1.
Il conflitto russo-ucraino, pur se provocato dal “cane della NATO”, che abbaiava alle porte della Federazione Russa, ha messo in evidenza e, in qualche modo, legittimato le palesi violazioni del diritto internazionale, da parte dei “gendarmi” degli USA e del loro braccio armato in Medio Oriente, cioè il Governo israeliano.
Il genocidio a Gaza e i recenti attacchi al Libano e all’Iran, che si basano sull’evidente supremazia militare del Governo israeliano, supportato fino al midollo spinale dalla superpotenza statunitense, rappresentano una strategia di sopraffazione, da parte di una classe elitaria, che domina la “terra promessa”, nei confronti delle popolazioni civili degli Stati limitrofi.
Attenzione! Anche questi Stati sono condotti da una borghesia criminale e dogmatica, seppur meno influente e più diluita, ma le disparità sul piano tecnologico-militare rimangono molto elevate. Il rapporto tra i caduti in guerra tra israeliani e palestinesi è di uno a settanta.
Come in uno Stato nazionale ciascun individuo, gruppo o classe sociale aliena la propria sovranità a favore di un’entità superiore, qualcosa di simile avviene anche nei rapporti socio-economici internazionali. Nel 1932, Freud, in quel celebre carteggio con Einstein, “Perché la guerra?”, nel cercare di rispondere alle domande del fisico tedesco, ad un certo punto, lascia intendere che «il diritto diviene espressione di rapporti di forza ineguali». (1) In tali circostanze emerge che le regole vengano scritte, in base al punto di vista di quelli che comandano.
Altrimenti, come possiamo spiegarci l’impotenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU?
Chi ha una buona memoria storica ricorda che quest’ultimo organismo non è stato capace di far rispettare nessuna delle Risoluzioni indirizzate ai Governi israeliani, per il riconoscimento dell’autodeterminazione del popolo palestinese. Quando ascoltiamo gli appelli che richiamano la legittimità della “comunità internazionale”, i quali continuano a cadere nel vuoto, in questo determinato periodo storico, che cosa significa?
Significa che prevalgono l’unione degli interessi materiali e i sentimenti emotivi di una classe borghese sovranazionale che cerca di far prevalere la potenza delle armi sulle tendenze storiche al superamento della proprietà privata dei rapporti capitalistici di produzione e la correlata legge del profitto, che ne costituisce l’essenza.
2.
La divisione internazionale del lavoro ha raggiunto un livello tale che i processi produttivi sono frammentati su scala globale, rendendo le economie nazionali strettamente interdipendenti e i confini tradizionali facili da superare.
Il made in Italy è solo una caricatura politica: anche la produzione di pregiati vini locali dipende dai concimi (soprattutto azotati), le cui materie prime o prodotti finiti transitano per circa il 30% attraverso lo Stretto di Hormuz.
Là dove sul versante politico riaffiorano i nazionalismi, sul piano economico le strategie aziendali delle multinazionali convergono sulla creazione di Hub produttivi e di Servizi finanziari (contabilità generale e dei fornitori), management reporting, sistemi informatici, risorse umane e marketing. Si assiste a una crescente integrazione standardizzazione dei sistemi e dei processi a livello globale, che vanifica le istanze nazionalistiche e rende superflue tante figure professionali locali.
Che cosa spinge uno Stato come la Germania a varare un provvedimento che prevede che gli uomini tra i 17 e i 45 anni abbiano bisogno di un permesso, quando intendono lasciare il loro Paese, per un periodo superiore a tre mesi?
E in Italia, come si spiega la crescente presenza di aziende belliche, come Leonardo, Fincantieri, MBDA Italia, eccetera, nei programmi scolastici e universitari, con focus su discipline STEM, finalizzato al settore difesa?
Insomma, siamo di fronte al fallimento delle vie diplomatiche ed economiche, per cui s’impone la visione del generale e teorico prussiano Carl von Clausewitz, sintetizzata nella sua massima “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”?
Il piano “ReArm Europe” di 800 miliardi di euro, che prevede una deroga al Patto di Stabilità e l’aumento delle spese militari al 5% del PIL (3,5% difesa, 1,5% sicurezza) entro il 2035, non mette in evidenza solo il doppio fallimento della politica e del mercato, ma anche che le dinamiche tra capitale e lavoro emettono dei segnali premonitori di inciampare in un conflitto su un’ampia scala, non limitato ad aree regionali.
L’UE non segue ciecamente i proclami bellicisti del Governo Trump, essa è parte integrante del processo di militarizzazione, altrimenti non supporterebbe in modo incondizionato l’Ucraina.
Rispetto alla riorganizzazione del capitale su scala mondiale, che sta ulteriormente smantellando quel che rimane delle politiche sociali, gli effetti della crisi generale e della disoccupazione, pur se continuano a rimanere in secondo piano, impongono la “via di uscita con le armi”.
Non dimentichiamo, tra le altre questioni, che l’Europa vanta una tradizione secolare come “teatro di guerra”.
3.
Su queste coordinate, per l’appunto, vale la pena sottolineare che la “Corsa al Riarmo”, in particolare della Germania, è stata delineata F. Engels tra il 1870 e il 1890.
Come ha scritto Leo Essen, nel suo post del 7 aprile 2026 «Engels era un osservatore attento degli equilibri di potenza. Sapeva leggere le guerre non come eventi isolati, ma come espressioni di interessi economici e strategici di lungo periodo».
Nell’analisi di quel periodo storico Engels rifiuta il “falso pacifismo o il pacifismo anarchico”, non è così ingenuo da credere che la pace possa essere raggiunta semplicemente con la buona volontà e la fratellanza tra i popoli. Da questo punto di vista il “il tavolo dei volenterosi” incarna tutta l’ipocrisia borghese di lasciare le cose esattamente come sono, senza apportare i cambiamenti necessari.
Tuttavia, la critica di Engels, allora come oggi, di fronte ai turbolenti colpi di coda dell’intensificazione del processo di ristrutturazione capitalistico, degli ultimi tre decenni, dovrebbe mettere in guardia il proletariato internazionale a non abbassare, in primo luogo, le armi della dialettica.
Il punto è, però, che le condizioni economiche sociali sono completamente mutate, rispetto agli ultimi decenni del XIX secolo. Su questo non ci piove! Ma la contraddizione fondamentale tra capitale e lavoro è ancora viva.
Dal portale INPS apprendiamo che, in Italia, nel corso del 2024 i lavoratori dipendenti del settore privato, esclusi operai agricoli e lavoratori domestici, sono stati 17,7 milioni. (2) Che poi la forza lavoro (3) nella nostra Penisola come in altri Paesi capitalisticamente avanzati, allo stato attuale, sia fortemente frastagliata e frammentata è un dato di fatto, che per questioni di spazio non esamino in quest’articolo, ma è un aspetto dal quale non si può prescindere.
Ordunque, il capitale, con la riorganizzazione delle attività produttive negli Hub internazionali, impone le sue leggi e fa razzia degli aiuti degli Stati (agevolazioni fiscali, prestiti a fondo perduto) mentre le organizzazioni dei lavoratori, in particolare a livello internazionale, sono polverizzate e deboli, poiché l’aumento della capacità produttiva continua a rendere superflua e sottoccupata una quantità crescente della forza lavoro globale.
Il ricorso all’economia di guerra, che richiede la partecipazione attiva degli Stati agli investimenti è il segnale che il capitale non riesca ad espandere ulteriormente i mercati, i quali, per contro, vengono saturati con cicli di vita dei prodotti e dei servizi sempre più brevi.
In un contesto di crisi strutturale del sistema capitalistico, diventano rilevanti le strategie di controllo delle fonti energetiche di origine fossile e le materie prime rare, che vengono utilizzate per veicoli elettrici, turbine eoliche, smartphone, hard-disk, schermi, laser, componenti per la difesa, batterie, eccetera.
A questo punto del tragitto, una volta che si è individuato il “nemico” e la macchina della propaganda si assesta, allora i capitalisti, come ha precisato B. Brecht, “sanno come continuare a fare affari con altri mezzi”. Tra chi gioca al massacro, ricorda Brecht in Madre coraggio e i suoi figli, ci sono altri che ne traggono vantaggio.
A trarre beneficio dalla crescente spesa militare dell’Italia saranno, in primo luogo, le industrie statunitensi, ma con il danno anche la beffa: le industrie della difesa sono ad alta intensità tecnologica, quindi gli investimenti in armamenti generano circa un quarto dei posti di lavoro, rispetto allo stesso ammontare di denaro investito nel comparto della Sanità.
In Europa è in atto il più cruento conflitto, per il numero dei caduti (militari e civili) e per l’intensità e la quantità degli armamenti impiegati, sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Prima dello scoppio di quest’ultima colossale tragedia, nel 1934, in seguito all’assalto dell’Assemblea Nazionale, da parte di migliaia di fascisti e anarchici armati, Trotsky, da esule a Parigi, scrive: “Dove va la Francia?” Un testo la cui domanda fondamentale è: come si prepara la classe prima che sia troppo tardi? (4)
4..
Il 3 agosto del 2025, di fronte ai continui orrori perpetrati dall’esercito israeliano al popolo di Gaza, i portuali di Genova si rifiutarono di scaricare i tre container Evergreen contenenti armamenti destinati all’IDF.
L’aggravarsi della situazione umanitaria nella striscia di Gaza ha spinto le organizzazioni sindacali a proclamare lo sciopero generale del 22 settembre 2025 e lo sciopero generale del 3 ottobre, in solidarietà alla Flotilla internazionale, che è stata abbordata dalla Marina israeliana, in prossimità delle acque territoriali.
Tali mobilitazioni, in Italia, sono sfociate, il 4 ottobre, in una delle più grandi manifestazioni degli ultimi venticinque anni.
Il blitz del Governo Trump, con la sua finta pace, ha spiazzato il movimento, che gradualmente è scemato. I lavoratori e le lavoratrici della logistica rimangono i più attivi e consapevoli, tant’è che il 6 febbraio del 2026 hanno proclamato uno sciopero generale internazionale, contro il traffico di armi, la militarizzazione dei porti e l’economia di guerra, che ha coinvolto venti porti del Mediterraneo e del mare del Nord.
Il problema più grande rimane nella progettazione e produzione degli armamenti. Qui gli ingegneri, i tecnici e i lavoratori coinvolti non sono consapevoli del fatto che con il loro lavoro salariato contribuiscono all’annientamento di decine di migliaia di bambini innocenti. In Italia (vado a memoria) per rilevare un’azione di contrasto alla fabbricazione di armi, bisogna risalire ai primi anni novanta del secolo scorso, quando, come dice D. Greco, alla Valsella Meccanotecnica di Castenedolo (Bs), un pugno di operaie ferma la produzione di mine anti-uomo, destinate all’Iraq.
A quel Consiglio di fabbrica, che diede impulso alla lotta, per la riconversione della produzione, partecipò anche Gino Strada.
Ma il contrasto alla produzione di armamenti non fu un’esperienza pacifica. Ecco un pensiero sintetico di D. Greco: «Dopo mesi di lotta le operaie e le loro famiglie vivevano a credito. La lotta non aveva contenuti salariali o normativi. Era il grido di donne che dicevano all’azienda dove si fabbricava la morte: “Noi non saremo complici”». (5)
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Il carteggio del 1932 tra Albert Einstein e Sigmund Freud, noto come Perché la guerra? (Warum Krieg?) in Sigmund Freud, Il disagio della civiltà, Bollati Boringhieri, Torino 2006,
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Il concetto di forza lavoro in quest’accezione si riferisce all’insieme delle persone occupate, di quelle sottoccupate e di quelle disoccupate in cerca di occupazione (popolazione attiva). Esclude gli inattivi.
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) #LaVoceDelleLotte #25Aprile #Trotsky #Antifascismo #Fascismo
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D. Greco,https://ilmanifesto.it/un-pugno-di-operaie-di-un-piccolo-paese-fermo-le-mine
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