Dal 2023 allo scorso fine settimana, quando ha presentato il suo nuovo partito “Futuro Nazionale”, il Generale Roberto Vannacci ha guadagnato sempre più visibilità. Tra le sue posizioni più dibattute sin dall’inizio della sua carriera politica che lo hanno portato al Parlamento Europeo, ci sono quelle sulle donne e le persone lgbtqia+, oltre che sulle persone immigrate. Temi cari anche al governo che però oggi si presenta in una veste più “pulita” a cui Vannacci vorrebbe fare opposizione dall’estrema destra.
Vannacci è tra i più agguerriti sostenitori della cosiddetta “remigrazione” e, seppur non aderendovi direttamente, ha di fatto appoggiato il corteo organizzato per lo scorso sabato a Roma dal comitato “Remigrazione e Riconquista” e le posizioni lì espresse. Ha inoltre ribadito durante il congresso di apertura del suo nuovo partito, le sue intenzioni rispetto all’immigrazione: “l’Italia agli Italiani” e un programma politico tutto incentrato sulla remigrazione.
Ma non solo, ha dichiarato che il reato di femminicidio non esiste e che sarebbe solo un modo per fare il lavaggio del cervello alla cittadinanza. A suo dire, infatti, “uomini e donne sono uguali, non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri e quindi devono essere tutti soggetti alle stesse regole”, usando cioè proprio il principio di parità di genere come elemento per screditare la necessità di distinguere il reato di femminicidio.
Dalle sue parole emerge la negazione dell’esistenza di qualsiasi tipo di reato d’odio (come quello su base etnica o religiosa, oltre che appunto di genere). Infine, tra le posizioni del generale troviamo il progetto di abbassare l’età minima per entrare nel mondo del lavoro fin dai 14 anni, perché in fondo si sa, la scuola è inutile, mentre le braccia da sfruttare sono fondamentali. Abbiamo dunque ascoltato una serie di dichiarazioni preoccupanti che si basano su una rappresentazione distorta della realtà.
Vannacci usa strumentalmente il femminicidio per spacciarci una finta parità di genere che dice sia “concreta”, ma al contempo ignorando totalmente i dati e la realtà quotidiana di moltissime donne – e persone lgbtqia+ – fatta di violenze, abusi e femminicidi. Tutto ciò è frutto di una società che soggetti come Vannacci contribuiscono ad alimentare: una società in cui le donne difficilmente riescono a essere autonome, percepiscono salari più bassi, svolgono lavori più precari e, più in generale, subiscono una profonda disuguaglianza sociale che spesso impedisce loro di uscire da situazioni di violenza.
La dimensione materiale è infatti completamente cancellata dai discorsi della destra, ma anche di quel centrosinistra che per anni ha tagliato i fondi a servizi fondamentali, come sanità e scuola, e ha reso il mondo del lavoro un deserto fatto di precarietà, salari bassi e sfruttamento. Ma la nostra è anche una società che perpetua la cultura del possesso, della prevaricazione, della sottomissione e dell’oggettificazione delle donne.
Come si può continuare a fingere di ignorare che una donna viene uccisa ogni tre giorni per il solo fatto di essere una donna, perché ha lasciato il proprio partner o per aver espresso una propria volontà e desiderio? Come si fa a ignorare che siamo il paese che fino al 1981 ha avuto nel proprio codice penale il cosiddetto “delitto d’onore” che di fatto legittimava l’uccisione della donna – anche in quel caso il genere aveva un ruolo! – grazie a riduzioni della pena per chi commetteva il delitto? Come far finta che non ci sia una circolazione di materiali intimi che riguarda donne e ragazze – spesso minori – non consensuale in un mondo virtuale dove sembra che tutto sia lecito?
Mentre Vannacci sostiene che i ragazzi e le ragazze debbano andare a lavorare fin dai 14 anni, di fatto mettendosi dalla parte di chi già ha svuotato la scuola di ogni ruolo educativo e di formazione del pensiero critico, oltre che della persona a tutto tondo, noi crediamo che è proprio la scuola una delle istituzioni che può contribuire a invertire la rotta della violenza del genere, attraverso lo strumento dell’educazione sessuale ed affettiva.
Mentre le estreme destre accusano gli uomini immigrati di essere il problema della sicurezza in Italia e – ipoteticamente – coloro che sono i principali colpevoli della violenza sulle donne, noi sosteniamo che sono i loro discorsi di odio e la violenza strutturale di questo modello di società che fomentano a creare insicurezza.
Se ci tolgono il diritto ad un tetto sulla testa, alle cure e alla salute, se non abbiamo trasporti pubblici adeguati, scuole e università che formino realmente gli e le studenti invece di preparare soldati per la guerra, se non abbiamo finanziamenti per centri antiviolenza e case rifugio, lavoro e salari dignitosi, se si spendono i soldi pubblici per le armi e non per tutto questo, non possiamo avere una reale sicurezza.
Cavalcare il malcontento per creare una cosiddetta “guerra tra poveri” è la strategia elettorale di tutta la destra che ha preceduto il generale, ma sappiamo bene che è solo un modo per riprodurre questo sistema schifoso che calpesta chiunque si trovi davanti per gli interessi politici ed economici di pochi. Una logica che appartiene anche al governo, che oggi con Giorgia Meloni sembra voler stare dalla parte delle donne, mentre però continua a fomentare odio e discriminazioni.
In una risposta pubblica alle affermazioni di Vannacci, Meloni rivendica la legge sul reato di femminicidio, dicendo che le donne vengono uccise perché non viene rispettata la loro volontà. Meloni aggancia però direttamente il femminicidio a un discorso “femonazionalista”, accusando gli uomini musulmani di rappresentare esattamente questa posizione: quella della privazione della libertà alle donne, come se i dati non ci mostrassero che sono gli italiani a compiere più violenze in Italia.
Non sono poi così diversi Meloni e Vannacci. C’è però una differenza tra Vannacci e altre figure dell’estrema destra “antisistema” che hanno dato e danno l’allarme per una fantomatica invasione e sostituzione etnica, l’estinzione degli italiani a causa dello spettro del “gender”. Vannacci viene dal mondo militare, in un momento storico di escalation bellica globale e militarizzazione sempre più profonda della società. Se si guarda alla sua carriera militare Vannacci ha preso attivamente parte agli scenari di guerra più brutali degli ultimi trent’anni, funzionando da ingranaggio della guerra e raggiungendo posizioni apicali grazie a questa.
Il generale si è formato come operatore di Forze Speciali, i cosiddetti “incursori”, ed ha svolto ruoli fondamentali nella NATO partecipando a operazioni nei teatri internazionali in Somalia (1993), Rwanda (1994), Ex Jugoslavia (1995-1996), in Yemen (1997), Iraq (2003-2006) e Libia (2011), e in Afghanistan (2009-2010, 2013-2014). In altre parole, è direttamente responsabile di scenari bellici internazionali tra i più brutali, dove le violenze e le violazioni dei diritti umani sono ampiamente documentati, così come gli interessi dell’imperialismo occidentale.
Un esempio è quello delle provate – e insabbiate – violenze dell’esercito italiano in Somalia, oggetto di interrogazioni parlamentari, inchieste giornalistiche e processi finiti nel nulla. Lì il generale della remigrazione c’era. Questo personaggio è di fatto espressione del potere militare che diventa pervasivo e che capitalizza politicamente una condizione generale di militarizzazione di tutta la società, ma non solo.
Vannacci con la sua partecipazione a scenari bellici globali incarna le contraddizioni di una classe politica che fomenta la guerra – che è la principale causa di migrazione in tutto il mondo – l’imperialismo, lo sfruttamento di territori e popoli, per poi voler “rimandare a casa loro” coloro che di fatto si trovano costretti a rischiare la vita per arrivare in Europa proprio a causa delle responsabilità occidentali nel mondo. Non ci stupisce che in un’Unione Europea che si è tolta da tempo il velo di “protettrice dei diritti umani”, ci sia spazio per chi porta avanti questo tipo di discorsi e proposte politiche.
Lo abbiamo visto con il genocidio in Palestina, lo strangolamento di Cuba, la corsa al riarmo e ora anche con il nuovo Patto Immigrazione e Asilo e le nuove regole dell’UE sui rimpatri, che di fatto sanciscono la legittimità di centri di detenzione come quello che ha aperto il governo Meloni in Albania, e la deportazione di persone senza documenti inclusi i minori.
Non è una questione che riguarda solo Vannacci, è un sistema violento, razzista, sessista che non funziona, che sfrutta e opprime per andare avanti. Lo abbiamo detto alle signore della guerra che non ci rappresentano, lo abbiamo ripetuto con forza il 13 giugno in corteo: respingiamo questo governo, complice e compiacente con chi produce morte, violenza e discriminazioni.
Nelle borgate non ci faremo prendere in giro e respingeremo anche quest’ultimo signore della guerra che promette di cambiare tutto solo per non cambiare niente, o peggio! Vogliamo reale sicurezza che si fa con consultori, centri antiviolenza, servizi e tutele per tutte e tutti!
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa