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I “No Kings” e il “Campo largo”. Perchè l’autonomia strategica è ineludibile

Il 18 luglio scorso, a Genova si è tenuto l’incontro nazionale del movimento “No Kings”. L’occasione erano i 25 anni da Genova 2001, ma il tema centrale del dibattito è stato il “che fare?” rispetto alle prossime elezioni politiche.

La tesi di fondo, espressa negli interventi di alcuni tra gli esponenti più in vista di quella fetta di movimento, è sostanzialmente la seguente: in un contesto internazionale segnato da uno scontro tra destre e sinistre, tra due diverse idee di società (dove, aggiungiamo noi, le destre appaiono in vantaggio), bisogna costruire le condizioni per la vittoria del “campo largo”, imponendogli un’agenda più avanzata sui temi sociali.

Si tratta di una tesi legittima: i comunisti non hanno mai opposto una opposizione di principio alle “alleanze” e, spesso, le hanno sapute sfruttare piegandole a vantaggio degli interessi delle classi popolari. La critica a questo tipo di posizione non può dunque essere pregiudiziale, men che meno “morale”.

Ci sono però dei problemi che una discussione onesta non deve eludere, ma sui quali c’è invece, significativamente, un grande silenzio.

La trascurabile questione dei rapporti di forza

Il campo largo è composto da forze che, nel loro recente o più lontano passato, hanno espresso, su molti temi, posizioni radicalmente diverse da un’agenda delle classi popolari, e quando hanno governato, hanno fatto ben poco a favore di queste.

Basti pensare al veto di Elly Schlein sulla patrimoniale, alla distanza tra PD e M5S sulla guerra, o anche allo stesso salario minimo, misura “bandiera” che alla prova dei fatti, nelle amministrazioni locali guidate dal centrosinistra che l’hanno deliberata, si è rivelata una bufala; o sullo sfruttamento capitalistico del territorio, sulla riforma della legge sulla cittadinanza, sulla difesa dell’interesse sociale e pubblico contro privatizzazioni e delocalizzazioni.

Questo dato oggettivo non è in sé un ostacolo, ma dà la misura della difficoltà di imporre un cambio di rotta, un’agenda politica maggiormente orientata al sociale. E di fronte a questa difficoltà, manca ogni valutazione sui rapporti di forza necessari per imporre un cambio di passo rispetto al recente passato. Si glissa, sostanzialmente, sul come imporre questo famoso cambio di agenda.

Dal nostro punto di vista, alle attuali condizioni di debolezza del “campo popolare” (che oggi è ancora piccolo) immaginare di poter determinare anche solo parzialmente le scelte politiche di questa ipotetica maggioranza governativa è, più che utopistico, volutamente ingannevole.

Negli anni è stata sistematicamente presentata questa scorciatoia – ammantata, nel passato come oggi, dalla retorica del “fronte elettorale antifascista” – senza che nessuno abbia posto seriamente al centro del dibattito il “come fare” per accumulare forze utili allo scopo.

Anzi, l’esercizio sterile delle finissime tattiche di alleanza ha sistematicamente posto in secondo piano il lavoro quotidiano per ridare forza e vigore all’autonomia strategica delle classi popolari. Ma senza il secondo non si è mai dato il primo, e la storia recente lo insegna senza possibilità di smentita.

L’assegno in bianco, ovvero l’assenza di linee rosse

Negli anni, chi ha proposto, legittimamente, un alleanza con forze “non di destra” non ha mai, nemmeno una volta, indicato le condizioni e i limiti del sostegno. Non solo non ci si è mai posti il problema della costruzione dei rapporti di forza necessari a condizionare una futura maggioranza, ma non si è mai posto alcun limite al sostegno ad essa, che si presenta quindi come un assegno in bianco.

Oggi vediamo riproporsi lo stesso copione: qualcuno ha mai sentito, da chi propone un’alleanza, porre delle condizioni, ad esempio sullo stop al riarmo, sulla guerra, sui rapporti con Israele, sulla difesa dei servizi pubblici, sulle zone rosse?

Quando ci viene presentata come ineluttabile un’alleanza “per combattere l’avanzata delle destre”, è mai stata indicata una linea da non oltrepassare, o una deadline, per esempio “una legge sul salario minimo nei primi cento giorni” oppure l’interruzione delle relazioni diplomatiche con Israele? Mai. Nemmeno in questa occasione, chi si fa portavoce di un sostegno dei movimenti al campo largo ha mai pensato di definirne limiti e condizioni.

È una situazione solo apparentemente contraddittoria, quella per cui da un lato si dà per scontato di avere la forza per imporre un’agenda, mentre dall’altro non ci si sente nemmeno in grado di stabilire una benché minima conditio sine qua non.

Apparentemente contraddittoria, concretamente coerente: chiedo il sostegno a questa opzione postulando di avere la forza per imporre la mia agenda, senza porre poi alcun limite; in questo modo, quando ogni limite sarà superato, la giustificazione per restare nell’alleanza sarà che “non abbiamo le forze per… ma continuiamo a restare affinché un domani… etc. etc.” È un copione che abbiamo già visto.

La resistibile argomentazione francese: i casi NUPES e NFP

A chi critica l’ennesimo invito alla grande alleanza contro le destre, diversi sostenitori oppongono l’esempio della NUPES, la Nouvelle Union Populaire écologique et sociale, che è riuscita ad essere la principale forza di minoranza alle legislative francesi del 2022, privando Macron della maggioranza assoluta in parlamento, e addirittura, col nome di Nouveau Front Populaire, ad essere la prima forza politica alle legislative del 2024.

All’interno di questa alleanza ci sono forze che si collocano alla destra relativa, come il Partito Socialista (PS), forze della sinistra tradizionale e governista come il Partito Comunista Francese (PCF) e i Verdi, fino alla principale forza di sinistra radicale in Europa, La France Insoumise (LFI).

Proprio la disponibilità di questi ultimi ad un’alleanza, anzi la loro determinazione a portarla a termine, viene usata come esempio dai sostenitori del sostegno al campo largo. Chi lo fa omette però due cose, esattamente quelle che abbiamo posto in evidenza prima.

1. LFI è arrivata al 2022 dopo dieci anni (5 come Parti de Gauche, dal 2017 come LFI) di lavoro duro, costante e quotidiano di costruzione di un polo autonomo di rappresentanza degli interessi delle classi popolari, rifuggendo ad ogni ipotesi di alleanza-scorciatoia (in un sistema politico elettorale, peraltro, che spinge proprio formalmente ad accordi di desistenza o alleanza). Grazie a questo lavoro, nel 2022 è diventa la prima forza all’interno della coalizione, posizione che gli ha permesso di dettare le condizioni dell’accordo.

2. La NUPES prima e il NFP poi si sono retti su accordi di programma molto chiari e rigidi. Per questo motivo, quando le forze di destra interne al NFP, PS in testa, hanno ceduto alle sirene della stabilità, del senso di responsabilità, e sono state invitate a sostenere la legge di bilancio, loro sono state costrette a rompere, perché le linee rosse dell’accordo erano state oltrepassate.

In sintesi, quello che è accaduto è l’esatto contrario della situazione che si presenta in Italia: una forza di sinistra radicale egemone nella coalizione (da noi è minoranza), e la presenza di paletti chiari.

La situazione di stallo politico italiano, si obietterà, darebbe anche ad una forza politica relativamente piccola un discreto peso contrattuale. Il problema, purtroppo, è che il peso contrattuale ce l’hai quando hai condizioni da porre. Nel nostro caso, invece, l’invito è a un accordo senza condizioni.

È proprio questa ambiguità a rendere poco credibile l’operazione. Perché se non esistono condizioni chiare e verificabili, allora l’agenda proposta rischia di diventare soltanto una foglia di fico dietro cui giustificare scelte già decise in partenza.

L’alternativa davvero utile: ricostruire la rappresentanza delle classi popolari

Di fronte a questi fatti, le dotte strategie elettorali di tizio e caio si rivelano per quello che sono: tentativi di assicurarsi una posizione e, nel migliore dei casi, gestire alla meno peggio il quotidiano senza mettere in discussione l’ordine neoliberista delle cose. È una posizione che manca di rispetto alle classi popolari.

Se esistono dei principi non negoziabili, vanno dichiarati. Se invece non esiste alcuna linea rossa, allora non stiamo discutendo di contenuti, ma semplicemente di collocazione politica comoda per l’elezione di qualcuno, ma niente di più.

Quello su cui secondo noi invece occorre lavorare, è qualcosa di completamente diverso, e preliminare ad un ragionamento ipotetico su alleanze varie: si tratta di mettersi al lavoro, sui terreni di lotta reali, dal lavoro all’ambiente, dalla difesa del pubblico, per tornare a dare forza politica e contrattuale alle classi popolari. Non un rifiuto pregiudiziale di una qualsivoglia alleanza ma, paradossalmente, la costruzione delle condizioni materiali per rendere un’eventuale alleanza possibile e realmente utile agli interessi dei “nostri”.

Si tratta di superare l’ottica dell’elezione come fine ultimo e ragionare sugli appuntamenti elettorali come momento di accumulazione di forze, e ovviamente anche di successo alle urne, ma solo nell’ottica della costruzione – che non può essere immediata – del campo dell’alternativa reale e della rappresentanza autonoma delle classi popolari.

Meno di questo c’è solo l’ennesima presa in giro nei confronti dei “nostri” che rispondono disertando le urne, o votando a destra. Una tattica paragonabile a chi si muove nel fango e ottiene solo di affondare ogni giorno di più. Abbiamo, invece, disperatamente bisogno di altro.

Progettometi.it

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