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Un programma, per svuotare i divani

C’è questa sublime scenetta di Massimo Troisi che fissa un secchio, concentrato, sperando che si muova con la sola forza del pensiero: “Vieni qui.. dai, che ti costa, così io divento ricco”. Fa ridere, certo. Ma la cosa davvero straordinaria è che oggi, interi salotti di progressisti illuminati (quelli indaffarati con il campo largo) fanno esattamente la stessa cosa. Fissano lo schermo del televisore o dello smartphone, profondamente indignati, aspettando che il mondo cambi per miracolo o per telecinesi, stando ben atteni a non spettinare il rivestimento in velluto del divano.

Ci si è adagiati lì, in quella graziosa rassegnazione d’alto bordo, mentre da decenni, a piccoli morsi gentili e democratici, alla collettività viene sottratto tutto: il potere d’acquisto, la salute, la dignità. E poi i sociologi si stupiscono se la gente non vota più. Certo che non vota: lo fa per legittima difesa, per non farsi complice di una recita dove cambiano le facce ma il copione è sempre scritto dagli stessi banchieri. Se si volesse davvero stanare le persone da quella palude domestica, non servirebbero i sorrisi da dentifricio delle campagne elettorali, ma servirebbe un programma blindato da un patto di sangue con i cittadini. Un giuramento laico, rigido e spietato.

Il lavoro non è un ricatto e il salario si difende.

Salario minimo garantito a 12 euro l’ora, abolizione totale del Jobs Act e ripristino dell’articolo 18. In più, ritorno immediato della scala mobile: se aumentano i prezzi, le buste paga devono adeguarsi automaticamente. Senza chiedere il permesso a nessuno.

Lavorare meno, lavorare tutti.

Settimana lavorativa di 32 ore a parità di salario. Se l’automazione aumenta la produttività, il guadagno deve tradursi in tempo di vita per chi lavora, non in super-profitti per gli azionisti.

La fine della giungla degli appalti e dei subappalti.

Basta con il gioco delle scatole cinesi che frammenta i diritti e polverizza i salari. Si impone l’abolizione del sistema del subappalto a cascata e l’internalizzazione progressiva dei servizi essenziali, a partire dalla logistica, dalle pulizie e dalle manutenzioni nella pubblica amministrazione e nei grandi gruppi privati. Parità di trattamento stringente: chi lavora nello stesso luogo e per lo stesso servizio deve avere lo stesso contratto, le stesse tutele e la stessa retribuzione. Cancellazione immediata delle false cooperative e dei contratti pirata.

La vita non si consuma in fabbrica. Via la legge Fornero.

In pensione a un’età umana, per godersi la vita e non per liberare un posto quando si è già biologicamente logorati. Lo Stato deve smettere di fare cassa sulla pelle dei lavoratori anziani.

Un tetto è un diritto, non una speculazione. Il Piano Casa.

Un grande piano di edilizia residenziale pubblica a canoni sociali e un piano casa specifico per i giovani, con affitti calmierati e tassi zero. La casa deve essere un porto sicuro, non un cappio teso dalle multinazionali degli affitti brevi.

Crisi demografica e welfare: il futuro si costruisce, non si invoca.

Basta con l’ipocrisia dei bonus una tantum. Servono asili nido pubblici, diffusi e totalmente gratuiti, uniti ad aiuti strutturali per le giovani coppie. I figli si fanno se c’è la certezza del domani.

La scuola pubblica non è un’azienda.

Via la retorica del “merito” che maschera le disuguaglianze di partenza. Finanziamenti di massa all’istruzione pubblica, abolizione delle classi pollaio e dignità ai docenti per formare cittadini critici, non ingranaggi ubbidienti.

L’ambiente è un bene comune, la transizione non è un lusso.

Stop totale al consumo di suolo. La riconversione ecologica non può essere pagata dai cittadini con le accise. Serve un grande piano pubblico di messa in sicurezza del territorio.

La pace non si fa con i caccia. Taglio delle spese militari.

Blocco immediato dell’aumento delle spese per la difesa e dirottamento di quei miliardi verso sanità e ricerca. La sicurezza di un paese si misura dalle sue scuole e terapie intensive, non dai bombardieri in garage.

La ricchezza va ripresa dove si è accumulata.

Imposta patrimoniale progressiva sui grandi patrimoni multimilionari e tassazione permanente sugli extraprofitti bancari ed energetici. I soldi ci sono, basta andarli a prendere dove sono stati accumulati.

La salute non è in vendita.

Blocco dei finanziamenti alla sanità privata e integrazione progressiva delle sue strutture e del suo personale nel pubblico, tutelando l’occupazione. Ogni euro deve finanziare il Servizio Sanitario Nazionale per azzerare le liste d’attesa. Curarsi deve essere gratis, subito e nel proprio territorio.

Le obiezioni della rassegnazione.

Ah, ma si sentono già, le voci dei custodi della prudenza. I soliti sacerdoti del realismo economico, i fini intellettuali del “sì, va bene, ma anche”, i commentatori sobri che spiegheranno, con quel delizioso tono di compatimento, che tutto questo è pura “utopia”. Diranno che mancano le coperture, che i mercati si innervosiscono, che l’Europa non vuole. Insomma, la solita raffinata melina di chi ha trasformato la politica nell’arte di non disturbare i padroni del vapore.

A questa colta schiera di scienziati del nulla, la risposta deve essere un insulto alla loro presunta intelligenza: se la restituzione dei diritti elementari fa venire l’ansia da spread, se si preferisce l’elegante agonia del compromesso pur di non rischiare la poltrona, allora si spenga la mente, ci si chiuda a chiave nel proprio salottino profumato e si tenga Meloni e Vannacci. Si meritano tutti, dal primo all’ultimo.

Un’alternativa rigida, che non fa sconti a nessuno, è l’unica cosa che può riaccendere la rabbia e la speranza di chi ha smesso di credere ai miracoli. Finché la sinistra continuerà a fare la destra nei salotti buoni, i divani rimarranno pieni. E le urne, giustamente, vuote.

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