In queste settimane è uscito, per le edizioni Ombre Corte, un interessante volume di Martina Locorotondo che, a buon diritto, può essere considerata come una componente della nuova intellettualità critica metropolitana.
Il titolo del lavoro è: “Corpi urbani contesi” e attraverso la storia dell’esperienza dei beni comuni napoletani si sviluppa il filo conduttore della “contesa” sui luoghi abbandonati, sul patrimonio comunale, sulle nuove soggettività urbane tutti scenari su cui torneremo più avanti alternando la sintetica descrizione dei contenuti del libro con alcune riflessioni dello scrivente scaturite da stimoli ricevuti durante la lettura del testo che si apre con dei ringraziamenti dell’Autrice alle numerose persone che hanno dato un contributo alla ricerca che, quindi, sotto certi aspetti, è quasi la sintesi di un lavoro collettivo.
Il volume, corredato anche da una ricca bibliografia, si suddivide in due parti, entrambe di tre capitoli: la prima parte ha un approccio ricostruttivo dove si fa una rapida rassegna storico-critica dei vari tentativi, in parte riusciti, di mettere le “mani sulla città” sin dai tempi del Risanamento ottocentesco; la seconda parte giunge ai nostri giorni, alle soglie e al primo avvio della giunta Manfredi.
Lo sfondo territoriale è costituito soprattutto da una parte della città, quella del centro storico, ossia quei quartieri maggiormente coinvolti dall’ overturism e dai fenomeni ad esso collegati.
La narrazione è agevole perché lo stile non è monocorde: si passa da pagine autobiografiche, a interviste e chiacchierate con vari abitanti degli “spazi liberati”, al racconto delle attività mutualistiche che vi vengono svolte, a commenti e valutazioni politiche più generali sulla teoria dei beni comuni e il neo-municipalismo.
In sintesi, si adopera, in maniera sapiente, lo strumentario e la metodologia della ricerca sul campo tipica dell’etnografia e, per noi attivisti, diventa un utile lavoro d’inchiesta per contribuire a fare un bilancio politico di esperienze che hanno caratterizzato parte significativa dell’attività delle due giunte De Magistris.
I contenuti del lavoro
Ciò che emerge da “Corpi urbani contesi” è un’umanità precaria che trova in luoghi come lo Scugnizzo Liberato (ex-carcere minorile) Santa Fede Liberata (ex-convento) il Giardino Liberato (anch’esso ex-convento) l’ex-OPG (già Ospedale Psichiatrico Giudiziario) o l’ex-Asilo Filangieri elementi di ricostruzione di un tessuto sociale dapprima distrutto con la scomparsa dell’economia del vicolo e oggi sempre più minacciato da fenomeni come quelli della gentrificazione, della foodficatione delle ricadute negative sul diritto all’abitare della “città turistica”.
L’interlocuzione con figure sociali che frequentano assiduamente alcuni spazi – come quella dello check-iner (gli incaricati dell’accoglienza dei turisti nei B & B) o le accompagnatrici turistiche dei free tour (una sorta di sottoguide turistiche ancora più precarie di quelle ufficiali) – delinea il modello di sviluppo della città de-industrializzata post-fordista.
Su queste nuove soggettività urbane si svolge uno dei momenti della contesa/contraddizione perché, come osserva una delle intervistate: “Vivo grazie al turismo ma proprio per il turismo non riesco a vivere dentro la città. – Da un lato, è grazie ai turisti se posso mangiare, dall’altro, non ho una casa per colpa del turismo”[1]
Questo è, forse, uno dei punti più stimolanti della ricerca perché la città turistica non provoca cambiamenti solo nel blocco sociale dove, oggettivamente, ci sono i “nostri” ma genera trasformazioni anche in altri strati sociali come i “padroni di casa” che da percettori del fitto mensile diventano piccoli imprenditori titolari di B & B e case vacanza.
Questi strati, socialmente collocabili nella piccola borghesia agiata o, in altri casi, nella media borghesia, oggi sono in cerca di nuove rappresentanze politiche e sono difensori, insieme ai titolari di bar, ristoranti e pizzerie, della città turistica[2], con essi, pur non essendo equiparabili alle multinazionali del settore, non possono essere meccanicisticamente sviluppate alleanze ma si può e si deve evitare un rapporto di mera contrapposizione soprattutto ora che uno dei frutti dell’abbandono del patrimonio pubblico ha portato, attraverso passaggi attuativi del “Pacco” per Napoli (l’accordo sottoscritto tra l’allora Presidente del Consiglio Mario Draghi e l’attuale Sindaco Manfredi del marzo 2022) allo sbarco dei fondi immobiliari in città aperto dall’INVIMIT SGR SPA (Società di Gestione del Risparmio il cui capitale sociale è interamente detenuto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze).
E qui veniamo agli altri due scenari della “contesa” (luoghi abbandonati e patrimonio comunale).
La maggior parte degli spazi liberati sono il risultato della sottrazione degli stessi a progetti di “rigenerazione urbana” che avrebbero avuto il loro presupposto proprio nell’abbandono e nel degrado di questi luoghi, infatti – osserva la Locorotondo – “l’abbandono urbano è condizione preliminare per la produzione di spazi “gentrificabili” (omissis) per cui “il divario tra il basso valore di una proprietà in stato di degrado e il suo valore potenziale una volta riqualificata che rende possibile la speculazione immobiliare”.[3]
Queste considerazioni si intrecciano con altre provenienti da studi di tipo urbanistico che, attraverso l’analisi di casi di studio, raggiungono conclusioni molto simili in quanto è stato osservato che “l’apparentemente paradossale dinamica attraverso la quale generare valore non è la produzione dello spazio in senso stretto o il realizzarsi dell’effettivo cambio di destinazione, ma la non produzione e lo stallo prolungato nel tempo”[4]
Esempi di questo abbandono prolungato – qui un’altra considerazione “provocata” dal libro – si trovano sia nel centro storico che fuori di esso: nel primo caso, ci riferiamo alla Galleria Principe di Napoli, nel secondo al quartiere deindustrializzato di Bagnoli nella periferia occidentale della città.
La Galleria Principe di Napoli è un edificio di alto valore storico-artistico e fa parte degli immobili conferiti dal Comune al fondo immobiliare chiuso gestito dall’INVIMIT, al suo interno ci sono due spazi autogestiti (Civico 7 Liberato e GalleryArt) che non fanno parte degli spazi riconosciuti dalle delibere comunali [5] ma che sono altrettanto vivi e con analoga funzione aggregante: l’edificio è da mesi ingabbiato da impalcature tubolari ma non c’è un solo operaio al lavoro.
L’altro caso, quello di Bagnoli, il quartiere dell’ex-Italsider, che oggi ha l’onore delle cronache per il prossimo svolgimento dell’America’s Cup: qui, per decenni, non è mai partita un’effettiva bonifica – quantunque siano già state spese considerevoli risorse pubbliche –ma oggi si è passati in fretta e furia ad una presunta “messa in sicurezza” del territorio inquinato perché c’è l’occasione/pretesto del grande evento internazionale.
In entrambi i casi, quindi, il presupposto della “rigenerazione” è quello che nel volume della Locorotondo abbiamo visto che è stato definito l’“abbandono urbano”:
per la Galleria Principe, ci troviamo di fronte ad una classica conseguenza della finanziarizzazione del patrimonio pubblico dove i tempi lunghi della valorizzazione non sono casuali perché, in questo caso come in altri, “la rendita non è legata ad una trasformazione fisica, ma viene definita dal cambiamento della destinazione d’uso dell’immobile e dalle operazioni finanziarie degli attori coinvolti. Con il procrastinarsi della sua reale ri-funzionalizzazione, il valore che l’immobile acquisisce continua ad essere rappresentato dal solo ricavo atteso”[6];
per Bagnoli, occorre evidenziare come ciò che viene affermato da alcuni anche in buona fede (“finalmente si fa qualcosa dopo 30 anni di immobilismo”) è funzionale al tipo di intervento odierno che col pretesto del grande evento rinuncia ad un intervento che metta al centro la salute dei cittadini rispetto alla pericolosità degli scarti industriali tossici accumulatisi nell’arco di decenni, mira ad espellere abitanti della zona, a restringere i confini del parco urbano previsto dal piano regolatore per nuove colate di cemento e a non ripristinare la linea di costa per dare finalmente alla cittadinanza un vera spiaggia pubblica effettivamente balneabile.
In altri termini, se non fosse capitata l’America’s Cup si sarebbe continuato nella situazione di sostanziale stallo finché non si fossero create le condizioni per un intervento che, comunque, sarebbe stato molto simile all’attuale perché le esigenze del capitale sarebbero state sempre le stesse (porto turistico, aumento delle cubature, eccetera).
Il volume della Locorotondo, come accennato in precedenza, si ferma al passaggio dalle due Amministrazioni De Magistris (2011-2021) al primo avvio dell’attuale giunta di “campo largo” di Manfredi che, in realtà, sulle questioni di fondo (ad esempio, su Bagnoli e il “Pacco” per Napoli) è un “campo larghissimo” perché include anche l’“opposizione” di centro-destra.
Quindi, per questioni relative all’arco temporale coperto, nel lavoro in commento, si può soltanto accennare ai riflessi dei fenomeni di finanziarizzazione sul patrimonio conteso che, di recente, ha visto l’approvazione consiliare di “Napoli Patrimonio” la nuova Società Partecipata indiretta del Comune che, tra i suoi compiti, avrà, non a caso, quello di essere di supporto al già richiamato fondo comparto Napoli gestito dall’INVIMIT e su cui Reti cittadine come quella di “Riprendiamoci la città-Napoli non si vende”, quella “No box-Diritto alla città” e quella “SET-Campagna Resta Abitante”, insieme ad un vasto arco di forze costituito da Associazioni, docenti di discipline giuridiche, formazioni della sinistra di classe e del sindacalismo conflittuale stanno da mesi conducendo una forte battaglia di opposizione con presidi, volantinaggi, audizioni presso commissioni consiliari e, in questi giorni, con l’invio di corpose osservazioni alla Sezione Regionale di controllo della Corte dei conti campana.
Conclusioni (anch’esse… “precarie”).
In maniera coerente con le figure sociali rappresentate nel testo, concludiamo in maniera “precaria” perché provvisoria: in definitiva, possiamo definire il testo della Locorotondo come un “work in progress”su cui occorre continuare l’approfondimento sia in termini scientifici che politici e sia nel contesto nazionale che internazionale soprattutto per l’ambito europeo (si pensi alla quasi coeva esperienza di Barcelona en Comù che pure fa capolino nel testo).
Questo approfondimento è necessario anche in relazione alla prossima tornata di elezioni amministrative che vedrà coinvolto, tra gli altri, il Comune di Napoli e che, ad avviso di chi scrive, dovrà essere affrontata senza l’ottica socialdemocratica della ricerca dell’“Amministrazione amica”- che ha portato a cambi di casacca di consiglieri comunali e realtà di Movimento – e senza la costruzione di formazioni ad hoc che compaiono o scompaiono in relazione al risultato elettorale.
L’approccio che, complessivamente, si segue nel libro rispetto alla teoria dei beni comuni è ampiamente condivisibile e può essere un importante elemento di convergenza politico-programmatica in quanto si è coscienti che si tratta di una teoria politica che ha pure dei “limiti” e “si è prestata anche ad appropriazioni compatibili con una visione liberal-capitalista della società”,[7] così come un orientamento neo-municipalista di un’Amministrazione, aggiungiamo, oltre a fare i conti con la diversa fase che attraversiamo, non va confuso con una sorta di versione di sinistra del “Partito dei Sindaci” cheè cosa ben diversa e di cui non sono mancate forme di degenerazione nell’esperienza dell’era De Magistris seguita da chi scrive con interesse e passione e non da semplice spettatore.
È chiaro che la lettura è utile e, quindi, consigliata anche rispetto all’attuale fase politica dove c’è un governo di destra che, con quanto accaduto a Milano con il Leoncavallo e a Torino con Askatasuna,ha dimostrato una forte ostilità verso gli spazi liberati; a livello locale, non sono mancati momenti di ostilità soprattutto con quegli spazi che non sono rientrati nelle citate delibere comunali di riconoscimento come beni comuni per cui c’è stato uno spazio storico di aggregazione e organizzazione dei disoccupati organizzai di Banchi Nuovi che oggi non esiste più, il Gridas di Secondigliano sotto sgombero, il Carlo Giuliani, altro spazio sociale nato dal Movimento di lotta dei disoccupati, imbrigliato in una intrigata regolarizzazione o le tensioni creatisi col Centro Sociale Officina 99 uno degli spazi antecedenti all’era De Magistris.
Per gli spazi riconosciuti, invece,è in atto, da parte dell’attuale Giunta, più che un attacco frontale un tentativo di normalizzazione degli stessi con l’intenzione di “redigere in tempi brevi un “Regolamento per un’amministrazione condivisa” che prevederebbe di affiancare agli attuali usi civici, i patti di collaborazione”[8] con la finalità (non apertamente confessata ma ben intuibile dagli indirizzi politici di tipo liberista dell’attuale Giunta) di affidare porzioni della città pubblica al privato sociale (già fatto, seppure su un piano diverso, con Piazza Garibaldi).
