Menu

Ballare sulle macerie

Un soldato israeliano si filma mentre distrugge e danza in una casa di Gaza, e firma il video «Dancing in Gaza».

L’orrore vuole essere visto.

Il video è stato diffuso dal suo stesso “attore”. Un video dello scorso anno. In pieno genocidio. Piano piano ne emergeranno a migliaia di video simili. Anche molto più cruenti. Si vede chiaramente che questo video è stato girato proprio per mostrarsi, per mostrare la superiorità e per umiliare.

Quel soldato non teme di essere riconosciuto. Desidera esserlo. La distruzione di una casa, di intere vite, non gli basta come atto. Vuole essere anche spettacolo, e il pubblico che guarda completa il piacere. Deve esserci un pubblico che guarda. Sia un pubblico compiacente, sia un pubblico disgustato. Per questo prende un bastone e sbeffeggia, mimando, un vecchio palestinese. Aggiungere disumanizzazione alla spettacolarizzazione della distruzione.

Walter Benjamin aveva intravisto tutto questo alla vigilia della seconda guerra mondiale. Studiando il modo in cui il fascismo trasforma la politica in scena, scrisse una frase che anticipò tutto ciò che sarebbe avvenuto di lì a poco e che ci ha accompagnato fino ad oggi.

L’umanità, disse, ha raggiunto un tale grado di estraneità da se stessa da riuscire a vivere la propria distruzione come un piacere estetico di prim’ordine“. Il soldato che balla sulle rovine da lui creata è la figura esatta di quella frase, un uomo che ha convertito lo sterminio in una coreografia da condividere.

Susan Sontag, riflettendo sulle fotografie dell’orrore, aggiunse un particolare all’estetizzazione benjaminiana, e spiegò che l’immagine del carnefice accanto alla vittima o alle rovine create, vale come un trofeo, un modo di possedere ciò che si è distrutto, una specie di rito tribale in cui si incorpora ciò che si è distrutto.

Il reel di Gaza appartiene a quella famiglia oscura, la stessa dei souvenir che i soldati si riportano a casa da tutte le guerre sporche. Cambia soltanto la velocità, perché oggi il trofeo fa il giro del mondo prima che il sangue si asciughi.

Appena ho visto e rivisto per 2-3 volte questo breve video mi sono tornate alla mente, ogni volta in modo diverso, certe immagini già viste, una sensazione di déjà-vu mi ha accalappiata.

Mi è tornata in mente la Namibia, all’inizio del Novecento, quello che potremmo definire il primo genocidio del secolo. Fra il 1904 e il 1908 l’esercito tedesco sterminò i popoli Herero e Nama, l’ottanta per cento degli uni e la metà degli altri, spinti nel deserto a morire di sete o rinchiusi nel campo di Shark Island.

Mi è tornato in mente un particolare che mai cancellerò dai ricordi. I soldati tedeschi erano talmente fieri della propria impresa da farsi ritrarre in mezzo ai prigionieri ridotti a scheletri, e quelle immagini le trasformavano in cartoline, che spedivano a casa. La sofferenza di un popolo intero diventava un ricordo di viaggio, un saluto ai parenti. Chi riceveva la cartolina ammirava la conquista.

Cambiano la tecnica e il secolo, ma resta identico il gesto estetico orrorifico: esibire con orgoglio ciò che dovrebbe far vergognare.

Il secondo evento-ricordo, più recente, e forse ancora più vicino al nostro video. Fra il 1965 e il 1966, in Indonesia, mezzo milione di persone, forse un milione, furono massacrate con l’accusa di “comunismo”. Molti anni dopo il regista Joshua Oppenheimer convinse alcuni di quei killer a raccontarsi davanti alla macchina da presa, e ne nacque un film che arriva nelle viscere dell’abisso dell’umano, «The Act of Killing».

Uno di loro, Anwar Congo, sale sulla terrazza dove aveva strangolato le sue vittime con un filo di ferro, e lì, per la telecamera, balla il cha-cha-cha. Gli altri rimettono in scena i propri delitti nello stile dei musical e dei film di gangster che amano, allegri, senza l’ombra di un rimorso.

La ragione di tanta leggerezza è una sola, e Oppenheimer la coglie subito. Quegli uomini non hanno mai perduto il potere, e nessuno li ha mai costretti a riconoscere il male compiuto. Il carnefice balla perché nessuno lo ha fermato. Semplice.

Una volta che ho messo in fila le mie associazioni storiche (ce ne sarebbero a centinaia, ma la mia mente ha ripescato questi due fatti), messe una accanto all’altra, la cartolina dei coloni tedeschi e la terrazza di Anwar Congo mi è apparso chiaro ciò che li accomuna. In tutte e tre agisce la medesima doppia disumanizzazione. La vittima viene abbassata a cosa, a suppellettile da rompere per gioco. E il carnefice, nello stesso movimento, smarrisce la facoltà che fa di lui un uomo, la capacità di riconoscere nell’altro un proprio simile.

Resta una cosa che il soldato danzante ignora. Sta girando la prova contro se stesso. La cartolina tedesca è finita negli archivi che oggi documentano quel genocidio, e il cha-cha-cha di Anwar Congo è diventato un film che lo ha smascherato davanti al mondo.

Anche questo balletto sulle tazzine di una famiglia di Gaza sarà, un giorno, un capo d’accusa, se non penale, morale, e il volto di questo soldato sarà preso come simbolo del mostruoso, come le facce sorridenti dei soldati tedeschi.

Resta aperta una piccola questione. Anwar Congo ballava perché era rimasto impunito. Fino a quando lasceremo ballare impuniti anche questi?

* da Facebook

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *