerò a usarlo finché avrò respiro. Non ho il potere di cambiare materialmente la nostra condizione né tantomeno di danneggiare i nostri aguzzini. Ma loro hanno quel potere e lo usano quotidianamente contro tutti noi.

Nel mio caso, ciò ha significato che io e la mia famiglia, oltre ad essere stati espropriati ed esiliati dalla nostra patria, siamo stati licenziati dai nostri lavori, cancellati, emarginati, esclusi e in altri modi privati dei nostri mezzi di sussistenza. Hanno usato il loro potere per persuadere politici di spicco a denigrarmi pubblicamente.

Lei non è il primo, signor Mamdani: sionisti, miliardari, il premier dell’Australia Meridionale, uno dei miei stessi editori stranieri, giornalisti, il presidente dell’Open University e i membri del consiglio di amministrazione, e molte altre persone potenti l’hanno preceduta nell’attaccarmi per aver osato non usare mezzi termini o autocensurarmi quando parlo delle forze demoniache che hanno devastato i nostri corpi, le nostre vite, i nostri figli, il nostro stesso posto nel mondo.

Ma lei è l’unico che mi ha costretto a rispondere in questo modo.

Nessuno ha il diritto di criticare ciò che diciamo o come descriviamo coloro che hanno istituito campi di tortura sessuale come Sde Teiman, dove oltre 10.000 palestinesi rapiti dalle loro case a Gaza vengono affamati, picchiati, violentati, mutilati e torturati mentre parlo.

Nessuno può dirmi come dovrei parlare delle persone che hanno costretto la mia orgogliosa nonna a vivere in una baracca infestata di insetti, affinché ebrei stranieri potessero vivere nella sua casa di Gerusalemme.

Nessuno mi dirà cosa dire degli israeliani che hanno messo in musica la nostra angoscia e hanno creato un genere di tendenza su TikTok con i corpi mutilati dei nostri bambini.

Per cui, signor Mamdani, mi ha deluso sentire ciò che ha detto, ma la verità è che non sono arrabbiata con lei e, stranamente, non la prendo sul personale. Non ho avuto la stessa reazione istintiva che hanno avuto altri nel condannarla. Il mio impulso principale è stato quello di correggere e istruire. In questo spirito e nella tradizione consolidata delle zie arabe o musulmane che offrono consigli non richiesti, vorrei incoraggiarla a fare quanto segue.

Numero uno: quando sente la pressione di persone potenti che le chiedono di condannare qualcuno o qualcosa, si fermi un attimo e raccolga informazioni in modo da potersi fare un quadro completo sulla base del quale prendere poi una decisione morale. Non una decisione politicamente opportuna o conveniente, ma una decisione morale ed etica. Perché in definitiva è questo che i newyorkesi hanno visto in lei quando lo hanno eletto contro ogni previsione per guidarli.

Numero due: nel prendere una decisione del genere, sia sempre consapevole delle dinamiche di potere e cerchi di non condannare mai chi non ha potere o ne ha meno, come reazione alle pressioni di chi detiene un potere enorme, chi ha accesso alla ricchezza, all’influenza dei media, a posizioni politiche e così via.

Le offro queste parole nello spirito di questo mese santo che sta volgendo al termine. E gliele offro da una ferita palestinese, personale e collettiva, che si allarga ad ogni nuovo assalto, ad ogni momento di violenza, negazione, emarginazione, demonizzazione, denigrazione, sminuimento, umiliazione, furto, appropriazione, smembramento, trauma e spoliazione riversati su di noi ogni giorno di ogni anno in un modo o nell’altro.

Infine, e a parte, voglio congratularmi con lei per il lavoro svolto e che continua a portare avanti per le famiglie lavoratrici di New York. Ho osservato con ammirazione come ha messo in evidenza il ruolo dei lavoratori municipali come eroi di ogni tempesta di neve. Come ha ripensato l’assistenza all’infanzia come un diritto per ogni famiglia che lavora e come una responsabilità sociale per tutti. Queste sono cose degne di rispetto e ammirazione. Ma nel caso che mi riguarda, lei ha sbagliato.

Ha ceduto alle forze che cercano di indebolirla, di denigrare la sua talentuosa e bellissima moglie e il suo lavoro, affondando sempre di più i loro artigli ad ogni sua scusa o concessione. Se non sta attento, le svuoteranno l’anima prima ancora che se ne renda conto.

Le auguro ogni bene, signor Mamdani.

Se lei o Rama siete lettori di romanzi, in particolare di romanzi storici, mi piacerebbe inviarvi una pila dei miei libri perché la letteratura, l’arte, la musica, sono i paesaggi più profondi in cui gli esseri umani possono incontrarsi al di là dei confini geografici, generazionali, linguistici, razziali e culturali.

E lasciatemi concludere questo sincero messaggio con l’augurio di gloria ai nostri martiri e di vittoria a ogni nazione, a ogni individuo ovunque oggi si combatta contro la tirannia della classe degli Epstein.

* Susan Abulhawa è una scienziata, scrittrice e attivista palestinese-americana. Ha scritto i romanzi “Mornings in Jenin”, “The Blue Between Sky and Water”(2015) e “Against the Loveless World” (2020). Attivista per i diritti umani e per i diritti degli animali, ha fondato l’organizzazione per l’infanzia Playgrounds for Palestine.

Traduzione a cura di: Leila Buongiorno – da Invicta Palestina

 ** Israele ha istituito alcune banche della pelle, tra cui spicca l’Israel National Skin Bank (INSB), fondata nel 1986 congiuntamente dal Corpo medico delle Forze di difesa israeliane (IDF) e dal Ministero della Salute. Lo scopo principale dell’INSB è quello di fornire pelle proveniente da cadaveri per il trattamento delle vittime di gravi ustioni, in particolare quelle causate da conflitti bellici o da incidenti con un elevato numero di vittime.

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