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Chi scrive la costituzione della macchina

Leone XIII è ricordato soprattutto per la Rerum Novarum, l’enciclica del 1891 che aprì la dottrina sociale della Chiesa alla questione operaia. Molto meno celebre fu la Praeclara gratulationis publicae, con cui nel 1894 il pontefice invitò le Chiese d’Oriente a riconoscere il primato di Roma. Quell’appello provocò una risposta destinata a restare nella storia.

Nel 1895 il patriarca ecumenico Antimo VII non replicò con un semplice pamphlet né con una disputa erudita. Scelse di rispondere adottando la stessa forma solenne e circolare dell’atto pontificio con una sorta di “controenciclica”.

Quel precedente torna utile oggi. Il 15 maggio Leone XIV ha diffuso Magnifica Humanitas, enciclica che molti hanno accostato, per ambizione e rilievo, proprio alla Rerum Novarum. Il testo ricolloca la tecnica entro il limite della dignità della persona e chiede che l’intelligenza artificiale venga sottratta alla logica della concentrazione e della competizione armata.

Pochi giorni dopo Dario Amodei ha pubblicato Policy on the AI Exponential (https://darioamodei.com/post/policy-on-the-ai-exponential).

Naturalmente non si tratta di una controenciclica. Il saggio di Amodei non imita la forma vaticana e non contraddice frontalmente il pontefice. E tuttavia aspira a qualcosa di più di un intervento tecnico o di un position paper aziendale. Disegna uno scenario complessivo, propone una gerarchia di priorità e delinea l’ordine del mondo che verrà. In questo senso la sua ambizione è costituente. Anthropic, del resto, conosce bene il valore performativo dei documenti.

A gennaio l’azienda aveva dato a Claude una ‘costituzione’, il testo che fissa i valori e il comportamento del modello. Cinque mesi più tardi Amodei ne ha scritta una seconda, non più la costituzione di un modello, ma quella dello spazio politico, economico e istituzionale entro cui l’umanità dovrebbe imparare a convivere con il modello e con ciò che verrà dopo.

Il calendario ci aiuta a misurare la posta in gioco. Christopher Olah, cofondatore dell’azienda, era stato accolto il 25 maggio alla presentazione dell’enciclica in Vaticano. Pochi giorni dopo, il 1° giugno, Anthropic ha depositato presso la SEC la bozza riservata del proprio prospetto di quotazione. Il 9 giugno Anthropic ha distribuito al mercato ‘Claude Fable 5’, protetto da misure di sicurezza rafforzate, e ha riservato ‘Claude Mythos 5’ a una cerchia ristretta di soggetti selezionati.

Proprio attorno a quest’ultimo modello si legge bene l’ambivalenza del rapporto con Washington: la stessa azienda che è in aperto confronto con il governo americano sulle condizioni di impiego militare della propria tecnologia collabora con quello stesso esecutivo su un dossier strategico di cybersicurezza come il progetto Glasswing. Il saggio di Amodei in questione è arrivato il giorno successivo al rilascio dei nuovi modelli.

Più che una semplice successione di eventi, questa sequenza racconta una trasformazione di ruolo. Anthropic non appare più soltanto come un fornitore tecnologico. È un soggetto che dialoga con il Vaticano, negozia con l’esecutivo statunitense su questioni strategiche, si prepara ai mercati dei capitali e nel frattempo offre una teoria generale di come l’intelligenza artificiale dovrebbe essere governata.

Il confine tra impresa e istituzione non scompare del tutto, ma si assottiglia fino quasi a svanire.

L’apertura del saggio è costruita con notevole abilità narrativa. Amodei richiama l’episodio in cui gli hobbit tentano di smuovere Treebeard, il lentissimo Ent tolkieniano, perché difenda la foresta che un esercito sta abbattendo. Le istituzioni democratiche prendono il posto di Treebeard, mentre l’industria corre e il legislatore arranca.

L’immagine funziona, ma il suo effetto politico è meno innocente di quanto sembri. La velocità dell’industria viene descritta come un fatto naturale, un’ineluttabilità meteorologica, quando invece dipende da decisioni perfettamente storiche: investimenti giganteschi, costruzione di infrastrutture, contratti pubblici, accesso ai semiconduttori, consumo di energia, organizzazione del lavoro umano.

Qualcuno decide di accelerare e quella decisione viene presentata come un destino al quale la deliberazione collettiva può soltanto adattarsi. Il capovolgimento è sottile ma decisivo: la lentezza democratica, che è anche tempo del conflitto, del controllo e della mediazione, smette di apparire una garanzia e diventa più simile a un guasto da correggere.

Una contraddizione attraversa l’argomentazione e non viene sciolta. La sezione sulle libertà civili, tra le più coraggiose del documento, rende omaggio alla lunga costruzione costituzionale delle democrazie. Ma i passaggi sulla regolazione e sulla geopolitica chiedono di comprimere proprio quel tempo, perché l’urgenza imporrebbe di saltare procedure, esitazioni e mediazioni.

Amodei vorrebbe conservare le libertà prodotte dalla deliberazione e, nello stesso gesto, sottrarre alla deliberazione il tempo che le ha rese possibili.

Alcune proposte regolatorie appaiono anche ragionevoli, dalle verifiche obbligatorie per i modelli che superano una certa soglia di calcolo al potere pubblico di bloccare i sistemi giudicati pericolosi, fino agli audit indipendenti e all’obbligo di segnalare gli incidenti, secondo il modello della Federal Aviation Administration trasferito al software.

Il problema non sta tanto in ciascuna misura isolata, quanto nella forma complessiva che esse assumono. Solo un operatore già molto capitalizzato può sostenere il costo di audit ricorrenti, laboratori di sicurezza, uffici di conformità e relazioni permanenti con le amministrazioni. La barriera di sicurezza rischia allora di trasformarsi in un fossato competitivo: tutela il pubblico, ma insieme consolida l’oligopolio già costituito.

Alla vigilia della quotazione, la possibilità di presentarsi come l’attore più responsabile del settore acquista così un valore insieme reputazionale, finanziario e istituzionale. La coincidenza tra interesse pubblico e interesse aziendale non rende falsa la proposta, ma quel che basta per essere politicamente ambigua e proprio per questo più persuasiva.

L’ambiguità cresce quando si guarda alla provenienza delle prove. Amodei giudica ormai innegabili i rischi dei modelli di frontiera e si appoggia in larga misura a ricerche prodotte da Anthropic. La stessa impresa, quindi, costruisce il sistema, conduce molte delle valutazioni, fissa il limite del pericolo e propone il quadro normativo destinato a contenerlo.

In questo modo il sapere sul rischio resta concentrato presso chi possiede il modello. Lo Stato riceve diagnosi e terapia dal medesimo soggetto che controlla l’oggetto da regolare. È qui che il privato assume una funzione quasi sovrana non soltanto producendo l’infrastruttura, ma offrendo anche la teoria della sua limitazione.

La sezione economica contiene alcuni dei paragrafi più onesti del documento. Amodei prende sul serio la possibilità di una sostituzione occupazionale duratura e abbandona la formula consolatoria secondo cui ogni tecnologia creerebbe automaticamente più lavoro di quanto ne distrugga.

Vale però la pena ricordare che una ricerca pubblicata dalla stessa Anthropic nel marzo 2026 non ha registrato un aumento sistematico della disoccupazione nei mestieri più esposti, ma soltanto segnali deboli di rallentamento nell’ingresso dei lavoratori più giovani. Quando il saggio attuale presenta la sostituzione come una possibile proprietà intrinseca della tecnologia, compie allora un passaggio ideologico preciso, spostando il fenomeno dal terreno delle decisioni economiche e strategiche a quello di un processo quasi naturale, difficile da contestare e ancora più difficile da arrestare.

Ai margini del documento resta però il lavoro che precede l’automazione e la rende possibile. L’industria continua a dipendere da annotatori, valutatori e moderatori incaricati di classificare contenuti, correggere risposte e sorvegliare il comportamento dei modelli. Spesso si tratta di lavoro reclutato dove il costo è più basso e le tutele più fragili. Inchieste giornalistiche e ricerche specialistiche hanno documentato retribuzioni misere, contratti precari ed esposizione prolungata a materiali traumatici.

Amodei discute a lungo dei professionisti che potrebbero essere sostituiti domani, ma praticamente non vede i lavoratori che rendono utilizzabili i sistemi oggi. La fabbrica estrattiva dell’intelligenza scompare proprio mentre il suo prodotto viene presentato come sostituto generale del lavoro cognitivo.

Alla materia il documento concede ancora meno spazio. I data center compaiono quasi solo a proposito del rischio che la loro espansione faccia salire le tariffe elettriche e l’ostilità delle comunità viene letta soprattutto come il riflesso di ansie economiche più generali.

