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L’amministratore di condominio e il Sol dell’avvenire

Qualcuno era comunista perché c’era la classe operaia. Poi siamo diventati progressisti per il ceto medio. Oggi siamo di sinistra perché abbiamo risanato il bilancio del partito.

Guardatela, la nuova svolta epocale, ascoltate la relazione della segretaria alla Direzione Nazionale del PD. Non c’è la rivoluzione, no, c’è la contabilità. Il primo grande successo politico da sventolare in faccia agli scettici non è un’idea di società, è il periodo di prova superato: “Avevano scommesso che non sarei durata sei mesi e invece sono ancora qua“.

Seguito a ruota dal bilancio in pareggio e dalle risorse raddoppiate alle sedi locali. Una volta la sinistra voleva abbattere il capitale, oggi festeggia perché il revisore dei conti ha firmato senza riserve. Un trionfo manageriale che farebbe piangere di gioia un amministratore di condominio.

E poi c’è il grande mantra, il capolavoro della retorica: l’unità. “Siamo più uniti che mai“, dice dal podio, “l’unità è la nostra più grande forza“.

Ma quale unità? Aprite le porte dei capannelli e trovi il solito teatro.

Sulle armi all’Ucraina si spaccano a ogni votazione tra atlantisti di ferro e pacifisti di facciata.

Sul DDL Antisemitismo siamo allo psicodramma puro, con i riformisti pronti a votare il testo e l’ala della segretaria che grida al bavaglio sulle critiche al governo israeliano, tra dirigenti storici che minacciano di andarsene e risse sulle definizioni della Treccani. La risposta ufficiale della segretaria? Un capolavoro di diplomazia semantica: “Esistono sensibilità diverse su punti dirimenti“.

Avete capito? La guerra, le armi, la definizione stessa di antisemitismo, roba da niente, ridotte a semplici sfumature di carattere. Sulle questioni morali e geopolitiche fondamentali la pensiamo in modo opposto, ma ehi, restiamo nello stesso partito. Chiamare unità questa paralisi tattica è una fantasia contabile. Non c’è una sintesi, c’è solo la paura di contarsi per evitare che qualcuno sbatta la porta.

E la visione del futuro? L’intelligenza artificiale. Ma non un algoritmo qualsiasi, no, un’intelligenza artificiale europea, etica, trasparente, da installare nella pubblica amministrazione per scovare gli evasori e velocizzare le diagnosi della Asl. Laddove Marx vedeva l’alienazione dei mezzi di produzione, la nuova sinistra sogna il software di gestione dell’agenzia delle entrate.

E poi la grande strategia per le alleanze: “Generosi sì, ingenui no, non è che uno vale uno, abbiamo il doppio dei voti degli altri“. Via Gramsci e dentro il manuale delle quote azionarie: noi abbiamo il cinquantuno per cento, quindi il programma lo dettiamo noi, altrimenti vi portiamo alle primarie e vi asfaltiamo. È l’analisi del potere fatta durante un’assemblea di soci di una banca popolare.

Già sento le obiezioni dei soliti conformisti di ritorno.

Ma come, vi chiederete, ha denunciato i tetti delle scuole che crollano, i salari da fame, i sei milioni di poveri! Certo che l’ha fatto. Ma leggere il bollettino della miseria non significa fare un’analisi di classe, significa leggere il telegiornale.

Se hai sostenuto per trent’anni i governi che hanno tagliato la spesa pubblica, precarizzato il lavoro e privatizzato i servizi in nome dei vincoli di bilancio, prendersela con la destra come se la gravità fosse stata inventata due anni fa è soltanto un’amnesia strategica. La scuola non si salva chiedendo lo psicologo in classe, si salva smontando il modello economico che ha trasformato la cultura in un servizio a pagamento.

E l’obiezione sull’unità contro la destra? Unirsi per battere il nemico non è una visione politica, è una somma aritmetica di sigle terrorizzate. Quando l’antifascismo diventa solo una casella elettorale priva di un’alternativa economica al liberismo, il voto smette di essere emancipazione e diventa un dovere d’ufficio.

E sulla guerra e la diplomazia? Chiedere un negoziatore europeo mentre si continua a votare l’invio delle armi è il capolavoro della coscienza pulita: approvare la sostanza delle politiche di potenza e poi lamentarsi con eleganza formale per come le gestiscono gli altri.

Qualcuno era di sinistra perché voleva cambiare il mondo. Oggi si è del PD perché si dimostra di saper far quadrare la nota spese della sede, si nascondono le spaccature sul DDL antisemitismo e sulle armi dietro la parola magica dell’unità e ci si dà una pacca sulla spalla dicendo che siamo ancora tutti interi.

Lo chiamano pragmatismo, ma quando il pragmatismo diventa l’unico orizzonte non stai guidando il cambiamento: stai solo chiedendo di amministrare l’esistente un po’ meglio, con la cravatta dritta e una sintassi migliore.

* da Facebook

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