Nelle ultime settimane, alcune immagini che ci arrivano dall’Iran sembrano mostrare una realtà molto più articolata rispetto alle – strumentali – semplificazioni che la politica e i media mainstream ci hanno proposto negli ultimi mesi e anni. Sono di alcuni giorni fa, ad esempio, le immagini di migliaia di donne scese in piazza a Teheran, sotto l’ambasciata statunitense.
Donne che imbracciavano armi e mostravano riproduzioni di missili, con un chiaro messaggio per il governo statunitense e verso Israele: sono pronte a sacrificarsi – la marcia è stata infatti ribattezzata delle “sacrificed girls” – e a difendere il proprio popolo dalle aggressioni e ingerenze dell’imperialismo occidentale che stanno continuando a devastare il paese.
L’opposizione iraniana a USA e Israele è quindi sempre più sotto gli occhi di tutti: non solo guardando all’andamento dei tentativi di stipulare gli accordi di pace – fra le frustrazioni di Trump e le tribolazioni sullo stretto di Hormuz – ma anche a giudicare dal protagonismo diretto delle e degli iraniani alle manifestazioni in difesa delle proprie infrastrutture dagli attacchi israeliani e statunitensi e di rifiuto verso gli ennesimi tentativi di messa in discussione della sovranità del proprio popolo.
Da alcune interviste sentiamo diverse voci, tra cui anche chi dice: “ci possono essere critiche e opposizioni, ma non c’è una persona onesta e con coscienza che possa dire di supportare gli Stati Uniti che uccidono civili e bambini”.
Ma in questo contesto risultano particolarmente emblematiche le immagini delle manifestazioni delle donne, in una veste che ha poco a che vedere con la classica rappresentazione delle iraniane, per lo più narrate come succubi della loro religione e dell’uso del velo. Al contrario, quelle immagini sotto all’ambasciata americana di Teheran ci parlano di un protagonismo femminile – che di certo non è nuovo nel paese, mentre ai nostri occhi probabilmente sì – non solo nel ricordare le vittime degli attacchi ma anche nell’incoraggiare l’attivazione e la resistenza a difesa della propria autodeterminazione.

Un protagonismo che riguarda una parte reale della società iraniana e che è espresso in molti casi da donne col velo, fattore che sembra ulteriormente rafforzare, dal punto di vista visivo, il sentimento di rifiuto delle ingerenze occidentali e dei suoi canoni.
E che i media nostrani sono stati bene attenti a non mostrare. Immagini, tra l’altro, che riportano alla memoria – nonostante l’evidente impossibilità di operare paragoni tra i diversi contesti – ad altre esperienze, a partire dalla resistenza algerina contro la dominazione francese, quando l’utilizzo del velo era diventato esso stesso uno strumento di resistenza culturale e rifiuto di subordinazione ai meccanismi coloniali.
Questa manifestazione delle donne iraniane, seppur molto partecipata, non ha avuto però particolare eco, né sulle reti di informazione mainstream – fatta eccezione per le foto riportate da ANSA – né all’interno di altri circuiti. Ricordiamo ancora il caso mediatico sollevato da Masha Amini e da altri episodi simili in cui ragazze iraniane sono state arrestate dalla polizia religiosa per mancata osservanza della legge sull’uso del velo.
Così come, giustamente, enorme risonanza hanno avuto per settimane le manifestazioni di gennaio per reclamare migliori condizioni di vita e diritti. Al contrario, in questa occasione colpisce l’assenza di diffusione e la differenza di trattamento fra le notizie.
E la mancata restituzione non è certamente da imputare alla mancanza di strumenti quanto, con tutta evidenza, alla volontà di mantenere in piedi quelle narrazioni che da anni vengono sostenute in nome degli interessi dei paesi occidentali, soprattutto in questa fase complicata della guerra che vede gli USA in evidente difficoltà.
È fondamentale, infatti, non intaccare quella “vecchia storia” dell’esportazione della democrazia – o della “liberazione” delle donne dal velo – che da decenni giustifica guerre e aggressioni militari, dall’Afghanistan all’Iraq, che legittima l’occupazione sionista della Palestina e gli attacchi al Libano e che, più di recente, motiva l’interventismo in Venezuela e a Cuba, con il sostegno delle cosiddette “democrazie” europee.
Ma, soprattutto, per i governi e i mass media occidentali è necessario continuare a sostenere quella semplificatoria e tranquillizzante “guerra di civiltà” per cui c’è un noi e un loro, dove – come in molti film western – ovviamente i buoni e le buone siamo noi.
In effetti, un contributo non indifferente nella costruzione di questa narrazione è anche quello apportato da alcune frange del femminismo occidentale di stampo liberale, che da sempre rivendicano una superiorità in termini di avanzamento nella conquista di diritti e libertà.
Fin dai suoi albori infatti il femminismo borghese – che nulla ha a che fare con esperienze più radicali e conflittuali – ha avallato (consapevolmente o meno) la distinzione tra le donne bianche, occidentali, “emancipate” e “libere” rispetto a quelle vittimizzate e considerate come oppresse nei paesi di quello che oggi definiamo il Sud globale.
Una lettura che ha portato ai tentativi di “esportazione”, innanzitutto, dei canoni occidentali e di quelle idee fortemente legate al proprio contesto, che sono poi diventate la misura della liberazione femminile, della conquista di diritti e della “giustezza” dello stile di vita di tutte le altre donne nel mondo.
E ciò è avvenuto soprattutto in coincidenza delle fasi di espansione coloniale e nel tentativo di oppressione e compatibilizzazione dei popoli colonizzati sulla base di parametri euro- e occidentalo-centrici. La storia coloniale di molti paesi ne è testimone.

In quest’ottica, la lettura proposta da questo tipo di femminismo ha contribuito ad alimentare l’idea di legittimità degli interventi e delle ingerenze nelle aree solitamente considerate “sottosviluppate” o “retrograde”, ponendosi in diretta continuità con i progetti colonialisti e imperialisti. Non è, quindi, un caso se lo stesso termine “femminista” venga visto ancora oggi da molte donne dei paesi del Sud globale come qualcosa di lontano e contraddittorio, in quanto legato in qualche forma all’oppressione coloniale subita.
Tornando a oggi, l’eredità di queste esperienze si è tradotta in quel femminismo liberale che, strumentalizzando le conquiste precedenti, acclama le donne al potere in nome dell’empowerment e ne supporta perfino le politiche antisociali, razziste e militariste, in nome della loro appartenenza di genere o del loro orientamento sessuale – vedi la tedesca Alice Weidel di AfD.
Una tendenza che abbiamo visto spesso nel centrosinistra ma che oggi trova sempre più spazio anche a destra, di pari passo con la diffusione in Europa di idee e pratiche reazionarie, nel cosiddetto femonazionalismo.
E se ciò è stato possibile è anche perché quel femminismo liberale ha escluso strumentalmente dai ragionamenti una prospettiva più ampia che tenesse dentro le dinamiche connesse alla condizione materiale, al contesto sociale e culturale, alla razzializzazione della società, al quadro internazionale e ai processi imperialisti e colonialisti.
Continuando a sostenere, al contrario, una tendenza all’essenzialismo che implica la superiorità della dimensione di genere rispetto ad altre contraddizioni, sempre e comunque. Un fattore che ha posto dei limiti intrinseci alle potenzialità delle battaglie di liberazione femminile e di genere e che ha evidentemente contribuito a renderle possibili strumenti nelle mani “del nemico”.
E questo è un pericolo anche per noi e per tutte le realtà sociali e politiche, i movimenti e le singole che oggi si impegnano attivamente per un concreto miglioramento della vita di donne e persone LGBTQIA+, qui come altrove: se non si fa lo sforzo di andare alla radice dei problemi, di osservare le complessità dell’oggi e di definire posizioni chiare e articolate, le istanze di liberazione femminile e di genere rischiano di finire oscurate o, peggio, sussunte dai tentativi egemonici di quel femminismo liberale.
Perché di fronte all’innalzamento dello scontro a livello internazionale, come ci ha insegnato la Palestina e come insegna oggi l’Iran, la realtà è sempre più articolata ed è sempre più necessario abbandonare gli essenzialismi e le semplificazioni e mettere in discussione i propri schemi di ragionamento.
Ma è anche sempre più necessario saper comprendere quali sono, qui e ora, le tendenze reali e concrete che rischiano di portare sempre più morte e distruzione per le donne, le persone queer e per tutti noi, e lavorare in controtendenza, imparando dalle esperienze di ieri e di oggi e costruendo le nostre forme di resistenza.
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