Quest’uomo è, a mio avviso, uno dei peggiori esseri umani del nostro secolo. Un uomo che, tra qualche anno, sarà oggetto di studio proprio come io ho studiato quelli che lo hanno preceduto. Come studiamo i tiranni e coloro che la storia finisce per definire malvagi.
Potrei dire molto su ciò che ha affermato da quel podio. E ammettendo di non apprezzarlo, ho già dichiarato di non essere imparziale. Beh, sono umana.
Mettiamo quindi da parte i miei sentimenti per un momento e occupiamoci di storia. Date e cifre che potete verificare voi stessi, senza dovervi fidare della mia obiettività. La mia opinione arriverà alla fine, e vi dirò io quando inizierà.
Prendiamo in esame la conclusione del suo discorso.
“La storia del mio popolo, il popolo ebraico, risale a oltre 3.000 anni fa. Oggi parliamo la stessa lingua che parlavamo allora. Viviamo nella stessa terra in cui vissero i nostri antenati.”
“I nostri profeti, il nostro scopo e il nostro popolo sono unici nella storia.“
E poi ha letto ad alta voce, davanti all’Assemblea Generale, le parole scritte da Mark Twain nel 1899:
“L’Egizio, il Babilonese e il Persiano sorsero, riempirono il pianeta di echi e splendore, poi svanirono come materia di sogno e scomparvero. Altri popoli sono emersi e hanno tenuto alta la loro fiaccola per un certo tempo, ma essa si è spenta ed essi siedono nel crepuscolo. Tutte le altre forze passano, ma lui rimane.”
Ora, la storia.
L’Egitto è stato presente in quell’aula questa settimana. Cento milioni di persone. Documenti che risalgono a circa 5.000 anni fa. Sbiaditi fino a diventare materia di sogno.
L’Iraq, quarantacinque milioni di persone, situato tra gli stessi due fiumi che videro sorgere Babilonia. I Sumeri scrissero le prime frasi della storia umana, circa 5.300 anni fa. Il primo codice di leggi. Il primo poema firmato da un autore – una donna, Enheduanna – 4.300 anni fa.
L’Iran, il cui presidente ieri è salito su quello stesso podio, vestito di nero, stringendo tra le mani le fotografie dei suoi defunti. In quel Paese gli zoroastriani pregano da circa 3.000 anni e continuano a farlo ancora oggi.
Cina: testimonianze scritte risalenti a circa il 1200 a.C. – un arco di 3.200 anni – e 1,4 miliardi di persone che ancora oggi utilizzano quella scrittura.
India: i Veda, risalenti a circa 3.500 anni fa, vengono ancora recitati in sanscrito da persone viventi.
Grecia: dove la lingua viene messa per iscritto da circa 3.400 anni.
Australia: le popolazioni aborigene vi risiedono da 65.000 anni e custodiscono tradizioni orali che narrano eventi reali risalenti a un’epoca precedente l’ultima glaciazione. Sono le culture ininterrotte più antiche della Terra.
E la mia metà del mondo. Bolivia, Guatemala, Perù, Messico, Paraguay – dove il guaraní è lingua ufficiale dello Stato. Quechua, nahuatl, aymara, maya. L’uomo abita questi due continenti da almeno 15.000 anni e i loro discendenti si trovano anche in Oklahoma, in Arizona e nel Dakota.
Ognuno di loro ha parlato, o parlerà, da quello stesso podio nel corso di questa settimana; e oggi un uomo vi è salito e ha dato loro voce: Mark Twain.
Nulla di tutto ciò sottrae un solo anno alla storia ebraica. Tremila anni sono un lasso di tempo straordinario. È un fatto vero. E non ha bisogno che qualcun altro sia morto affinché sia vero. Ha anche detto che è assurdo definire “colonizzatore” un paese grande quanto il New Jersey, e che, dato che sono stati la Gran Bretagna e la Francia a inventare quel termine, dovrebbero tacere.
Il colonialismo non è mai stato una questione di chilometri quadrati. Riguarda chi viene spostato e chi effettua lo spostamento.
E il linguaggio che ha usato oggi è quello del colonizzatore: “questa è la nostra terra, è da lì che deriva il nome, siamo qui dai tempi di Mosè, basta leggere la Bibbia”.
In quel discorso, le persone che vivono già lì appaiono come un problema di sicurezza. Non come vicini. Non come persone che vantano un diritto.
È questo Paese che racconta a se stesso che qui non c’erano nativi. Invece c’erano. E ci sono ancora.
Non sono spariti. Non sono frutto di un sogno.
Ed ecco la mia opinione, dato che avevo promesso di dirla al momento giusto.
Se tremila anni e un versetto della Bibbia sono ciò che vi conferisce il diritto, allora metà dei Paesi presenti in quell’aula ha un titolo più fondato del suo, eppure nessuno di loro è salito su quel podio a leggere il necrologio di qualcun altro.
Non è mai stata storia. È un lasciapassare. Tremila anni, un libro, un profeta, e all’improvviso esiste una categoria superiore di umanità mentre tutti gli altri fanno solo da sfondo.
Lo dico da donna latina, discendente di quelle persone che arrivarono con la Bibbia e si presero la terra. Anche gli spagnoli avevano i loro versetti. Li leggevano ad alta voce a gente che non parlava la lingua e lo spacciavano per atto legale. È la mia parte di famiglia. Non parlo da una posizione di innocenza.
Ecco perché ieri ho concordato con Sánchez, parlando dallo stesso podio. Abbiamo un debito che avremmo dovuto saldare da tempo.
Il pagamento non è denaro. È comprensione. È capire una volta per tutte che siamo la stessa cosa e che i tremila anni di storia di un popolo non valgono più di quelli di un altro.
Lui se ne stava lì, in un edificio pieno di rappresentanti dei popoli più antichi della terra, a leggere loro il proprio annuncio funebre tratto da un libro umoristico americano del 1899. L’Egitto era lì. L’Iraq era lì. L’Iran aveva occupato quel posto il giorno prima, mostrando le fotografie di bambini morti.
Signore, erano presenti in sala. Serviva un microfono per dire loro che erano ormai estinti.
E guardate chi è rimasto ad ascoltare. Settantasette delegazioni sono uscite prima ancora che lui aprisse bocca, e lui le ha definite codarde sul piano morale mentre se ne andavano. Chi è rimasto ha applaudito.
Ecco cosa sono venuto a dire davvero, e mi rivolgo a due gruppi distinti.
Quell’uomo non rappresenta il popolo ebraico. Non l’ha mai rappresentato. Quest’anno, alcune delle voci più forti nel definirlo un criminale di guerra sono state proprio di ebrei – a Tel Aviv, New York, Londra, Buenos Aires – persone che conservano nelle foto di famiglia i numeri tatuati sui loro nonni.
Quindi, se sei ebreo e oggi hai applaudito, non nasconderti dietro tua nonna. Non stai difendendo il tuo popolo. Stai difendendo lui. Sono due cose diverse, e lo sai bene.
E questo messaggio è per i miei amici cristiani, da parte di un’agnostica che ha letto il vostro libro dall’inizio alla fine più volte di quanto abbia fatto la maggior parte di voi.
Voi applaudite quest’uomo perché pensate che sia la vostra chiave di volta.
Qualcuno vi ha insegnato che Israele deve essere integro e il Tempio deve essere ricostruito prima che Gesù ritorni. E sapete bene cosa sorge dove dovrebbe esserci quel Tempio. Dunque, la moschea di qualcun altro deve essere abbattuta e i figli di qualcun altro devono morire affinché la vostra cronologia profetica possa compiersi.
Leggete fino in fondo anche la vostra versione dei fatti. Lì, nemmeno gli ebrei per cui fate il tifo si salvano. La maggior parte di loro muore durante la Tribolazione e i sopravvissuti si convertono. È la vostra storia, non la mia.
Ditelo ad alta voce e ascoltatevi. La vostra salvezza richiede bambini morti. Richiede ragazzini che crescono sotto le bombe, affamati, sepolti, affinché l’orologio della profezia continui a scorrere. I figli di qualcun altro sono il carburante per la vostra salvezza.
Quanto egoismo c’è in tutto questo.
Stanno usando la vostra Bibbia per fare l’esatto opposto di ciò che lui vi ha insegnato. I poveri in spirito. I misericordiosi. Gli operatori di pace. Beati loro, diceva. E usano il suo libro per benedire coloro che sganciano le bombe.
Non seguire gli uomini. Segui Lui.
E se arrivi a quella porta – dopo aver seguito ciò che Lui non ti ha insegnato – credo che Gesù dica esattamente quello che il tuo stesso libro riporta: «Non vi ho mai conosciuti». Matteo 7.
Vai a vedere. È subito dopo il passo in cui si dice che “li riconoscerai dai loro frutti.”
* giornalista e scrittrice messicana, dalla sua pagina Not Saint, Not Saviors
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