Recuperare il discorso mitico è un eterno obiettivo del potere prevaricatore che sopravvive di assenza di verità, e realtà continuamente da distorcere. Per affrontare l’attuale linguaggio dell’imperialismo usamericano, senza affondare nella velocità della mancanza di riflessione programmata per le masse da pascolare e poi lasciare nell’impotenza, vediamone insieme gli strumenti in uso.
Perché tornare al mito, inventandone di nuovi? Perché è un dire nascondendo, un dire tacendo ciò che conta e che può esser vanificato da narrazioni plurime, per non determinare reazioni che potrebbero scatenare incontrollabili conflitti sociali. Si parla di voler solo paci come per l’Ucraina, e poi si decidono guerre da cui, per esempio, mentre si ciancia di un’America first, ci si arricchisce nel ristretto clan presidenziale dei miliardari collusi, con centinaia di migliaia di dollari.
Quale effetto predisposto della guerra all’Iran, il 23 aprile scorso sono stati effettuati contratti sul petrolio e sul valore di borsa, con operazioni che oltre al nome sicuro di insider training, hanno mostrato ottime capacità clandestine nel non lasciare mai prove!
Secondo calcoli di Forbes (rivista Usa di economia e finanza), il patrimonio di Trump è aumentato solo al febbraio 2025 a 6,5 mld $ dal settembre dei 3,9, cioè un incremento di 2,6 mld in circa 6 mesi! Mai come ora si può riaffermare che la guerra è denaro, e che gli Usa hanno ormai il monopolio assoluto della guerra nel mondo.
Dato poi che da tempo noi tutti siamo passati dal mito al λόγος, al linguaggio razionale, non abbiamo però sufficientemente capito che in questo dominava anche l’opacità, l’incertezza, e che nella conoscenza si annidava in silenzio l’infelicità, il dolore.
Dunque, il potere si è subito accorto che era meglio allontanarsene, certo, con discrezione, ma assumendo al suo posto un linguaggio evocante l’irrazionale, il non verificabile cioè il non scientifico, lo ieratico tradizionale a scelta, il fascinoso, l’affabulante, ecc.
Capito che generalmente la verità fa male, la si è evitata e attraverso l’ignoranza si è potuto esercitare un dominio sugli uomini. Sembra infatti che chi resta incastrato nella subalternità non possa mai fornirsi di strumenti adeguati a fuoriuscirne.
Alcuni, come Fernando Buen Abad denotano in termini di “guerra cognitiva” la manipolazione tecnologica della percezione, mediante dati e cultura con un intervento nella vita sociale per colonizzare i processi di produzione del significato.
Frammentare la possibilità di condividere una stessa verità sembra essere l’obiettivo di erodere criteri di validazione, da dissaldare da culture storicamente sempre invise, quali quelle socialiste.
Entrare per noi, allora, nei meccanismi sovrastrutturali della comunicazione del potere, ha il significato di individuarne modalità e fini per renderli il più possibile inoffensivi, per l’integrità coscienziale di tutti coloro che nella subalternità sostano, qui destinati solo per appartenenza di classe.
Lo stile della notizia frammista a eventi del tutto difformi, infatti, ne cancella il contesto di riferimento dissolvendo così anche la carica emotiva loro altrimenti indirizzata, e soprattutto ne vanifica il contenuto su cui basare l’impegno presente e anche quello delegato alla memoria. Non solo, su un altro piano chiamato governance mondiale tutto ciò dà corpo a una vera e propria privatizzazione della sovranità, con tanto di diritto di decidere quale sarà o è già il nemico, al posto dello stato.
Cia, Pentagono, ora Silicon Valley, sono unicamente il crogiuolo sintetico di decisioni che provengono dai rapporti di forza tra capitali.
Chi parla di tecnofascismo o ignora l’origine del fascismo storico, o vende il nuovo mito per dissimulare che è questo il vero volto politico, ancora florido, nella gestione del dispotismo del capitale.
Partendo da lontano, cioè dalla profondità analitica dei giganti sulle cui spalle possiamo poggiare, “la rivoluzione francese – ha scritto Marx – ha abolito tutti i privilegi e distrutti tutti i diritti esclusivi, ne ha lasciato dovunque sussistere uno: quello della proprietà”.
E da questa, modernamente trasformata nell’appropriazione dei mezzi produttivi sociali e non più velata da diritti insostenibili, è ripartito il privilegio non più alla luce del sole ma quello garantito dall’arte dell’occultamento, della menzogna, della finzione valoriale, del ricatto, della deviazione coscienziale, e così via capovolgendo.
La conflittualità sociale quindi, viene a spostarsi da un’iniziale lotta contro i diritti proprietari e l’abilità nell’imporli legalmente, a un più vasto terreno ideologico vòlto alla persuasione di doversi assuefare all’arbitrio di un potere che, se non è più di origine divina, è però sempre in grado di terrorizzare con una concretezza che si estende dalla repressione poliziesca contingente, alla guerra mondializzata, ormai potenzialmente nucleare.
Il sistema, basato su questa proprietà sviluppatasi nella forma imperialistica del mercato mondiale, pone ora come sua sopravvivenza il superamento della dicotomia tra il suprematismo aggressivo con l’uso della forza militare, e la convivenza possibile del rimanente mondo, secondo una pacificazione ricercata dello sviluppo degli scambi internazionali. L’incontro odierno Trump – Xi ci riserverà qualche speranza per il futuro, suggerisce al momento l’ottimismo della volontà, o della vita. Superamento che potrebbe scaturire nella preminenza definitiva del dispotismo armato, o il predisporsi verso una trasformazione graduale dell’uso delle risorse del pianeta, in cui la proprietà potrebbe diventare sociale in forme definibili in base ai percorsi storici.
Questo lungo preambolo sembrava necessario per collocare la pressante esigenza di una generale consapevolezza, contro i filtri venefici immessi nella formazione di mentalità succubi o peggio complici nell’accaparramento privato della ricchezza mondiale, a opera di dominanze criminali nella conduzione dei propri affari.
Alcuni esempi della cosiddetta “nuova” mentalità della dominanza proveniente dalla Silicon Valley, dove si ha solo cura di un complesso militare-industriale inedito, ci portano a considerare l’innovazione, si sa, tecnologica, intesa come coercizione necessaria, inevitabile, la cui applicazione sconfinata viene affermata in tutta franchezza e assoluta indifferenza per tutto ciò che non le compete.
La nuova linea aziendale Palantir è orgogliosa del proprio contributo all’intensificazione dei bombardamenti a Gaza, del supporto all’antimmigrazione dell’ICE e alle deportazioni, all’identificazione dei manifestanti a Minneapolis, come si può esserlo quando si sono svolti bene i compiti. Il pragmatismo all’opera non discute di problemi, si misura sul terreno dell’efficienza in tema di repressione interna ed esterna coerente con l’America first, il cui principale obiettivo è quello difensivo cui dedicare tutta la ricerca tecnologica finalizzata a terrorizzare qualunque avversario.
Da noi ministri “del merito” cosiddetto demoliscono lo studio che potrebbe indurre capacità critiche nelle scuole superiori dove ritardi, il mancato rispetto dell’orario, non temere l’ordine istituito, può precludere la promozione di un trasgressivo quale probabile avversario di domani.
Si affaccia quindi il ricordo di un’apparizione storica non esaurita nelle sue potenzialità di sviluppo, che ritorna in un’epoca successiva in una forma più estesa e universalizzata, quale il militarismo rinnovato ma sempre soggetto all’imperativo degli ordini, come “cambiamento culturale” da generalizzare.
Questo non ha più bisogno di orpelli che lo giustifichino, soprattutto perché non ha più esclusione di nemici: la guerra è contra omnes, è stabilizzazione della difesa/guerra vincente, unicamente perché dotata di superiorità tecnologica, senza alcun rispetto di regole che sarebbero solo d’intralcio.
Alex Karp (fondatore di Palantir) è coautore della La Repubblica Tecnologica: Potere Duro, Fede Morale e il Futuro dell’Occidente. Obiettivo dichiarato è assumere il controllo dei sistemi governativi e dettarne le politiche, quale potere privato che avanza pretese sullo stato. Unica novità è che il potere del denaro-capitale non è più, qui, nella conquista del mercato mondiale nel suo complesso, ma nello specifico settore tecnologico in grado di mutarne organizzazione e priorità.
I miliardi di Alex Karp (13,1 mld $), Peter Thiel (28,4 mld $, capo di Anduril), Palmer Luckey (3,6 mld $ nel 2025, visori e droni militari), Elon Musk (839 mld $, 2026, Tesla, Space X), capitali quindi, non solo la loro personalizzazione nei geni informatici per doti naturali, costituiscono il più moderno e specifico ma solito “comitato d’affari”, oggi visibile per la boria delle individuali vanità suprematiste.
Il nucleo ideologico di questo gruppo — spesso definito «Thielverse» o «Nuova Destra» della Silicon Valley si avvale di un radicale ottimismo tecnologico, ma profondo scetticismo nei confronti della democrazia nonché dell’eguaglianza sociale di cui non tener conto data soprattutto l’alleanza con Israele cui sono state vendute tecnologie militari (data center e algoritmi computazionali), che ben valgono qualunque genocidio anche a venire.
Il mito della tecnologia è tutto qui. Finché appropriata e usata dal capitale, genera la dipendenza in ogni ambito della vita delle masse senza proprietà. Una lettura del reale di più di un secolo fa sembra utile rammentarla o comunicarla a chi non l’ha potuta conoscere.
La citazione è per mostrare come il pensiero critico, quando non ancora debellato, possa viaggiare nel futuro che ora siamo noi, senza perdere l’efficacia di una verità che perdura nel suo continuo mutare solo però nel contingente.
Lo scritto per la decadenza dell’imperialismo britannico, nel 1903, è L’imperialismo del liberale inglese J. A. Hobson (1858-1940), o per gli Usa del 1991 (Iraq), oppure sempre per gli Usa del 2026 (Iran)?
“Gli effetti politici, reali e necessari, del nuovo imperialismo, così come si mostrano nel caso della più grande potenza imperialista, possono essere riassunti in questo modo. Esso è una minaccia costante alla pace, fornisce continue tentazioni di ulteriori aggressioni su terre occupate da “razze inferiori” e fomenta la discordia tra la nostra nazione e le altre nazioni con ambizioni imperialistiche rivali; all’acuto pericolo di guerra aggiunge il pericolo cronico e la degradazione del militarismo, che non guasta solo le concrete risorse fisiche e morali delle nazioni, ma blocca il corso stesso della civiltà.
Consuma in modo illimitato e incalcolabile le risorse finanziarie di una nazione con i preparativi militari, bloccando la spesa delle entrate correnti dello stato per progetti pubblici produttivi e gravando la posterità con pesanti carichi di debito. È, invero, una nemesi dell’imperialismo che le arti e i mestieri della tirannia, acquisite e esercitate nel nostro impero illiberale, siano rivolte contro le nostre libertà in patria.
Coloro che sono stati còlti di sorpresa dalla totale noncuranza o dall’aperto disprezzo mostrato dall’aristocrazia e dalla plutocrazia di questo paese per l’infrazione delle libertà del cittadino e per l’abrogazione dei diritti e delle usanze costituzionali non hanno considerato a sufficienza il costante riflusso del veleno dell’autocrazia irresponsabile dal nostro impero illiberale, intollerante e aggressivo.
L’imperialismo sta solo cominciando a mettere in pratica tutte le sue risorse e a fare del governo delle nazioni un’arte raffinata: la larga concessione del diritto di voto, controllato da un popolo la cui istruzione ha raggiunto lo stadio della capacità di leggere carta stampata senza esercitare alcuna critica, favorisce immensamente i disegni degli astuti politici affaristi che, controllando la stampa, la scuola, e se necessario la chiesa, impongono l’imperialismo alle masse nella forma attraente di un patriottismo sensazionale”.
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