L’auspicio, ovviamente, è che la Rete dei Beni Comuni anche attraverso il rilancio del confronto e della riflessione su queste esperienze si saldi di più e meglio con le diverse realtà sociali e territoriali per mettere a punto un organico disegno di un’altra città contrapposto alla città finanziarizzata e dei poteri forti rappresentata dall’attuale Giunta Manfredi.
[1] M. Locorotondo op. cit. pag. 135
[2] Un esempio di ricerca di forme di rappresentanza politica da parte di questi strati c’è data dall’eterogenea aggregazione di “Autonomia Napolitana” una formazione identitaria di recente costituzione in cui coesistono tendenze neo-borboniche, populiste e autonomiste che ha richiesto e fatto un’iniziativa pubblica di confronto con l’ex-Sindaco De Magistris.
[3] M. Locorotondo op. cit. pag. 61
[4] Cfr. “La rendita urbana come prodotto finanziario: la valorizzazione dell’ex-Zecca dello Stato” in “Rendita urbana e redistribuzione” a cura di M. Baioni, G. Caudo, N. Vazzoler. – NU3 maggio 2019 pag. 59.
[5] Cfr. delibere n. 7/2015 e n. 446/2016 con cui il Comune di Napoli ha riconosciuto otto spazi liberati come beni comuni.
[6] Cfr. “La rendita immobiliare come prodotto finanziario: la valorizzazione dell’ex- Zecca dello Stato” in op. cit. pag. 65
[7] Cfr. Locorotondo op. cit. pag. 23
[8] Locorotondo op. cit. pag.118
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Francesco Maranta
La recensione di Rosario Marra mette in luce con chiarezza e sensibilità come siano gli individui a dare vita alla città contesa: abitanti, operatori turistici precari e membri di spazi autogestiti non sono pedine passive, ma soggetti attivi che plasmano relazioni e pratiche sociali. Luoghi come lo Scugnizzo Liberato o l’ex-OPG diventano spazi di resistenza e creatività, dove la precarietà convive con l’iniziativa collettiva. Complimenti a Marra per aver reso evidente il ruolo centrale delle persone nella contesa urbana e per la capacità di coniugare rigore critico e sensibilità verso le vite concrete.
Fabio Corcione
Sono fermamente convinto del lavoro svolto da Rosario Marra, di indagine e partecipazione, mai come oggi è centrale nel dibattito urbano di tutte le realtà cittadine ed extra-cittadine messe sotto attacco dall’attuale governo, che vorrebbe soffocare ogni tipo di dissenso, oggi gli spazi popolari occupati sono forma più complessa di resistenza oggi uno spazio sociale rappresenta: l’autogestione e l’organizzazione popolare in tutte le sue forme orientate al bene comune, la condivisione e la sua capacità di aggregazione essi non solo hanno la sfida di colmare il grande vuoto che le istituzioni, in preda alle privatizzazioni, hanno lasciato, ma tali realtà hanno il potere di due chiavi di lettura nella visione collettiva. Quella reale di valorizzazione del potere intrinseco non quantificabile in termini anti capitalistici ma recepito in senso sociale come organo risolutivo alle svariate esigenze territoriali e quindi apprezzate dalla cittadinanza e riconosciute dalle istituzioni locali; oppure sono disprezzate e criminalizzate da quella parte antisociale che valorizza il valore immobiliare per interessi multinazionali e speculativi di copertura e preservazione, per reggere il valore di quotazione di azionisti residenti in altra parte del mondo che dipendono dal surplus del dollaro in tutti i pacchetti azionari come garanzia ad argine di eventuali bolle finanziarie, vendono e comprano in giro per il mondo interi comparti abitati e produttivi, condividendo con chi ne detiene le veci di queste S.p.a. soggetti che hanno ruoli politici ben connotati alla cittadinanza il falso mito di rendere produttivi e redditizi: ruderi, unità immobiliari e zone residenziali, poli industriali in disuso potenzialmente riconvertibili con i soldi pubblici provenienti da fondi dirottati da altro quindi tolti dai contribuenti e se termializzati abbandonati a sé stessi dopo la vendita delle quote al primo offerente a prezzi rialzati. E chi s’è visto s’è visto: un nuovo ecomostro, o un vergine in disuso edificio pronto per essere a questo punto o demolito o occupato dalla popolazione del posto. Due visioni in battaglia da un lato una esigente necessità governata dal desiderio di giustizia sociale e dall’altro apparati affaristici che verticisticamente si nascondo dietro la legalità formale.
juleBykiarr
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