Tutti guardano verso la Russia. Eppure l’attacco all’Europa arriva dal Marocco, dunque dagli Stati Uniti (e da Israele). Ma va bene così: continuiamo a sbagliare lo sguardo. È il modo più economico di sentirsi al sicuro.
Il pericolo russo è ormai diventato un noioso ritornello. Non un concetto solido, bensì un mantra per accettare il momento presente ed essere felici di stare dalla parte giusta. Ma ci si stanca presto di ciò che è confezionato in serie. Forse perché il pericolo è stato distorto a tal punto da finire per sembrare un vaneggiamento.
Che cosa minaccia l’Europa? La domanda è già sospetta. La risposta, invece, è pronta: la Russia. Così il pensiero può finalmente riposarsi.
Dire che la minaccia principale viene dagli Stati Uniti significa precipitare nel vuoto. Ma è proprio questo che ci terrorizza: la possibilità che la risposta apra altre domande. Preferiamo allora la certezza, anche quando è falsa. Ci trasciniamo nella cecità.
Non ha senso combattere le false dicotomie. E non solo perché mostrano evidenti i segni della pigrizia intellettuale: bisogna essere particolarmente stupidi per crederci. E non c’è niente di più vano che discutere con uno stupido.
Sono tempi in cui la parola «pace» è diventata oscena. Pronunciarla significa esporsi al sospetto. Io stesso sono stato chiamato più volte «putiniano» perché contrario al riarmo europeo. Non importa ciò che penso di Putin. Potrei detestarlo: non servirebbe a nulla. Il mio dissenso è ormai sufficiente a designarmi come nemico. La fallacia logica ha trionfato sulla ragione.
Eppure non è difficile da comprendere: il disaccordo su una strategia politica non implica accordo con l’aggressione russa all’Ucraina. Ma, davvero, non serve insistere. Il discorso liberal-atlantista assomiglia sempre di più all’immagine che pretende di combattere: il volto è diverso, la maschera è la stessa.
Tutto questo enorme apparato retorico si invalida da solo. Dà una vaga apparenza di serietà, ma non è altro che millanteria e, al pari di ogni altra semplificazione, è stupido. Il problema è che è talmente pervasivo da somigliare maledettamente alla verità.
Forse Canetti aveva ragione: fintanto che la stessa frase viene ripetuta all’infinito, il parlante crede di dire la verità. Ma è proprio questo eccesso di comunicazione a invalidare il contenuto. Un mantra non è che un suono ripetuto per tranquillizzare la mente.
Il mio antico sodalizio con Marx mi induce ancora a pensare dialetticamente. Due proposizioni, dunque, possono essere vere nello stesso momento.
Se dico che la Russia sta conducendo una guerra illegale in Ucraina e, subito dopo, aggiungo che non sta minacciando l’Europa, sto semplicemente esprimendo un’opinione sulla situazione. Potrà essere giusta o sbagliata. Ma solo un idiota può scambiarla per una collusione col nemico. Del resto, è inutile conversare con gli idioti: hanno bisogno di una sola verità. La loro.
Si può considerare l’invasione dell’Ucraina imperialista e reazionaria e, nello stesso tempo, dubitare che l’Ucraina possa vincere la guerra? Evidentemente no. Per alcuni, la seconda frase diventa la prova della mia vicinanza a Putin. La complessità diventa una forma di tradimento.
Può capitare, e a me è capitato, che alcuni amici siano ancora più implacabili della stupidità liberal-atlantista. La falsa dicotomia appartiene anche al campo «pacifista». Talvolta si ha l’impressione che sia più importante il posizionamento della verità. Una filosofia del punto di vista: ma ogni posizionamento, prima o poi, implica una falsificazione.
Posso ben credere che l’Ucraina abbia subito un torto e, allo stesso tempo, diffidare delle intenzioni di chi si professa amico dell’Ucraina e favorevole alla guerra totale contro la Russia? Ma è vano domandare. Le appartenenze hanno divorato i significati.
La storia sembra diventata una lotta metafisica tra il Bene e il Male. La povertà di questa dicotomia divora l’infinita multiformità dei conflitti. Se un tempo le contraddizioni erano il segno della realtà, oggi sono diventate prove a carico.
Dunque, no: non è lecito desiderare la giustizia per gli ucraini e, nello stesso tempo, ritenere necessario un compromesso con i russi. Il pensiero complesso sprofonda nella palude delle appartenenze.
Forse bisognerebbe chiedersi che cosa siano davvero queste appartenenze. Ciò che rappresenta Putin si specchia, in modo inquietante, in ciò che rappresentano le élite occidentali: ogni potere ha bisogno di vedere il Male nell’altro per non riconoscerlo in sé. È il modo più antico di conferire un’anima morale alle oligarchie.
Marx, che cercava la «classe» nella posizione occupata nel sistema di produzione e riproduzione della vita, è stato definitivamente archiviato. Oggi la posizione è soprattutto ideale. Ci si colloca dalla parte del Bene e si attende che la realtà si adegui.
Ma le classi esistono ancora. E non sono le classi popolari a chiedere il riarmo. Non sono loro a progettare la guerra. Eppure sono loro il vero obiettivo della propaganda: devono interiorizzare il mantra e prepararsi a fare la guerra.
Pretendere che il militarismo possa giovare a chi vive del proprio lavoro è una delle forme più arroganti della menzogna. Una menzogna che ha il vantaggio di potersi presentare come ideale. Eccolo dunque svelato il concetto: scontro di civiltà.
Ed è questo, proprio proprio questo il concetto più pericoloso: la guerra elevata a necessità morale. E in nome di questo concetto si considera plausibile ciò che, fino a ieri, sarebbe apparso impensabile.
Tutto torna, dunque. Le parole preparano l’abisso. Ci abituano a sbagliare lo sguardo. Guardiamo la Russia. Forse perché è più facile che guardare chi ci sta accanto. E ancora più facile che guardare noi stessi.
Immagine in copertina: Peter Saul, “White Nurse”, 1965
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