Giugno è il mese del Pride, o meglio, dei Pride, in ricordo degli storici moti di Stonewall che videro la rivolta delle persone queer e, in particolare, delle persone trans contro la ghettizzazione, l’oppressione e la repressione esercitata dalla polizia nei confronti della comunità.
Si è concluso un mese che ha visto lo svolgimento dei Pride in numerose città d’Italia, attraversati da migliaia di persone.
Ma non solo: anche in Israele quest’anno è tornato il Pride, utilizzato ancora una volta per promuovere la sua immagine come “paradiso dei diritti LGBTQIA+” e che punta a distogliere l’attenzione ancora una volta dall’occupazione dei territori palestinesi, dal genocidio in corso e dalle violenze perpetrate contro il popolo palestinese, comprese le persone queer che ne fanno parte.
Ma questa narrazione non è passata indisturbata neanche lì: a Tel Aviv, infatti, si è volto anche un altro Pride, promosso da persone e realtà queer antisioniste, che hanno contestato quello ufficiale.
Tornando alla situazione nel nostro Paese, negli anni, quelli che sarebbero dovuti essere momenti di partecipazione e di rivendicazione politica sono stati aggrediti dalla fame di profitto e dal rainbow washing di multinazionali e partiti, che non hanno mai agito nell’interesse delle battaglie della comunità LGBTQIA+; al contrario, hanno tentato di annacquarne il più possibile le istanze e, per anni, hanno svuotato del loro significato le piazze per starci più comode, trasformandole in occasioni di marketing per le grandi aziende e di propaganda elettorale per le istituzioni.
Ancora oggi, molti dei cosiddetti “Pride istituzionali” sono fortemente sponsorizzati da queste stesse realtà che, nella pratica, continuano a negare diritti e a perpetuare discriminazioni e sfruttamento nei confronti delle persone queer, soprattutto di quelle dei quartieri popolari e in condizioni di precarietà o ricattabilità economica. A ciò si aggiunge il fatto che molte di queste intrattengono rapporti economici con Israele o lo finanziano direttamente.
Detto questo, non possiamo ignorare che l’enorme movimento che ha attraversato e bloccato il nostro Paese quest’anno, insieme all’escalation delle guerre e delle aggressioni e al protrarsi del genocidio perpetrato da quella che per molto tempo è stata definita “l’unica democrazia del Medio Oriente”, abbia inciso profondamente anche sul clima delle piazze dei Pride.
Rendendoli quest’anno più che mai un campo di battaglia, da entrambi le parti. Non a caso, quest’anno, sono anche decimati i grandi sponsor che fino all’anno scorso finanziavano molte Parate.
Chi li ha organizzati si è limitato a rincorrere un sentimento ormai diffuso e con cui era inevitabile fare i conti per garantire la riuscita della parata, oppure ha deciso direttamente di reprimere e intimidire chi ha promosso delle azioni critiche, ma tra le persone che vi hanno partecipato è emersa una radicalità nuova, sia nelle posizioni espresse sia nelle forme di azione adottate.
Si sono moltiplicate proteste e contestazioni di persone e realtà sempre più stanche di un modello di Pride che non rappresentava la loro rabbia di fronte alla situazione internazionale e alle responsabilità del nostro governo, lo stesso che sta attaccando ferocemente la comunità LGBTQIA+.
Esemplare, in questo senso, è stata la situazione a Roma, ma non solo: dopo i timidi dubbi sulla possibilità di far partecipare al Pride 2026 il carro di Keshet, una realtà sionista, è bastato un intervento del sindaco Gualtieri del Partito Democratico, per far tornare l’organizzazione del Pride di Roma sui propri passi.
Non solo è stato permesso a questa realtà di sfilare con un proprio spezzone, ma è stata anche inserita nel coordinamento della parata, conferendole così ancora maggiore legittimità.
Non sono mancate giustamente dall’altra parte né l’indignazione né le contestazioni contro questa scelta e verso lo spezzone in questione durante la manifestazione, così come le risposte di chi era in piazza alle varie provocazioni, tra cui quella del “pro-vita” Adinolfi con la bandiera di Israele, oltre ad essersi verificato un fatto gravissimo: è stato spruzzato dello spray al peperoncino verso il carro di @gender_x_italy .
Insieme a @infinitypridediRoma è stata inoltre organizzata un’azione di protesta contro il modo elitario in cui ancora oggi viene organizzato il Pride romano e uno spezzone schierato, nel quale si sono intrecciate rivendicazioni sociali e civili con istanze più generali, come il rifiuto del rainbow washing e il sostegno incondizionato al popolo Palestinese.