Ma qui non c’è solo un problema di percezione. C’è un conflitto distributivo e ambientale molto concreto. L’intelligenza artificiale richiede acqua, elettricità, minerali critici, rete, suolo, e produce anche scarti e rifiuti elettronici. Entro il 2030, secondo stime ormai ampiamente discusse, la domanda energetica dell’AI potrebbe raggiungere livelli enormi, mentre il consumo d’acqua associato all’espansione dei sistemi cresce in modo difficilmente separabile dalle altre pressioni ecologiche.

Le comunità locali possono trovarsi così a competere per risorse essenziali, a finanziare l’ampliamento della rete e a concedere agevolazioni fiscali senza partecipare ai profitti generati altrove. L’esponenziale appare immateriale soltanto perché qualcun altro ne sostiene i costi.

La sezione geopolitica espone con grande chiarezza la visione politica del testo. Le democrazie dovrebbero costituire una coalizione globale, condividere al proprio interno chip, capacità di calcolo e standard di sicurezza e negare sostanzialmente queste risorse agli avversari.

Prende forma una sorta di “alleanza atlantica del calcolo”, fondata sul controllo delle condizioni materiali dell’intelligenza. Ai paesi in via di sviluppo viene promessa la diffusione dei benefici, soprattutto attraverso applicazioni mediche ed economiche, ma senza alcuna partecipazione effettiva alla proprietà dei modelli o al governo della filiera.

Le garanzie restano dunque concentrate nei paesi che innovano e controllano l’infrastruttura, mentre ad altri vengono assegnati usi e vantaggi entro condizioni definite altrove. A quel punto la parola democrazia rischia di coincidere con tecnocrazia, e le imprese che possiedono i modelli più avanzati entrano nella mappa come infrastrutture del campo democratico pur restando società private orientate al profitto.

Anche la distinzione sulle armi autonome rivela il limite di questa libertà. Amodei ne chiede il divieto all’interno, contro i cittadini americani, ma riconosce la possibile necessità del loro impiego all’esterno, contro i nemici. Qui riemerge una geografia politica molto antica con la protezione che vale entro il corpo degli interessi nazionali, mentre oltre i suoi confini la violenza automatizzata torna disponibile come strumento legittimo.

Il documento, va detto, supera di slancio la propaganda ordinaria del settore. Riconosce la questione del lavoro, ammette l’insufficienza dell’autoregolazione e descrive il potere delle aziende come una possibile minaccia per la democrazia. Anthropic padroneggia il linguaggio della critica e lo restituisce alle istituzioni già tradotto in proposte di legge, sistemi di certificazione e dispositivi di governance.

Questo è il punto più interessante e anche il più problematico. L’allure di sincerità non rompe necessariamente la cattura, ma può diventarne la forma più sofisticata con un potere che riconoscendo i propri rischi acquista anche il titolo per amministrarli. La domanda pressante smette così di essere se l’esponenziale debba proseguire in questa modalità e diventa soltanto come governarlo.

La premessa è già incastonata perché l’accelerazione continuerà nella configurazione decisa dalle aziende e alla politica spetterà organizzarsi attorno a essa.

In questa cornice anche il reddito universale di base, nel testo di Amodei, funziona non come redistribuzione trasformativa ma come compensazione rendendo sostenibile la concentrazione proprietaria senza intaccarla davvero, perché lascia in poche mani la decisione sulla progettazione dei sistemi, sui loro impieghi e sulla velocità con cui vengono imposti.

Antimo aveva contestato Roma occupandone la forma. Il saggio di Amodei procede in modo più moderno e più discreto, perché non smentisce la dignità dell’umano invocata da Leone XIV e tuttavia la priva di ogni efficacia costituente. Dove l’enciclica colloca la persona come limite della tecnica, il documento laico colloca l’esponenziale come orizzonte ineludibile e attorno a quell’orizzonte ridisegna la sovranità, il lavoro, la guerra e la conoscenza. La prossimità con l’atto papale non assume mai la forma di una sfida diretta e proprio per questo pesa di più.

Resta allora la domanda che dà il titolo a queste pagine. Chi scrive la “costituzione della macchina” finisce per scrivere anche una parte della costituzione materiale della società. Decide quali valori il modello incorpora, chi accede alle capacità più avanzate, quali paesi ricevono i chip e quali corpi possono essere esposti alla violenza automatizzata.

Affidare questo compito ad Amodei o ai suoi pari sarebbe una resa politica. La questione costituente precede ogni audit. Una tecnologia che riorganizza il lavoro, la guerra, il sapere e il rapporto tra Stato e cittadino non può ricevere la propria legge da chi ne possiede l’infrastruttura. Quel compito appartiene alla società, a condizione che essa sappia ancora rivendicare il diritto di decidere il ritmo della propria storia.

* da Revolve

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