Anche a Napoli, nonostante nel comitato promotore si fosse posta l’esclusione di realtà come Keshet, al Pride del 29 giugno non è stata fatta mancare la presenza dell’ associazione sionista LGBTQ+ con posizione quasi in testa alla parata.
La contestazione animata da parte del movimento e realtà LGBTQ+ antisioniste cittadine come Arrevutamm Pride è stata vilmente e violentemente attaccata da membri di Keshet e dallo stesso presidente di Arcigay Vesuvio (con l’intervento delle forze dell’ordine). Anche alcuni attivisti dell’Associazione Transessuale Napoletane, parte del comitato Pride Napoli, opponendosi anche in piazza alla presenza di sionisti è stata bersaglio di aggressioni e intimidazioni.
Altre critiche non sono mancate in questi mesi. Le persone che frequentano i Pride sono stanche anche della situazione interna al nostro Paese e fanno sempre più fatica a marciare al fianco di chi, direttamente o indirettamente, contribuisce a peggiorarla.
In questo mese, associazioni conservatrici di destra che si occupano di diritti LGBTQIA+ hanno portato avanti la proposta di legge “Libertà”. Questa andrebbe a sanzionare le violenze contro le persone omosessuali e bisessuali, non menzionando nei suoi parametri le violenze e le discriminazioni nei confronti delle persone transgender, non binary e gender non-conforming.
Una scelta estremamente escludente, giustificata, tra l’altro, con le “preoccupazioni” bigotte degli ambienti più tradizionali che potrebbero affossare la proposta. Ma non solo: questa legge non metterebbe realmente in discussione una cultura discriminatoria e individualista, punisce solo chi ne è specchio e basta, senza aver intenzione di prevenirla.
Non incide sulla violenza strutturale di una società che emargina e ghettizza chi vive in condizioni di precarietà o abita nelle periferie, dove gli strumenti di autodeterminazione, l’accesso alla cultura e la prevenzione della violenza sono totalmente assenti o gravemente carenti.
Una tendenza portata avanti anche dalla destra al governo con la legge sull’educazione sessuo-affettiva, possibile solo nelle scuole secondarie. Se da una parte fingono di trattare il tematica, dall’altra la limitano profondamente, non introducendola in tutti gli Istituti scolastici, non garantendo fondi adeguati e richiedono il consenso informato alle famiglie.
Le stesse famiglie dove continuano a consumarsi la maggior parte delle violenze di genere e contro le persone queer, come a Piove di Sacco, dove un uomo ha assassinato il figlio Mirko, per il suo orientamento sessuale e la sua volontà di affermare la propria identità di genere. Uccidendo anche la moglie Kety che lo sosteneva.
Un episodio che non è isolato, ma si inserisce in una cornice più ampia di una società fondata sulla prevaricazione e sul possesso, con un’ulteriore escalation della violenza contro le persone queer e le donne alimentata dalle dichiarazioni e dai provvedimenti di questo governo reazionario.
La responsabilità di tutto iniziano proprio con quel centrosinistra che, nel corso dei decenni, non è riuscito a dare una risposta concreta, materiale e chiara alle istanze di un’ampia fascia della popolazione.
Forse, allora, questi fatti ci fanno capire che, innanzitutto, è tornato il momento di non delegare la nostra lotta a nessuno: né alla destra, che trova sempre nuovi capri espiatori tra le persone più marginalizzate, né tantomeno al centrosinistra, che porta avanti battaglie di facciata mentre ci ha relegati a un futuro di precarietà e miseria, utilizzando i nostri diritti come strumento di campagna elettorale e concedendoci solo briciole dopo anni di governo senza interventi sostanziali.
Lo stesso che per anni ha strumentalizzato le battaglie di donne e persone queer per rivendicare una presunta superiorità morale e giustificare le guerre condotte dall’Occidente o il genocidio da parte di Israele in Palestina.
E, in secondo luogo, che questa lotta non può essere scollegata da tutte le altre lotte che attraversano la società e il nostro Paese. La lotta per i diritti delle persone queer, per non essere discriminate sul lavoro, nelle scuole e nelle università, per non essere sfruttate perché più ricattabili, per non subire discriminazioni nell’accesso alla sanità, per un’educazione sessuo-affettiva per tutte e tutti, per servizi pubblici, sanità e welfare, dovrebbe essere parte della lotta per trasformare radicalmente questa società basata sulla violenza, sullo sfruttamento e sulla prevaricazione, costruendo un mondo nuovo, fondato su relazioni sociali di solidarietà e per il benessere della collettività. Per una reale liberazione.
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa
